Come un network di persone in povertà energetica può usufruire dei benefici delle comunità energetiche da rinnovabili? A pochi giorni dall’evento on line  Le comunità energetiche e il potenziale delle rinnovabili per combattere la povertà energetica che si terrà il 19 febbraio alle 10, organizzato dall’Alleanza contro la povertà energetica e Canale Energia, affrontiamo con l‘avv Emilio Sani, dello studio Sani Zangrando, chairman della giornata e brand ambassador dell’Alleanza, alcuni punti centrali per la realizzazione delle comunità energetiche ad uso e supporto delle persone in povertà energetica.

Un condominio o un quartiere come può fare per realizzare una comunità energetica?

Emilio SaniI soggetti che intendono promuovere la comunità energetica raccolgono le preadesioni dai cittadini e piccole/medie imprese che intendono coinvolgere nella comunità. In tali preadesioni viene richiesto il numero di pod (cioè del punto di connessione alla rete) e il consenso ai fini privacy per comunicare tale pod al distributore. Si chiede quindi al distributore di confermare se tali soggetti interessati sono tutti sotto la stessa cabina secondaria BT/MT. Il distributore darà un codice univoco che contraddistingue tutti quelli che sono sotto la stessa cabina. I consumatori che sono sotto la stessa cabina potranno dunque andare dal Notaio a costituire la comunità in forma di cooperativa o associazione non riconosciuta del terzo settore. Nel frattempo viene individuata, nel territorio dove sono collocati i membri della comunità un’area dove fare l’impianto. Quest’ultimo viene quindi realizzato direttamente dalla comunità o da un membro della comunità o da un terzo. Laddove vi siano i presupposti potranno essere ottenute le detrazioni fiscali. Finita la costruzione dell’impianto e messo in esercizio lo stesso, la comunità potrà richiedere al Gse gli incentivi e l’acquisto di energia, oltre che un rimborso per i risparmi dati in termini di minori costi di trasporto e perdite di rete determinato da Arera. Tali importi saranno pagati alla Comunità. Gli incentivi sono dovuti solo per quella quantità di energia che è consumata dai membri della comunità nello stesso arco temporale in cui l’energia è prodotta dall’impianto della comunità. La Comunità in base a un accordo con i propri associati stabilirà come ripartire i ricavi per coprire i propri costi e restituire ai membri della comunità una parte dei loro costi per l’energia.

Una comunità energetica potrebbe agilmente mettere a disposizione dell’energia prodotta in eccesso per un’abitazione o un network di persone in povertà energetica?

I ricavi della comunità possono essere usati per contribuire ai costi energetici di persone in situazione di povertà energetica. Tale utilizzo dei ricavi potrà essere stabilito nello statuto o nell’accordo di riparto dei ricavi fra i membri della comunità. I Comuni che intendono mettere aree a disposizione delle comunità energetiche potrebbero stabilire che tale messa a disposizione è subordinata al fatto che la comunità destini una parte dei ricavi a sostegno a persone in stato di povertà energetica.

È una scelta che potrebbero attuare anche dei siti industriali?

Si anche le Pmi possono partecipare alle comunità di energia rinnovabile. Bisogna però che abbiano consumi in bassa tensione. In ogni caso gli impianti dovranno essere collegati in bassa tensione e quindi non dovrebbero superare i 100 KW di norma. Una Pmi può fare un impianto per il suo autoconsumo e decidere di mettere le eccedenze al servizio della comunità.

Quasi sono i limiti e le opportunità messi in campo dalla legislazione ad oggi?

I limiti sono la piccola dimensione degli impianti e il limitato ambito territoriale. L’opportunità è che  cittadini e artigiani hanno  finalmente la possibilità di avvalersi di un impianto di produzione rinnovabile anche se sono senza disponibilità di un’area per l’installazione di un impianto indipendente. Le comunità incentivano poi a consumare energia nelle ore in cui  è prodotta da impianti a fonte rinnovabile.

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