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Come sarà il deposito nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. Fonte: depositonazionale.it

Non accenna a spegnersi il dibattito accesosi lo scorso 5 gennaio alla pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) per la costruzione del sito unico di stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Il documento è stato reso noto da Sogin dopo la validazione dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare (Isin) e dei ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente.

Rifiuti nucleari: nella Cnapi 67 siti idonei al deposito nazionale

L’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc) in una nota stampa segnala il ritorno di “una sindrome che sembrava estinta, la Nimby”. E a questa sindrome, prosegue, “si affianca anche quella dei furbi, che dicono che parte delle scorie andrebbero messe in un sito europeo, ovviamente non italiano (anche se il problema è solo italiano)… così come si fa con i rifiuti che, in assenza di politiche per lo smaltimento si spediscono nei posti più disgraziati”.

“Inutile nascondersi dietro un dito”, commenta in una nota il sottosegretario all’Ambiente, Roberto Morassut, “per anni i governi precedenti avevano eluso il problema, rinviando la soluzione, che evidentemente non porta voti né consensi. Ma questa è la maturità di questo governo”. I deputati delle commissioni Ambiente e Attività produttive del Movimento 5 Stelle assicurano in una nota stampa che “nessuno ha deciso nulla e non ci sarà alcuna decisione imposta dall’alto”. Dei 67 siti potenzialmente idonei tra Piemonte, Toscana, Lazio, Sardegna, Sicilia, Basilicata e Puglia, solo uno sarà identificato come deposito nazionale “con la massima partecipazione dei cittadini e con la condivisione del territorio interessato”. Saranno stoccate qui sia le scorie delle vecchie centrali dismesse dopo il referendum del 1987 sia le scorie continuamente prodotte in ospedali e centri di ricerca. Il tutto, assicurano i 5S, nella massima “sicurezza dei cittadini”.

Cnapi
La mappa con i siti potenziali individuati nella Cnapi.

I siti individuati soddisfano sia i criteri di localizzazione definiti nella guida tecnica n. 29 di Ispra, oggi Isin, sia i requisiti indicati nelle linee guida Iaea (International atomic energy agency). Rientrano sotto questo cappello le aree, anche vaste, “che presentano caratteristiche favorevoli alla individuazione di siti in grado di risultare idonei alla localizzazione del deposito attraverso successive indagini tecniche specifiche e sulla base degli esiti di analisi di sicurezza condotte tenendo conto delle caratteristiche progettuali della struttura del deposito”, riporta il sito dedicato. Le zone sono suddivise in gruppi e ciascuna è corredata da una relazione sulle caratteristiche geologiche, naturalistiche e antropiche a scala regionale.

Il processo di consultazione pubblica della Cnapi

Il documento sarà sottoposto per due mesi alla consultazione pubblica rispettando le modalità stabilite per legge. È previsto il coinvolgimento di enti locali, associazioni di categoria, università e sindacati. Una volta conclusa, si svolgerà il seminario nazionale che rappresenterà l’avvio del dibattito pubblico vero e proprio al quale parteciperanno gli enti locali, le associazioni di categoria, i sindacati, le università e gli enti di ricerca. Un’opportunità per approfondire i possibili benefici economici e di sviluppo del territorio connessi alla realizzazione delle opere.

Le osservazioni che emergeranno nel seminario nazionale saranno usate per aggiornare la Cnapi, nuovamente sottoposta ai pareri del ministero dello Sviluppo economico, dell’Ambiente e dei Trasporti e al controllo dell’Isin. L’esito servirà per convalidare la versione definitiva della Carta nazionale delle aree idonee.

Dopo decenni di attese e rinvii, Morassut è convinto che nel Paese si chiuderà “definitivamente la stagione del nucleare” e si saneranno “situazioni precarie e potenzialmente pericolose aperte in tutto il territorio nazionale”. Difatti, in Italia oggi le scorie sono stoccate in circa venti centri che producono e/o detengono rifiuti radioattivi. Si tratta, come si vede nella cartina, di quattro centrali e quattro impianti del ciclo del combustibile; centri di ricerca nucleare; centri di gestione di rifiuti industriali; centri del servizio integrato. Né i depositi temporanei né i siti che li ospitano sono idonei alla sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi.

siti temporanei rifiuti nucleari
Mappa dei siti temporanei di produzione e stoccaggio di rifiuti nucleari.

Interrompere la procedura di infrazione comunitaria

Il processo di individuazione del deposito nazionale permetterà al Paese di interrompere la procedura di infrazione comunitaria dovuta alla mancata adozione di un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi, come richiesto dalla direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio europeo. Con la pubblicazione della Cnapi si garantisce la messa in sicurezza del Paese, prosegue Morassut, perché “si chiude per sempre quella fase (del nucleare ndr)”. “Ecco, a chi sta soffiando sul fuoco della polemica, diciamo: si informi, studi e soprattutto maturi politicamente. Non è terrorizzando i cittadini che si governa, ma rendendo i processi trasparenti e partecipati al massimo”, conclude.

Di avviso contrario Alfonso Pecoraro Scanio, già Ministro dell’Ambiente e tra i promotori di entrambi i referendum antinucleari nel 1987 e nel 2011, che dice in nota: “La pubblicazione dell’elenco dei siti potenziali per il deposito nazionale delle scorie nucleari, e la ovvia protesta in tutta Italia, dovrebbe confermare anche ai più miopi che la produzione di scorie rende le centrali nucleari palesemente antieconomiche e pericolose. Inoltre, l’idea di un deposito unico rischia di non permettere di distinguere tra rifiuti medicali e di ricerca scientifica con radioattività bassa e con pochi anni di vita e quelli delle centrali nucleari pericolosi per secoli o perfino millenni”.

Un parco tecnologico

Il progetto comprende anche la realizzazione di un parco tecnologico per stimolare la ricerca e l’innovazione nei settori dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi oltre che creare nuove opportunità professionali. Un modo per dare un nuovo sbocco soprattutto al settore sanitario, produttore di rifiuti radioattivi nell’ambito della diagnostica, della terapia e della ricerca medica, che potrà smaltire come rifiuti convenzionali quelli a vita molto breve. La restante parte, costituita dai rifiuti a molto bassa, bassa, media e alta attività sarà conferita invece al deposito nazionale.

Nel dettaglio, il deposito nazionale e il parco tecnologico copriranno un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al deposito che avrà una struttura a matrioska. All’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato, chiamate celle, saranno collocati contenitori in calcestruzzo speciale, detti moduli, che conterranno a loro volta i contenitori metallici con all’interno i rifiuti radioattivi già condizionati.

“È bene ricordare – rimarca l’Associazione italiana nucleare (Ain) che il Deposito Nazionale non è una discarica, ma un deposito di superficie ad alto contenuto tecnologico, progettato e costruito secondo criteri ambientali e di sicurezza all’avanguardia”. In totale saranno 78 mila metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività, 33 mila già prodotti e 45 mila previsti per il futuro, provenienti dallo smantellamento degli impianti nucleari, dall’industria, dalla ricerca e dal settore sanitario.

Altri 17 mila metri cubi saranno invece rifiuti a media ed alta attività, di cui 400 metri cubi derivanti dal combustibile nucleare esausto, riprocessato all’estero o non riprocessabile, conclude l’Ain.

900 milioni di euro in bolletta

L’investimento complessivo previsto per realizzare il deposito nazionale e il parco tecnologico è di circa 900 milioni di euro. Sarà finanziato dai cittadini attraverso la componente tariffaria A2RIM (ex componente A2) della bolletta elettrica, che già oggi copre i costi dello smantellamento degli impianti nucleari. La parte di investimento relativa ai rifiuti medicali, industriali e di ricerca sarà anticipata e poi restituita all’Arera. Per i rifiuti derivanti dalla produzione di energia elettrica è previsto che il costo sia direttamente sostenuto dall’utente elettrico, come avviene per lo smantellamento delle installazioni nucleari.

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