Vincitrice del premio “BlueMission Award” insieme ad altre due isole del Mediterraneo – St. Honorat e Kuriat – l’iniziativa “Capraia Smart Island 2025” ha visto una notevole partecipazione internazionale: in cima alla lista la Francia, data la vicinanza geografica e il coinvolgimento del network di piccole isole Smilo, con base a Marsiglia.
“Siamo testimoni ogni giorno di progetti di successo che generano cambiamenti concreti e ispirano altre realtà, dalle isole più grandi alle zone costiere. Siamo qui proprio per facilitare lo scambio di queste esperienze. Sono storie che possono sono sembrare piccole, ma che in realtà hanno un impatto forte. Bisogna fare scambio di queste pratiche. Qui a Capraia abbiamo visto molte di queste buone pratiche e come si può fare un’azione concreta e rigenerativa anche con impatti sociali, dove i giovani possono portare nuovi progetti economici sulle isole e rimanerci”, spiega Sylvain Petit, presidente dell’ONG Smilo, Small Island Organization, di Marsiglia.
Le isole del Mediterraneo sono veri e propri microcosmi di biodiversità e fragilità. Offrono uno sguardo privilegiato sul delicato equ
ilibrio tra la salute del pianeta, l’inquinamento e la gestione delle risorse idriche. Ogni isola presenta le sue unicità, ma anche sfide e opportunità comuni, che iniziative come questa mirano a far conoscere e a replicare con successo.
Isole: hotspot di biodiversità ed ecosistemi fragili
Sebbene l’isola di Creta non sia classificabile come isola minore, la sua partecipazione è stata di grande interesse grazie a un progetto innovativo condotto dal locale Museo di Storia Naturale con il contributo dell’Unione Europea. Si tratta di una ricerca finanziata da SMILES Cost Action. La presenza di queste realtà eterogenee ha messo in luce il cosiddetto fattore “insularità”, una continuità che accomuna tutte le isole, grandi e piccole, come sottolineato da Aristides Moustakas, affiliato al team di ricerca. “Abbiamo riscontrato una comprensione comune tra le isole europee riguardo alle gravi implicazioni del cambiamento climatico, anche se le percezioni possono variare leggermente tra isole più piccole e più grandi all’interno dello stesso paese; ad esempio, Capraia rispetto alla Sardegna. Questa comprensione condivisa, che definiamo “insularità”, sottolinea un’esperienza collettiva di vulnerabilità e caratteristiche ambientali uniche.
Le isole sono spesso definite laboratori di biodiversità per la loro concentrazione elevatissima di specie. Pur costituendo una frazione molto piccola della superficie terrestre, ospitano oltre il 40% della biodiversità mondiale. Questo le rende incredibilmente preziose, ma anche eccezionalmente fragili. Il loro isolamento intrinseco e le dimensioni limitate le rendono altamente vulnerabili a diverse pressioni, inclusi i cambiamenti climatici, ma soprattutto le alterazioni dell’uso del suolo indotte dall’uomo e il turismo incontrollato. Alla luce di questo è necessario comprendere gli impatti, e l’uso del suolo è un indicatore chiave per comprendere gli impatti dei cambiamenti climatici in questo tipo di ecosistemi.
“La nostra ricerca (finanziata da SMILES Cost Action n.d.r.) ha rivelato un’intuizione cruciale: quando si monitora l’impatto dei cambiamenti climatici o del degrado costiero sulle isole, è essenziale tenere d’occhio i cambiamenti nell’uso del suolo. Questi spostamenti nel modo in cui la terra viene utilizzata fungono spesso da indicatore diretto di impatti ambientali più ampi”, continua Moustakas in un’intervista a Canale Energia. Nel video i suoi commenti per esteso.
Secondo Moustakas, l’insularità dovrebbe essere incorporata più esplicitamente in politiche europee come la Strategia per la Biodiversità 2030 o la Politica Agricola Comune, che spesso mancano di una considerazione specifica per le isole. In definitiva, una mappatura dei servizi ecosistemici e del capitale naturale delle isole è un passo cruciale per integrare l'”insularità” nelle politiche nazionali ed europee.

Un parco nazionale da Green List
Tornando a Capraia, l’isola è quasi interamente compresa nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Nello specifico, circa l’80% della sua superficie terrestre rientra nell’area protetta, con l’abitato confinato in pochi chilometri tra il paese e il porto. Questa peculiarità geografica, con la strada provinciale che segna il limite delle arterie viarie, impone ai visitatori una profonda consapevolezza dei confini del Parco. La sicurezza sui sentieri diventa una priorità: il Parco mette a disposizione il sistema canadese Avenza Map, che consente una georeferenziazione costante lungo i percorsi del Club Alpino Italiano, spesso impegnativi e privi di punti d’acqua. Come sottolineato da Sofia Mannelli, presidente di Chimica Verde, capofila di Capraia Smart Island: “Capita spesso di dover recuperare persone che non hanno valutato l’importanza di scarpe adeguate e di portare acqua, tanto che due anni fa due persone hanno rischiato la vita e il loro cane è morto per disidratazione.”
Il Parco Nazionale di Capraia, rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale: è uno dei tre parchi italiani inseriti nella Green List dell’IUCN (International Union for Conservation of Nature), attestato che ne conferma la selezione come Parco Nazionale. A differenza dei parchi naturali regionali, Capraia si distingue per essere non solo un parco nazionale terrestre, ma anche un parco a mare, ovvero un’area marina protetta. Questa duplice natura non solo conferisce un valore ecologico inestimabile, ma apre anche nuove opportunità, inclusi importanti finanziamenti.
L’allevamento di pesce a Capraia: un modello di sostenibilità
Nel cuore dell’Arcipelago Toscano, proprio a Capraia, un piccolo impianto di acquacoltura sta riscrivendo le regole della produzione ittica, dimostrando come sia possibile ottenere spigole e orate di altissima qualità, in armonia con un ambiente marino protetto.
A quasi tre ore dalla terraferma, in un contesto geografico unico dove le correnti e la distanza dalla costa garantiscono un habitat salubre per i pesci, la cooperativa Maricap – Maricoltura e Ricerca, con vent’anni di esperienza in questo settore, sta portando avanti un progetto che è già diventato un punto di riferimento a livello europeo.

L’aneddoto è che, inizialmente, l’ex presidente del Parco Nazionale Arcipelago Toscano Giampiero Sammuri, da biologo, sarebbe stato scettico sul consumo di pesce d’allevamento ma, dopo aver assaggiato il prodotto, si convinse di stare mangiando pesce selvatico.
Fiore all’occhiello di questa realtà capraiese è il sistema di alimentazione, unico nel Mediterraneo e riconosciuto come modello dalla Comunità Europea. Il mangime, pompato da una barca e reidratato con acqua di mare, viene distribuito simultaneamente e in modo uniforme al centro di tutte le gabbie attraverso un sistema di tubazioni.
A completare il quadro di eccellenza è appunto efficienza nella conversione del mangime. Qui, per produrre un chilogrammo di pesce, ne vengono utilizzati due di mangime, contro una media di due chili e mezzo. Ma la vera rivoluzione sta nella composizione: la metà del mangime è costituita da farine di pesce provenienti da scarti di pesca non destinate al consumo umano e integrate da oli e farine vegetali. Quindi l’impianto non solo non depaupera le risorse marine, ma opera in un regime di “pareggio”: ogni chilogrammo di pesce utilizzato per il mangime ne genera un altro. Una filosofia in controtendenza con la pesca tradizionale, che preleva senza restituire, e che si rivela cruciale per la salvaguardia del Mediterraneo, un ecosistema fragile a rischio di quasi esaurimento ittico.

“Abbiamo sviluppato un sistema di alimentazione unico nel Mediterraneo, riconosciuto anche dalla Comunità Europea come modello di sostenibilità. Il mangime viene pompato dalla barca attraverso tubi che collegano tutte le gabbie, arrivando al centro di ciascuna reidratato con acqua di mare. Un sistema che offre numerosi vantaggi”, spiega Stefano Dini, presidente di Maricap
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