È un esempio di “simbiosi territoriale” quello portato avanti dallo studio Tiziana Monterisi, che trasforma gli scarti della risicoltura in elementi modulari e biocomposti per l’edilizia. La sostenibilità tocca il processo produttivo in ogni fase: “Nel 2016, dopo 10 anni di studi e analisi, è nata la società RiceHouse, con cui gestiamo e controlliamo tutta la filiera: la raccolta del riso, la quantità di risicola che resta sul campo dopo il taglio, il trasporto, la produzione in cantiere e l’installazione”, ci spiega Tiziana Monterisi, titolare dello studio.

Negli ultimi 15 anni l’architetto ha progettato e realizzato cinque edifici a energia quasi zero, senza riscaldamento e allaccio elettrico, sparsi dalla Valle d’Aosta alla Liguria: “Sono un architetto ma anche un imprenditore: progetto e realizzo l’edificio con l’idea che ciò che costruisco avrà un impatto sull’ambiente mentre sarà vissuto e quando dovrà essere smaltito”. La modularità, che sembra ben sposarsi con il concetto di economia circolare in cantiere, rappresenta il futuro del settore: “Il prefabbricato per me è importante perché l’architetto che disegna il suo progetto adatta le tecnologie esistenti per uno smaltimento a impatto zero. In questo modo industrializzo la progettazione per rendere più efficiente il cantiere e la costruzione”, commenta.

La Monterisi combina la paglia al legno per sfruttarla come isolante in telai prefabbricati o in una sorta di nuovo mattone: mescola la lolla e la pula all’argilla e alla calce per ottenere biocomposti, cioè intonaci, massetti rifiniti, etc. “L’Italia è il primo produttore di riso in Europa: gli oltre 250 mila ettari di risaie si concentrano in Piemonte, Sicilia e Calabria. Adopero meno dell’1% del materiale oggi disponibile che arriva da Biella e da Vercelli e in futuro da Pavia – prosegue la Monterisi – La paglia va verso Varese dove viene adoperata in una grande carpenteria che realizza case prefabbricate. La lolla e la pula vanno a Schio, verso Vicenza, dove c’è una calchiera che produce biocomposti”. Inevitabili le emissioni di CO2 dalla logistica; evitate quelle prodotte dalla combustione dei materiali di scarto; ridotte quelle in cantiere: “I costi e gli imprevisti del cantiere si riducono. Altrettanto il consumo di acqua, che diminuisce di oltre il 50% soprattutto quando si adopera la tecnica dell’assemblaggio a secco, quando ad esempio si combinano paglia, legno e viti”.

L’idea arriva all’Università, a Vienna dove “ho studiato e vissuto e dove ero circondata da risaie”, precisa l’architetto. “Nel ‘700 la paglia veniva adoperata per isolare le abitazioni, prima che l’industrializzazione e l’utilizzo del cemento determinassero l’abbandono di una serie di materiali più poveri e antichi”. Le prestazioni energetiche si sono rivelate interessanti dal punto di vista tecnico e “avendo lavorato in cantiere ho iniziato a pensare a come utilizzarlo in maniera ‘più tecnologica’ per standardizzarne la produzione con l’ausilio del legno”.

“Per me è fondamentale usare scarti di un’altra lavorazione: la sostenibilità è ciclica – conclude l’architetto – La canapa, che oggi va molto di moda in edilizia, viene coltivata appositamente per produrre materiali edili. Trovo insensato sottrarre terreni per produrre biocombustibili o biomateriali”.

Le immagini dell’articolo sono tratte dal sito coltivarelacitta.it

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