Crisi idrica e governance globale: le nuove rotte della diplomazia dell’acqua

Geopolitica delle risorse: a Roma la maratona di idee per una transizione circolare dell’acqua.

La Biblioteca Vallicelliana è una gioia per gli occhi. Tra i suoi scaffali si custodisce la memoria di una città che nei secoli ha legato la sua grandezza all’acqua. Ma la Regina Aquarum del tempo che fu non può più sottrarsi alla sfida del Secolo: l’emergenza idrica globale.

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Mentre la Capitale si prepara a ospitare il Forum Euromediterraneo dell’acqua alla Nuvola di Fuksas, la storica biblioteca di San Filippo Neri fa da palcoscenico a un altro convegno sull’acqua: il Water Horizons 2026. L’evento, promosso dal Centro Studi AMIStaDeS, si è tenuto lo scorso 25 settembre a coronamento di due percorsi: il progetto europeo WATERWISE (Erasmus+) — in collaborazione con l’Università di Almería e il partner cipriota LOVILA — e l’iniziativa sulla Diplomazia dell’acqua, promossa in collaborazione con AB AQUA e MAECI.

E’ attorno a questo secondo percorso che sono stati presentati i risultati del Policy Paper per la promozione di una idrostrategia italiana come pilastro di politica estera.  Il dossier è stato illustrato da Lisa Borlotti, Osservatorio Mare di AMIStaDeS, e da Isabella De Baptistis, Strategic Manager AB AQUA.

Il contesto globale restituisce la portata di una crisi che non risparmia nessuno:

  • L’emergenza colpisce 2,3 miliardi di persone in aree a forte stress idrico e minaccia circa 6 miliardi entro il 2050, secondo i monitoraggi delle Nazioni Unite.
  • Stando al MedECC, il Mediterraneo ha un tasso di riscaldamento del 20% superiore alla media globale, confermandosi uno degli hotspot climatici più vulnerabili del pianeta.
  • I dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente confermano che lo stress idrico interessa il 30% del territorio e il 33% della popolazione dell’UE.
  • La Banca Mondiale evidenzia che la scarsità idrica agisce da catalizzatore per rischi sistemici e migrazioni forzate, stimando oltre 200 milioni di sfollati climatici entro il 2050.

In questo scenario, il riutilizzo delle acque reflue non è più un’opzione, ma riflette la necessità di ripensare l’intera economia circolare della risorsa.

“La crisi idrica non è il frutto di condotte irrazionali dei singoli”, osserva Maria José López Serrano, docente al Dipartimento di Economia dell’Università di Almería, “ma deriva da persone razionali che si confrontano con regole sbagliate (…). Non abbiamo altra scelta se non quella di cambiare. L’acqua potrà rimanere un bene comune solo se modificheremo il modo in cui la gestiamo. Lo stress cronico in tutta Europa crea una forte concorrenza tra settori. In una società sempre più individualista, in cui ciascuno agisce per conto proprio, questo modello non è più sostenibile”.

È un nodo che tocca il nostro rapporto culturale con l’acqua. È giusto, ad esempio, continuare a lavare l’auto con l’acqua potabile? La domanda svela tutte le falle di un modello di consumo insostenibile che, su scala globale secondo i dati FAO AQUASTAT, crea una forte competizione tra settori, dove l’agricoltura fa la parte del leone assorbendo circa il 70% della risorsa, a fronte del 20% destinato all’industria e del 10% al settore domestico, pur se con ampie variazioni a livello regionale.

La transizione verso la rigenerazione idrica passa attraverso la validazione sul campo, come spiega Guadalupe Pinna Hernandez del CIESOL, Centro de Investigación de Energía Solar. “La nostra ricerca esplora l’integrazione dell’energia solare nei processi di trattamento delle acque, con l’obiettivo di sviluppare tecnologie sostenibili per la rigenerazione e il riuso idrico. Il CIESOL dispone di due impianti operativi presso due depuratori di acque reflue nella provincia di Almería. Queste strutture ci permettono di validare le tecnologie in condizioni reali e di colmare il divario tra ricerca e implementazione pratica”.

Modelli idrostrategici a confronto

Il policy paper traccia un’analisi comparativa dei modelli idrostrategici globali.

Idrostrategia CineseCina

Il modello idrostrategico della Cina si fonda su una governance fortemente centralizzata e su una fitta rete di partenariati esteri, in cui un asse stretto tra il Ministero degli Esteri e numerose agenzie governative predilige interventi rapidi orientati alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali — come dighe e centrali — a scapito di una gestione sostenibile di lungo termine nei Paesi partner. Questa strategia si regge sul binomio Stato-impresa, attraverso l’impiego di grandi conglomerati statali sostenuti da linee di credito mirate in aree chiave come l’Africa e l’America Latina, capaci di assicurare a Pechino il controllo permanente su asset esteri critici e di esporre al contempo i Paesi locali a significativi rischi di dipendenza tecnologica e debitoria.

Africa

L’Africa possiede vaste riserve idriche sotterranee, pari al 9% di quelle mondiali, ma sconta profondi deficit infrastrutturali e di finanziamento che ostacolano l’accesso universale, lasciando circa 320 milioni di persone senza acqua potabile sicura. Le tariffe vengono mantenute basse per evitare tensioni sociali, causando tuttavia il collasso finanziario delle utility locali, mentre l’iniziativa Africa Water Vision 2063 punta a decolonizzare la diplomazia idrica centralizzando la governance per ridurre la dipendenza dai donatori esterni. Sul fronte della sicurezza si registrano forti tensioni geopolitiche sui grandi bacini, come sul Nilo a causa della diga GERD in Etiopia, ma emergono anche esempi virtuosi di cooperazione transfrontaliera basati sulla proprietà comune delle infrastrutture, tra cui l’OMVS (Organisation pour la Mise en Valeur du fleuve Sénégal), riconosciuta come un gold standard globale.

America Latina e Caraibi

Africa E America LatinaL’America Latina e i Caraibi concentrano circa il 45% delle riserve mondiali di acqua dolce, ma la regione affronta crescenti stress idrici legati al cambiamento climatico e a una forte frammentazione della governance pubblica, registrando disuguaglianze estreme tra aree urbane e rurali, inefficienze nella distribuzione e problemi sanitari. Per quanto riguarda la governance, nella regione si alternano modelli di privatizzazione, gestione pubblica e gestione comunitaria, come nel caso delle Juntas Administradoras de Agua in Honduras. Sebbene sia formalmente riconosciuto il diritto umano all’acqua, l’effettiva applicazione delle norme soffre cronicamente della mancanza di meccanismi sanzionatori.

Un’idrostrategia per l’Italia

Per inserirsi in questo scenario, l’Italia deve superare la frammentazione, puntando a una governance partecipativa, partenariati egualitari e capacity building. La traiettoria prevede quattro raccomandazioni chiave:

Unire le forze. L’Italia agisce in modo disordinato all’estero, tanto che i documenti ufficiali sulla Cooperazione 2024-2026 dimenticano del tutto l’America Latina, concentrandosi solo su altre aree. Bisogna superare questa frammentazione.

Diplomazia e Piano Mattei. L’Italia deve usare la “diplomazia dell’acqua” come asse portante del Piano Mattei.

Una cabina di regia. Il dossier suggerisce di istituire una Task-Force idrostrategica all’interno dell’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo). Questa struttura operativa dovrebbe fungere da raccordo tra Ministero degli Esteri (MAECI), ICE, centri di ricerca e aziende. In tal modo si può valorizzare l’ecosistema industriale attraverso tavoli di coordinamento interistituzionali e l’uso del Fondo Italiano per il Clima.

Tecnologia e competenze. Le imprese italiane non devono limitarsi a vendere grandi opere, ma offrire soluzioni tecnologiche avanzate, facendo leva sul know-how ingegneristico italiano (irrigazione di precisione, digitalizzazione delle reti, trattamento delle acque reflue ecc.). L’obiettivo è creare capacity building, ovvero insegnare ai Paesi partner a gestire le risorse in autonomia, creando così una vera sovranità condivisa.

Il nuovo “Trilemma”

La crisi idrica mette a nudo una contraddizione: da un lato la necessità di investimenti industriali orientati al riuso delle acque reflue e ai controlli di qualità, dall’altro il rischio che questi stessi investimenti consolidino un lock‑in tecnologico calato dall’alto, riproponendo il tema della sovranità pubblica e della dipendenza strategica.

Parlare di acqua come leva di politica estera, crescita economica o infrastruttura industriale apre la via alla domanda di tutte le domande: l’acqua è ancora radicata nel suo concetto di bene comune, oppure si avvia silenziosamente a diventare una nuova commodity, al centro di vecchi e nuovi interessi?

Certo, non è un bene tradizionalmente “prodotto”, ma pur sempre un asset il cui valore è funzione dei servizi di trattamento erogati da operatori economici.

20260925 110746Non a caso, come emerso in aula, il dibattito istituzionale evoca un “trilemma dell’acqua” (scarsità da siccità, eccesso da inondazioni, degrado da inquinamento). Un’evidente analogia strutturale con il trilemma energetico formalizzato dal World Economic Council (sicurezza, accessibilità e sostenibilità ambientale).

Ma basta guardarsi intorno per constatare dove ci abbiano condotto le magnifiche sorti di quel modello: un fallimento su tutta la linea, dove non è stata garantita né la sicurezza degli approvvigionamenti, né l’accessibilità economica per i cittadini, men che meno la sostenibilità ambientale. C’è da sperare che con l’acqua vada diversamente.


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Ilaria Carmen Restifo
Consulente e ricercatrice freelance in ambito energetico e ambientale, ha vissuto a lungo in Europa e lavorato sui mercati delle commodity energetiche. Si è occupata di campagne di advocacy sulle emissioni climalteranti dell'industria O&G. E' appassionata di questioni legate a energia, ambiente e sostenibilità.