Per la prima volta, il concetto economico di debito della crisi climatica viene applicato non solo agli Stati, ma direttamente ai singoli individui, concentrandosi sui gruppi più ricchi all’interno dei Paesi membri. È quanto emerge dal rapporto intitolato Under the surface: the hidden climate debt of extreme wealth in the European Union di Greenpeace. Il documento definisce il debito climatico come il valore monetario stimato dei danni ambientali generati da emissioni che superano la quota pro capite equa compatibile con la soglia di riscaldamento globale di 1,5 gradi.

Tradizionalmente, le politiche fiscali e ambientali europee si concentrano sui consumi attraverso accise e tasse sul carbonio che colpiscono indifferentemente le famiglie. Tuttavia, analizzando il fenomeno attraverso la lente della proprietà di beni produttivi e partecipazioni societarie, emerge un divario di disuguaglianza ecologica profonda e finora sottovalutata.
La voragine finanziaria dei patrimoni estremi
Nel corso del 2022, l’1% più ricco della popolazione nei ventiquattro Stati membri dell’Unione Europea presi in esame è associato a un debito climatico stimato in circa 301 miliardi di euro, calcolato tramite l’approccio basato sulla proprietà. Questa cifra supera di gran lunga gli 80 miliardi di euro stimati per lo stesso percentile di popolazione se valutato unicamente attraverso i modelli di consumo basati sul reddito. L’enorme differenza dimostra che l’impatto ecologico dei beni di lusso o degli stili di vita individuali rappresenta soltanto la superficie visibile di un fenomeno ben più ampio, radicato nel controllo di grandi infrastrutture e industrie ad alta intensità di carbonio.
Per comprendere la portata di questo passivo ecologico, il rapporto propone un confronto diretto con i costi delle emergenze e dei principali strumenti di bilancio comunitario. I 301 miliardi di euro del debito climatico associato all’1% più ricco superano i 208 miliardi di euro di perdite economiche dirette causate da eventi climatici estremi registrati nell’intera Unione Europea nell’arco di quattro anni, tra il 2021 e il 2024. La cifra è inoltre pari a circa tre volte e mezzo la dotazione finanziaria settennale del Fondo Sociale per il Clima e quasi il doppio dei rimborsi previsti per il debito del piano NextGenerationEU.
Leggi anche Crisi climatica, la grande sfida che scuote le assicurazioni italiane
Disuguaglianze profonde e disparità territoriali
L’analisi evidenzia come la concentrazione delle emissioni e del conseguente debito climatico non sia uniforme all’interno del territorio europeo. Paesi come la Germania e la Francia registrano i valori assoluti più elevati in termini di debito climatico legato alla proprietà per i gruppi più abbienti. Tuttavia, analizzando i dati in termini pro capite, emergono differenze rilevanti che riflettono le peculiarità strutturali e dei sistemi di investimento dei diversi Stati membri.
Nel dettaglio dell’approccio basato sulla proprietà, Irlanda, Austria, Estonia, Germania e Lituania mostrano i valori medi pro capite più elevati per l’1% più ricco, evidenziando il peso determinante dei portafogli di investimento e delle strutture societarie in questi contesti. Al contrario, esaminando l’approccio basato sui consumi, nazioni come Malta, Lussemburgo ed Estonia presentano i livelli pro capite più alti, confermando che i modelli di spesa e il consumo di lusso assumono un peso specifico differente a seconda del Paese.
La ricerca segnala inoltre che la trasparenza diminuisce drasticamente ai vertici assoluti della piramide economica, dove i dati relativi allo 0,1% più ricco e ai patrimoni miliardari incontrano barriere significative di tracciabilità, soprattutto in hub finanziari complessi come Lussemburgo, Paesi Bassi e Cipro.
Crisi climatica: prospettive di riforma fiscale e giustizia ambientale
Di fronte a queste evidenze, il rapporto sottolinea la necessità di superare l’attuale squilibrio strutturale dei sistemi fiscali europei, dove i tassi di imposizione effettiva tendono spesso a ridursi ai vertici della distribuzione della ricchezza a causa di esenzioni e privilegi normativi. L’introduzione di strumenti fiscali progressivi mirati sui grandi patrimoni viene indicata come una risposta duplice e necessaria: da un lato per arginare le disuguaglianze economiche crescenti, dall’altro per applicare coerentemente il principio di responsabilità del polluter-pays.
A titolo di riscontro applicativo, gli autori richiamano le stime formulate da economisti come Gabriel Zucman e collaboratori, secondo cui l’introduzione di un’imposta minima effettiva del 2% sui residenti europei con un patrimonio netto superiore a 100 milioni di euro potrebbe generare circa 67 miliardi di euro di entrate annuali. Un gettito di questa portata sarebbe ampiamente sufficiente a coprire i costi dei principali fondi di transizione e a fornire risorse cruciali per la resilienza climatica e la riparazione dei danni ambientali che oggi gravano prevalentemente sui bilanci pubblici e sulle comunità colpite.
Il superamento di queste zone d’ombra attraverso una maggiore cooperazione internazionale e la trasparenza sulla titolarità effettiva dei beni rappresenta, secondo Greenpeace, una condizione ineludibile per garantire una transizione ecologica giusta ed equa in Europa.
Leggi anche Crisi climatica, serve una soluzione “adattiva” per la resilienza dei territori
Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.














