I consumi elettrici mondiali stanno aumentando, spinti non più solo dalle fabbriche e dalla mobilità elettrica, ma anche dai data center. Secondo l’ultimo rapporto Key Questions on Energy and AI dell’International Energy Agency, la domanda elettrica dei data center è cresciuta del 17% nel 2025, un aumento cinque volte maggiore di quello della domanda elettrica globale complessiva, fermo al 3%. Secondo le stime per il 2026-2030, la crescita media dei consumi dei data center sarà del 14% annuo: in pratica si passerà da circa 485 TWh nel 2025 a quasi 950 TWh nel 2030. Un volume che, secondo Candriam, nel lungo periodo potrebbe avvicinarsi ai consumi elettrici complessivi di un Paese come l’India.
I data center crescono perché non sono più dedicati solo all’hosting e al cloud storage, ma sono sempre più pensati per l’intelligenza artificiale, con densità di potenza per rack che ha superato i 100 kW contro i pochi kW dei rack dei data center tradizionali del passato. La capacità di questi impianti, secondo le indagini della IEA, si è più che triplicata in diciotto mesi: un aumento della domanda che sta ridefinendo il modo in cui reti, produzione elettrica e grandi player tecnologici pianificano gli investimenti dei prossimi anni.
L’infrastruttura fisica non tiene il passo del software
Un data center per gli hyperscaler diventa operativo in dodici-diciotto mesi, ma le infrastrutture elettriche necessarie per l’alimentazione energetica richiedono tempi molto più lunghi. Secondo Tech Fund, su 12 GW di capacità annunciata negli Stati Uniti per il 2026 solo 5 GW sono effettivamente in costruzione, mentre i restanti GW sono fermi al semplice annuncio e spesso sono privi di una strategia energetica ben definita.
Il collo di bottiglia più citato dagli operatori non sono le GPU, ma i trasformatori di potenza. I tempi di consegna dei grandi trasformatori (GSU) sono triplicati dal 2021, arrivando a quasi tre anni, contro i 24-30 mesi medi precedenti al 2020. Anche i trasformatori di distribuzione richiedono un’attesa media di quasi 19 mesi. Di più, il costo di costruzione delle centrali a gas a ciclo combinato, usate per garantire potenza dedicata ai data center, è salito del 66% in due anni, con tempi di realizzazione sempre più lunghi per la carenza di turbine.
Il divario tra la rapidità con cui si progetta un data center e quella con cui si realizza una sottostazione di alimentazione elettrica è ormai il vero limite alla crescita del settore, più della disponibilità di semiconduttori. La lavorazione degli avvolgimenti in rame di un trasformatore è ancora oggi in gran parte un lavoro manuale, difficilmente scalabile in tempi brevi, anche a fronte di una domanda pressoché illimitata da parte delle grandi imprese tecnologiche, che possono pagare cifre elevate e saturare per anni la capacità produttiva delle fabbriche.

<style=”text-align: left;”>L’allaccio alla rete elettrica comporta tempi che possono essere critici, come nota Emmanuel Becker, CEO di Mediterra DataCenters e membro del Consiglio Direttivo di IDA (Italian Datacenter Association), con cui abbiamo parlato. “La scelta di Mediterra di costruire data center alimentati in media tensione e con consumi non superiori a 10-12 MW è strategica e consente non solo di sfruttare gli impianti di distribuzione già esistenti, ma anche di ridurre il più possibile i tempi di allaccio, che in alta tensione sono di diversi anni. Questi anni di attesa fanno invecchiare prematuramente il progetto iniziale del data center, perché nel settore IT l’evoluzione tecnologica è estremamente rapida: basta guardare a Nvidia, che ogni anno presenta nuove GPU e nuove architetture di calcolo per l’intelligenza artificiale.”
I costi dell’energia e delle materie prime
La corsa dei data center ha effetti diretti sui prezzi. Oltre ai tempi di consegna, i costi dei trasformatori sono saliti del 75% rispetto al 2019, spinti dalla domanda ma anche dal rincaro di rame e acciaio magnetico, che pesano per il 30% sul costo finale del prodotto. L’industria europea copre oggi circa il 60% della domanda interna, con un rischio crescente di dipendenza dai fornitori asiatici.
Negli Stati Uniti la situazione è aggravata dai dazi doganali imposti sulle apparecchiature elettriche di importazione cinese. Questi dazi hanno contribuito a mettere in crisi la catena di approvvigionamento. I costi energetici variano inoltre sensibilmente da regione a regione: la tariffa pagata dai data center statunitensi oscilla tra 0,04 e 0,16 dollari per kWh, con il Pacific Northwest, ricco di centrali idroelettriche, tra le aree più competitive.
Nel nostro Paese, la carenza di manodopera specializzata si somma alla scarsità di componenti critici. Per gli operatori italiani questo significa pianificare gli approvvigionamenti con largo anticipo e orientarsi sempre di più verso l’ammodernamento delle strutture esistenti, per contenere tempi e costi di realizzazione.
Nucleare, rinnovabili e gli accordi diretti delle big tech
Con le reti energetiche pubbliche sempre più sature, i grandi gruppi tecnologici hanno iniziato a garantirsi l’energia direttamente alla fonte. Microsoft ha siglato un accordo da 1,6 miliardi di dollari con Constellation Energy per il riavvio, entro il 2028, della centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania, che fornirà 837 MW di energia a basse emissioni. Google ha raggiunto un’intesa con NextEra Energy per riattivare una centrale nucleare in Iowa a partire dal 2029, oltre a un contratto stipulato nel 2023 con Kairos Power per l’acquisto di energia da reattori modulari (SMR, Small Modular Reactor) entro il 2030. Amazon ha investito 650 milioni di dollari per un sito di data center alimentato dalla centrale di Susquehanna, con accordi per quattro SMR, mentre Meta si è assicurata forniture di energia da nucleare in Illinois per i prossimi vent’anni.
La pipeline globale di progetti SMR sostenuti dalla domanda energetica dei data center è passata da 25 GW a fine 2024 a 45 GW oggi, secondo dati IEA, anche se la realizzazione dei primi tre prototipi di reattori SMR oggi operativi al mondo ha comportato extracosti tra il 300% e il 400% rispetto alle stime iniziali.
Le fonti rinnovabili restano il settore a crescita più rapida, con un tasso medio annuo del 22% tra il 2024 e il 2030, secondo IEA. Le energie rinnovabili possono coprire quasi metà dell’incremento della domanda. Anche in Italia si moltiplicano gli accordi diretti tra hyperscaler e produttori di energia green: Iren e Statkraft hanno siglato un contratto decennale per 30 GWh l’anno di energia da fotovoltaico, mentre Enfinity ha stretto un’intesa con Microsoft per la fornitura di 400 MW di energia rinnovabile in Italia entro il 2026.
“Mediterra installa pannelli fotovoltaici sui tetti e sulle pensiline dei propri data center, anche se il contributo energetico fornito dalle celle è molto piccolo rispetto ai consumi dei server”, racconta Emmanuel Becker. “Inoltre impieghiamo esclusivamente energia da fonti rinnovabili. Abbiamo adottato questa politica in maniera indipendente dalle norme nazionali e regionali che sono state varate nel corso degli anni. Per quanto riguarda la fornitura dai provider energetici, privilegiamo i contratti di tipo PPA o VPPA, con gli impianti solari situati a poca distanza, per evitare gli sprechi del trasporto della corrente. Il rapporto con i fornitori di energia è sempre molto stretto: lavoriamo insieme per raggiungere la migliore soluzione sostenibile ed economica. In ogni caso non puntiamo a possedere le infrastrutture di produzione energetica, anche perché, a seconda del luogo, possono essere disponibili impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici, geotermici. Tutti sistemi che richiedono competenze molto specifiche per la loro costruzione e gestione.”
Impatto sul clima e sull’ambiente: il problema del calore e dell’acqua
Se l’elettricità è il problema più discusso, il calore prodotto dai data center è un tema sempre più centrale nella pianificazione urbanistica ed energetica. Ogni server dissipa energia sotto forma di calore, che solitamente richiede altra elettricità per essere smaltito tramite i sistemi di raffreddamento attivi. È la ragione per cui il recupero termico è passato in pochi mesi da nicchia tecnica a materia di legge regionale.
Il 3 giugno 2026 la Regione Lombardia ha promulgato la legge regionale n. 11, la prima normativa italiana dedicata ai data center. La legge introduce procedure autorizzative semplificate per gli impianti capaci di valorizzare il calore di scarto. Le tecnologie trattate si basano su pompe di calore in configurazione aria-acqua o acqua-acqua, con configurazioni bistadio che raggiungono temperature di mandata tra 90°C e 130°C, così da rendere il calore recuperato idoneo al teleriscaldamento urbano, a processi industriali, a serre agricole e a impianti sportivi. Secondo i dati di Assintel e Anitec-Assinform, il 63% dei nuovi data center italiani in sviluppo nel 2026 sorgerà proprio in Lombardia, concentrando su questa regione gran parte del potenziale di recupero termico.
A2A ha già avviato progetti pilota di recupero del calore, per portarlo nella propria rete di teleriscaldamento.
“In un’ottica di riciclo”, dichiara Emmanuel Becker, “Mediterra è attiva nel fornire il calore prodotto dai server alle realtà industriali vicine ai data center. Privilegiamo l’uso industriale a quello residenziale perché nel primo caso è meno oneroso costruire le tubazioni per trasportare l’acqua calda, dato che in Italia sono molto poche le città con edifici pronti per il teleriscaldamento.”
L’altro fronte critico è il consumo di acqua. Gli indicatori di riferimento sono il PUE (Power Usage Effectiveness) e il WUE (Water Usage Effectiveness), che misurano rispettivamente l’efficienza energetica e quella idrica delle infrastrutture. Per ridurre – idealmente azzerare – il consumo di acqua potabile, la nuova legge lombarda impone il ricorso prioritario ad acque reflue trattate, acque grigie depurate o acque meteoriche.
“Il consumo di acqua da parte dei data center è un mito che va sfatato”, afferma Emmanuel Becker. “È vero che in Virginia, negli Stati Uniti, esistono data center che consumano molta acqua per il raffreddamento, ma sono impianti vecchi, che non rispettano i criteri costruttivi e di funzionamento più recenti. La grande maggioranza dei data center, praticamente la totalità di quelli recenti, usa sì l’acqua per il raffreddamento, ma a ciclo chiuso, quindi, una volta riempiti i circuiti dell’impianto termico, il consumo di acqua per il raffreddamento è nullo. In pratica l’acqua è usata per estrarre il calore dai rack e portarlo agli scambiatori acqua-aria, per poi tornare verso i server. Va notato che in Italia esistono anche alcuni data center che estraggono l’acqua dal sottosuolo (per esempio quelli del campus Aruba IT3 a Bergamo), per poi reimmetterla più calda. Ma secondo me questa è una pratica che scomparirà, perché può alterare l’equilibrio della falda acquifera e l’ecosistema microbico sotterraneo.”
Il retrofit come risposta: modernizzare invece di costruire
Di fronte a tempi di realizzazione lunghi, costi crescenti dei materiali e scarsità di energia per i nuovi impianti, un numero crescente di operatori sceglie una strada diversa rispetto alla costruzione greenfield: il retrofit, ovvero la modernizzazione dei data center esistenti. Secondo Vertiv Italia, il retrofit, fino a poco tempo fa considerato un ripiego, sta diventando una scelta strategica per rispondere alla domanda attuale e rafforzare la resilienza futura degli impianti. Ne abbiamo parlato con Andrea Faeti, Sales Director Enterprise Accounts di Vertiv Italia.

Sul fronte dell’energia richiesta dai data center, diversi operatori italiani puntano sui retrofit invece che su nuovi data center greenfield, perché “la disponibilità di energia è oggi uno dei fattori più determinanti nella realizzazione di un data center. L’aumento della domanda energetica, sia per gli impianti nuovi sia per quelli aggiornati, è una diretta conseguenza della diffusione sempre più pervasiva dell’intelligenza artificiale, che richiede elaborazioni complesse e particolarmente energivore”, dice Andrea Faeti. “Chiedere al gestore un potenziamento della fornitura esistente è decisamente più semplice che partire da zero, magari in un’area priva di un’infrastruttura di distribuzione adeguata. Un data center già operativo, per quanto datato, dispone infatti già di tutto ciò che serve per l’alimentazione: nella maggior parte dei casi basta un upgrade. Anche sul fronte dei tempi autorizzativi e realizzativi, potenziare un impianto esistente resta un’operazione molto più rapida.”
In concreto, le voci di spesa che pesano di più, quando si decide di modernizzare un data center esistente, variano da caso a caso, perché non esiste, soprattutto con le realtà più datate, un impianto standard. “Progettare l’aggiornamento di un data center tramite retrofit significa, salvo rare eccezioni, non poter fare affidamento su due progetti identici: ogni struttura è un caso a sé. È un approccio molto diverso rispetto alla costruzione ex novo, dove invece si punta a replicare più volte lo stesso progetto di base per ottenere economie di scala, pur con i necessari adattamenti”, aggiunge Faeti. “Nella maggior parte dei casi, l’intervento di retrofit comporta una revisione degli spazi interni, perché possono servire impianti aggiuntivi per l’alimentazione e il raffreddamento, collocati all’interno dell’edificio oppure all’esterno, a seconda delle necessità e degli spazi disponibili. Le soluzioni variano molto caso per caso, ma, secondo l’esperienza di Vertiv, l’aggiornamento di un data center comporta nella maggioranza dei casi un aumento dell’area dedicata agli impianti.”
La gestione del calore prodotto dai rack, soprattutto da quelli più recenti che sviluppano potenze dell’ordine dei MW, è uno dei compiti più impegnativi. “I processori più recenti destinati ai data center, in particolare le GPU per l’intelligenza artificiale, lavorano a temperature elevate: le NVIDIA H100, H200, B200 e GB200, ad esempio, sono progettate per funzionare tra 40 e 85°C a seconda del tipo di raffreddamento adottato. Con il raffreddamento a liquido, ormai lo standard per Blackwell e le serie successive, l’intervallo si restringe a 42-48°C,” continua il manager di Vertiv. “Il fluido refrigerante, tipicamente una miscela composta al 75% da acqua e al 25% da glicole propilenico, esce dai rack a una temperatura sufficientemente alta da poter essere sfruttata, tramite uno scambiatore di calore, per riscaldare ambienti domestici oppure, con l’ausilio di una pompa di calore che ne innalzi la temperatura oltre i 100°C, per processi termici industriali.”
Nel caso residenziale si parla quindi di teleriscaldamento, soluzione che permette di valorizzare concretamente il calore generato dai data center. “Il limite principale è che la realizzazione di una rete di teleriscaldamento richiede tempi lunghi e costi elevati. Il discorso cambia se l’impianto esiste già, perché basta un semplice collegamento al data center. Pianificare contemporaneamente un data center e un sistema di teleriscaldamento resta comunque un’operazione complessa,” riflette Andrea Faeti. “Diverso è il caso della CDU (Coolant Distribution Unit) liquid-to-air, la soluzione proposta da Vertiv quando non è possibile riutilizzare il calore in altri impianti. Si tratta di un circuito chiuso in cui il liquido refrigerante, mosso da una pompa, cede il calore a un radiatore che lo trasferisce all’aria ambientale grazie a un ventilatore. Questa soluzione non consuma acqua, è più rapida e semplice da installare perché non richiede tubazioni idrauliche, è compatta, permette interventi poco invasivi in prossimità dei rack ed è dotata di sistemi di monitoraggio che ne garantiscono la sicurezza operativa. Non è la soluzione energeticamente più efficiente, ma è certamente la più facile da integrare nei data center, in particolare in quelli aggiornati con rack ad alta densità di potenza che richiedono il raffreddamento a liquido.”

Per accelerare l’installazione delle infrastrutture in un data center già esistente, “Vertiv punta molto sulla modularità delle proprie soluzioni, come dimostra SmartRun: un sistema infrastrutturale IT sopraelevato e prefabbricato, progettato per garantire velocità e semplicità end-to-end. Nell’impianto sono integrati la distribuzione dell’alimentazione ad alta densità, il raffreddamento a liquido, la rete e l’infrastruttura di contenimento, il tutto racchiuso in un’unica piattaforma multifunzione, modulare, scalabile e configurabile in base alle esigenze progettuali del cliente,” afferma Andrea Faeti. “SmartRun, pensato per i data center di fascia molto alta dedicati all’intelligenza artificiale, si affianca ai sistemi skid: veri e propri moduli delle dimensioni di uno o più container, pre-assemblati in fabbrica e consegnati al cliente già collaudati e pronti a funzionare, una volta effettuati gli allacciamenti necessari. A seconda della configurazione del data center, queste soluzioni permettono di ridurre i tempi di installazione del 40%, del 50% e in alcuni casi fino all’85%.”
Le vulnerabilità dei sistemi cyber-fisici dei data center
I data center ospitano numerosi sistemi informatici che governano impianti vitali: Building Management System (BMS), Building Automation System (BAS), sistemi di distribuzione dell’energia, piattaforme di monitoraggio e controllo, gruppi di continuità (UPS), generatori, infrastrutture di raffreddamento e soluzioni di Data Center Infrastructure Management (DCIM). Sono tutti elementi cruciali per la continuità operativa, l’affidabilità, l’efficienza e la sicurezza fisica.
Secondo una ricerca presentata nel rapporto “State of CPS Security: Data Center Exposures”, e condotta dal Team82 di Claroty, azienda specializzata nella protezione dei sistemi cyber-fisici (CPS), quasi un asset su cinque dei data center è raggiungibile con un solo salto (hop) di rete da sistemi con connessioni in uscita. Una condizione che apre un potenziale percorso di attacco da parte dei cyber criminali, pronti a compromettere gli asset esposti.
La ricerca evidenzia le esposizioni più rilevanti: le unità di distribuzione dell’alimentazione (41%) e i sistemi HVAC e di raffreddamento (32%) sono le categorie con la percentuale più alta di asset esposti a Internet o raggiungibili con un solo hop da una connessione pubblica rischiosa. L’88% dei BMS comunica tramite protocolli non sicuri, mentre il 40% utilizza firmware obsoleti. Oltre l’80% dei sistemi di controllo OT, dei sistemi di monitoraggio dell’alimentazione e dei dispositivi IoT impiega protocolli legacy insicuri come BACnet e Modbus. Il 23% dei dispositivi IoT nei data center presenta vulnerabilità note e già sfruttate attivamente (KEV, Known Exploited Vulnerabilities).

“I data center si sono evoluti fino a diventare infrastrutture critiche a livello globale e, proprio come le reti elettriche o i sistemi di trasporto, rappresentano obiettivi di grande valore per i criminali, interessati a comprometterne le operazioni“, dichiara Amir Preminger, CTO e responsabile del Team82 di Claroty. “In un contesto in cui la protezione dei data center è sempre più cruciale per sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale e tutelare la sicurezza economica e nazionale, rafforzare la resilienza operativa rappresenta la strategia più efficace per gli operatori chiamati a proteggere i complessi ecosistemi dei sistemi cyber-fisici”.
Secondo il Team82 di Claroty, per garantire continuità operativa e conformità normativa, gli operatori dovrebbero adottare una strategia fondata su quattro colonne.
- La prima è la gestione continua delle esposizioni, per mappare i percorsi di attacco.
- La seconda è la segmentazione della rete secondo i principi Zero Trust, per limitare i movimenti laterali e ridurre l’impatto di compromissioni.
- La terza colonna è l’irrobustimento dei BMS, per isolare i sistemi legacy non aggiornabili con patch.
- Infine la quarta è il rilevamento delle minacce basato sulla conoscenza dei protocolli industriali, per monitorare anomalie nell’ambiente operativo.
Grazie all’integrazione di questi pilastri in un programma organico di protezione dei sistemi cyber-fisici, gli operatori possono colmare le lacune di visibilità, contenere i movimenti dei cyber criminali e garantire la continuità operativa dell’infrastruttura IT che da tempo è la base delle aziende.
I nuovi data center in Italia
Il Governo ha riconosciuto come “di preminente interesse strategico nazionale” due nuove iniziative per la costruzione di data center sul territorio italiano, per un investimento complessivo stimato in circa 6,8 miliardi di euro. Il provvedimento, approvato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e basato sul Decreto Asset del 2023, porta a sette il numero totale dei progetti che godono di questo riconoscimento, per un ammontare complessivo di investimenti dichiarati vicino ai 27 miliardi di euro. Si tratta di capitali interamente di natura privata, che non comportano alcun esborso da parte dello Stato.
- Il primo dei due nuovi programmi, “K2 Strategic Infrastructure“, prevede un campus di livello hyperscaler tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella, a sud di Milano, con potenza massima di circa 400 MW e investimento stimato in 5,3 miliardi. Lo ha presentato K2 Strategic Infrastructure Italy, controllata di K2 Strategic, divisione infrastrutture digitali del gruppo Kuok, che sarà proprietaria dell’impianto e lo gestirà.
- Il secondo, “Digital Vault Sulcis“, sorgerà nell’ex miniera di carbone di Monte Sinni, a Nuraxi Figus (Gonnesa): un data center che sarà sviluppato in fasi, a partire da una capacità IT principalmente dedicata all’AI di circa 30 MW, per poi crescere nel tempo fino a circa 50-60 MW-IT, equivalenti a 100 MW di potenza elettrica. Il sistema sarà alimentato da fonti rinnovabili, batterie e accumulo gravitazionale tramite pompaggio d’acqua nei pozzi minerari. L’accumulo gravitazionale fornirà 20 MW, le batterie al litio 80 MW. L’iniziativa fa capo a Energy Vault Sulcis, controllata dell’americana Energy Vault Holdings, con Carbosulcis come partner territoriale. Il completamento dell’accumulo è previsto nel 2027-2028, subordinato alle autorizzazioni e alla capacità concessa da Terna, mentre per il data center non ci sono ancora date certe.
- Il capostipite dei sette progetti, di fine novembre 2024, riguarda l’espansione della regione cloud AWS Europe (Milan), attiva dal 2020: Amazon Web Services investirà oltre 1,2 miliardi in cinque anni, oltre ai 2 miliardi già impegnati, in due siti da completare entro il 2027, tra Rho e Pero e a Zibido San Giacomo.
- Il programma più grande è di Vantage Data Centers, società con sede a Denver, che nel 2024 ha raccolto 9,2 miliardi di dollari per la crescita in Nord America ed EMEA. Approvato nell’ottobre 2025 per circa 4 miliardi, l’impianto italiano si articolerà su tre campus lombardi (Melegnano, Settimo Milanese e Cornaredo) ed è stato esteso a giugno a un quarto sito a Tavazzano con Villavesco, per un totale di 8 miliardi. Il polo di Melegnano (MXP1) avrà una potenza di 64 MW su 48.000 mq, quello di Settimo Milanese (MXP2) 32 MW con oltre 350 milioni di investimento.
A maggio è arrivato il via libera a EdgeConneX Campus Italia, tre campus per oltre 300 MW a Opera, Pieve Emanuele e Bertonico (Lodi), da completare entro il 2031: 3 miliardi di investimento diretto più 5 miliardi per apparati, reti e servizi. A Opera sono già state acquistate tre aree contigue per un impianto da 60 MW, con fine lavori nel 2029. La società fa capo alla statunitense EdgeConneX, controllata dai fondi EQT Infrastructure dal 2020, con Sixth Street in minoranza dal 2024.
Equinix, che gestisce oltre 280 data center nel mondo e cinque in Italia (Milano, Basiglio, Settimo Milanese, Genova), ne realizzerà altri sette a Settimo Milanese e Cusago per 4 miliardi tra il 2026 e il 2033, destinati sia alla colocation sia ai carichi hyperscale per l’AI, con fabbisogno elettrico interamente coperto da fonti rinnovabili. - Infine, il Cavour Hyperscale Campus prevede la riconversione dell’ex centrale termoelettrica Galileo Ferraris di Trino (Vercelli), per circa 4 miliardi e una potenza dichiarata tra 300 e 400 MW (non è chiaro se questa potenza è riferita alla capacità di calcolo o a quella elettrica). Il progetto è promosso da Techbau, il cui capitale è diviso tra l’amministratore delegato Andrea Marchiori e il fondo BentallGreenOak. Il primo lotto è previsto entro il 2028.
Un data center a impatto zero
Un data center a impatto zero nascerà a Figline Valdarno, frutto dell’accordo tra Comtel – gruppo quotato in Borsa e che opera da oltre vent’anni nell’integrazione di sistemi ICT in Italia – e H2-Era Green Valley, società impegnata nella realizzazione di un complesso industriale sostenibile. L’intesa prevede lo sviluppo del primo data center concepito come parte integrante di un sistema industriale di economia circolare a impatto zero, all’interno di un’area industriale dismessa che verrà rigenerata e trasformata in un polo di innovazione tecnologica e ambientale.
Il modello messo a punto dalle due aziende si fonda sull’integrazione di più filiere produttive, alimentate da un impianto fotovoltaico che coprirà l’intero fabbisogno energetico del data center, garantendone la totale autosufficienza. L’energia prodotta in eccesso alimenterà un sistema di elettrolisi per la generazione di idrogeno verde, mentre l’ossigeno derivante da questo processo sarà impiegato in un allevamento ittico a ciclo chiuso, dedicato alla produzione di salmoni. Il calore di scarto generato dal data center verrà recuperato per la climatizzazione di una vertical farm, per ridurre ulteriormente i consumi energetici complessivi del sito.
Il progetto rappresenta un nuovo approccio industriale, in cui digitale, energia, sicurezza alimentare e rigenerazione territoriale convivono in un unico complesso integrato, a dimostrazione di come innovazione tecnologica e tutela ambientale possano procedere di pari passo.
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