Il Danubio presenta il conto

La siccità di agosto 2026 riaccende antiche dispute sulla sovranità delle acque

Inizio agosto 2026. L’atmosfera è spettrale in Ungheria. Dall’alto della collina che sovrasta il fiume, svetta il castello-fortezza di Visegrád, un’imponente cittadella medievale situata a 300 metri d’altezza sopra l’angusta ansa che il Danubio disegna in questo punto. I livelli fluviali toccano picchi negativi senza precedenti. All’ombra di un pioppo lungo l’argine, la temperatura segna 38 gradi centigradi. Gli occhi sono rossi e secchi per l’arsura. La navigazione è azzerata. Qualche sparuto avventore deambula alla ricerca di refrigerio. Sulla strada statale 11, semideserta, poche automobili si muovono lente. La linea extraurbana 880 si accosta a ciò che resta della diga mai nata di Nagymaros, per raccogliere pochi passeggeri diretti al confine con la Slovacchia. Siamo nel pieno di una secca mai vista, con buona pace dei negazionisti dei cambiamenti climatici

La stazione di misura di Nagymaros segna -88cm, un nuovo minimo storico. Anche la portata lo conferma: contro una media pluriennale di 2400 m3/s in questo tratto, il Danubio crolla a circa 700 m3/s, come segnala il Sistema Informativo Idrologico del Danubio.

Ma non è solo il clima a prosciugare il Danubio. E’ qui che, da decenni, si consuma una contesa tra Slovacchia e Ungheria sulla sovranità delle acque — problemi che la crisi climatica ha solo reso più manifesti.

Risalendo il Danubio, si arriva a Číčov, villaggio incastonato in quella striscia di Slovacchia densamente popolata da una minoranza magiara. «Oggi abbiamo questo problema della siccità, ma non è più solo una questione estiva: ormai è diventato cronico. L’acqua è a Gabčíkovo per la centrale idroelettrica. È lì che c’è l’acqua. D’altra parte l’energia ci serve, e quindi… eccoci qua», commenta Tom, che lavora come guardaboschi nell’area.

Il nodo di tutta la questione si trova più a monte, infatti, a circa 140 km da Nagymaros. Il grande invaso slovacco che alimenta Gabčíkovo devia la quasi totalità delle acque, lasciando al vecchio alveo – che traccia il confine tra Slovacchia e Ungheria – soltanto una piccola frazione del flusso originario. Due danni che si sommano: l’antico corso vede ridursi la portata, mentre l’acqua restituita più a valle dalla centrale, priva di sedimenti e più aggressiva, contribuisce a erodere il letto fluviale. Sulla vicenda pesa una disputa internazionale vecchia di trent’anni.

Tra Domos E Esztergom Foto Ilaria C. Restifo
Tra Domos e Esztergom_Foto Ilaria C. Restifo

Il problema ungherese e la diga mai nata

E’ vero che la crisi idrica del Danubio si ripresenta puntuale ogni estate, ultimamente. Ma vedersi negare le imbarcazioni da Budapest a Visegrad per l’impossibilità stessa di navigare il fiume più grande d’Europa, fa una certa impressione.

Cause distinte che creano lo stesso effetto: acqua bassa, secche, fondali esposti, poca pressione nelle falde acquifere, letto del fiume sempre più basso. Anno dopo anno, le criticità si espandono, arrivando a toccare un nodo nevralgico: la sicurezza energetica delle centrali lungo il fiume, siano esse idroelettriche o nucleari. A inizio agosto, la centrale di Paks entra in allerta per il livello eccezionalmente basso del Danubio, mentre a Gabčíkovo, la centrale idroelettrica lavora a regime ridotto con una sola turbina attiva su otto.

Nell’ansa di Nagymaros, in Ungheria, al fattore climatico si aggiunge una cicatrice storica. Contestata, gestita in modo dubbio, ignorata per decenni, la crisi dei flussi attira sospetti e tabù. Ma le cause vengono da lontano.

Budapest, 1977. Ungheria e Cecoslovacchia firmano un trattato per costruire un sistema integrato di dighe. L’obiettivo è comune: produrre energia, migliorare la navigazione, controllare le piene. Il progetto prevedeva un sistema binario: a monte, lo sbarramento di Gabčíkovo, in Slovacchia, per canalizzare l’acqua e produrre energia. A valle, a Nagymaros, in Ungheria, una seconda diga compensativa, con la funzione di trattenere l’ondata d’acqua restituita dalla centrale di Gabčíkovo e livellare la portata del fiume.

Dodici anni dopo, nel 1989, Budapest fa marcia indietro: il governo ungherese – ancora comunista ma sotto la crescente pressione di un dirompente e innovativo movimento ambientalista – sospende i lavori a Nagymaros. Per il premier Miklós Németh, il progetto è ormai «un simbolo di un modello economico superato e di un processo decisionale disfunzionale». L’allora Cecoslovacchia, invece, dopo due anni di negoziati senza esito, avvia nel 1991 la cosiddetta Variante C, che devia il corso naturale del Danubio a Čunovo, convogliando circa l’80% delle acque in un massiccio canale di adduzione di 17 km prima di alimentare la centrale idroelettrica di Gabčíkovo, e ricollegarsi poi al corso originale 8 km più a valle, a Sap, in territorio slovacco.

Centrale Di Gabcikovo Foto Ilaria C. Restifo
Centrale-di-Gabčíkovo_Foto Ilaria C. Restifo

Nel 1997 arriva la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia: entrambi gli Stati hanno violato il diritto internazionale. Il primo perché non aveva il diritto di sospendere unilateralmente il trattato, il secondo perché non aveva il diritto di deviare unilateralmente le acque.

La Corte ha ordinato alle due parti di negoziare in buona fede per conciliare gli obiettivi. Ma la trattativa non si è mai davvero conclusa. A colmare il vuoto resta un accordo tecnico bilaterale, nato come provvisorio e mai sostituito, con cui la Slovacchia si impegna a restituire al vecchio alveo del Danubio una portata media di 400 m³/s. È in questo limbo giuridico che si inseriscono polemiche e recriminazioni, ma anche il precario equilibrio con cui si sono gestite finora le emergenze — un equilibrio che i minimi storici di quest’estate hanno fatto scricchiolare: serve un netto cambio di passo nella governance del fiume.

L’utopia della linea retta e il risveglio dell’Inner Delta

Quaranta chilometri, o giù di lì. Tanto è lungo l’intero complesso di deviazione del Danubio: dallo sbarramento di Čunovo fino a Sap, dove le acque convogliate nel canale si ricongiungono al vecchio alveo. Una traiettoria forzata che scorre parallela a ciò che i locali chiamano Inner delta, un’immensa zona umida che si estende per decine di migliaia di ettari. Modellata da una fitta trama di meandri, questi rami secondari hanno per secoli dettato la vita e le catastrofi del territorio. Le piene del fiume hanno scritto pagine amare di storia, tra cui la drammatica alluvione che nel 1965 ha messo in ginocchio l’area di Číčov. Un trauma collettivo che ancora oggi viene evocato nel centro visite di Gabčíkovo per legittimare la grande opera e imporre l’utopia della linea retta sulla naturale complessità del fiume.

Ma cosa c’era prima di questa forzatura? Ce lo racconta Andrea Francova, della ONG ambientalista BROZ, attiva nel ripristino fluviale dei canali secondari. Francova rievoca la dinamica originaria del fiume, in un’epoca in cui il corso d’acqua respirava con la stagionalità: «Tutto è connesso ai rami secondari, il che significa che l’acqua è presente ovunque. Gli argini sono stati costruiti per gestire il livello dell’acqua, e si trovano in tutta l’area. In passato, il Danubio fluiva nello spazio esterno circostante per circa 50 chilometri, causando massicce inondazioni. Ma queste piene non erano così distruttive perché il livello dell’acqua era generalmente basso e si diffondeva su un’area molto ampia».

Un equilibrio spezzato quando «i gestori hanno deciso di convogliare l’acqua in un unico canale dritto, isolando tutti i rami secondari che erano collegati al Danubio». È da questo errore che oggi riparte la necessità del recupero. La linea retta ha infatti innescato un cortocircuito: isolare i rami secondari ha lasciato a secco intere aree golenali, interrotto la riproduzione dei pesci legati ai fondali ghiaiosi e, soprattutto, bloccato il trasporto dei sedimenti, causando il progressivo abbassamento del letto del fiume.

Foglie Gialle
Alberi ingialliti lungo il percorso_ Foto Ilaria C. Restifo

E’ uno scontro tra due filosofie. Da un lato i gestori idrici difendono una scelta di compromesso: garantire un apporto minimo di 15 m3/s nei canali secondari e compensare la scarsità con la chiusura delle barriere per trattenere l’acqua. Dall’altra, BROZ e i comitati locali bocciano la strategia: «15 metri cubi sono niente!». Perché l’acqua viene subito divorata dalla vegetazione e l’ecosistema muore soffocato. Chiudere le barriere significa trasformare un sistema vivo in uno stagnante. «Un fiume che scorre pulisce il fondo ghiaioso e permette all’acqua di infiltrarsi nelle falde sotterranee. Un fiume stagnante lascia depositare i sedimenti che si incollano al fondale e impediscono l’infiltrazione nelle riserve idriche sotterranee», conclude Francova.

Il braccio di ferro sui canali interni, però, è solo la punta dell’iceberg. La tensione si sposta ben oltre l’Inner Delta, riaccendendo vecchie polemiche internazionali tra Ungheria e Slovacchia, con Budapest che torna a chiedere formalmente i 400 metri cubi d’acqua al secondo previsti dagli accordi.

Oltre l’emergenza: il clima impone una revisione della gestione idrica

È in questo clima che, nella prima metà di agosto, il Danubio torna a essere un nervo scoperto. Il 6 agosto 2026, a seguito di contatti d’emergenza con il ministro slovacco dell’Ambiente Tomáš Taraba, la ministra degli Esteri Anita Orbán incassa l’impegno di Bratislava a garantire il massimo flusso possibile. Dal canto suo, l’esecutivo slovacco rivendica il rispetto della soglia minima dei 400 metri cubi al secondo, respingendo le voci circolate nei giorni precedenti secondo cui la Slovacchia avesse deliberatamente trattenuto l’acqua.

Ma mentre la diplomazia prova a raffreddare i toni, il clima interno è già incandescente. Intorno a metà agosto, il governo ungherese ricorre a misure di emergenza mai adottate prima: affondare due chiatte da ottanta metri nel Danubio e costruire una soglia subacquea per sollevare artificialmente il livello dell’acqua e impedire lo shutdown della centrale nucleare di Paks, ridotta al 25% della capacità. È un intervento che racconta più di mille parole.

Ponte Margherita Budapest
Ponte Margherita Budapest_ Foto Ilaria C. Restifo

Anche la voce degli esperti interviene per rompere un silenzio che dura da troppo tempo. Il 5 agosto, il presidente della Camera degli Ingegneri d’Ungheria, Wagner Ernő, richiama la responsabilità politica e tecnica con una frase da manifesto: “Chi sa, faccia; chi capisce, parli; chi modella, agisca”. La crisi è il risultato di una governance che ha rinviato decisioni essenziali sulla gestione del fiume, lasciando per decenni il Danubio senza strumenti di risposta quando la portata scende sotto soglie critiche.

Adesso, il fattore climatico accelera tutto. Le analisi scientifiche pubblicate in agosto — dalle valutazioni del WWF Danube-Carpathian Programme ai monitoraggi sul campo del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea — convergono su un punto: il Danubio sta entrando in una fase di stress idrico permanente, con portate estive sempre più basse, maggiore variabilità, e un aumento delle “giornate critiche” per navigazione, biodiversità e sicurezza energetica.

La chiamata degli esperti è, in fondo, una chiamata politica: «L’acqua non è solo una condizione di vita, ma l’architettura della civiltà. I limiti delle possibilità per comunità, economie e Stati si tracciano lungo le linee dell’abbondanza e della scarsità idrica». E’ necessario dotarsi di una strategia idrica moderna, capace di integrare pianificazione energetica, tutela degli ecosistemi e gestione delle crisi. Una governance che non rincorra il fiume quando si abbassa, ma che sappia preservarlo, restituendogli la forza che il clima sta erodendo.  Il Danubio è il fiume più internazionale al mondo, un’icona. Oggi, più che mai, chiede di essere trattato non come un’emergenza stagionale, ma come un sistema vivente da cui dipende la stabilità di un intero territorio.


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Consulente e ricercatrice freelance in ambito energetico e ambientale, ha vissuto a lungo in Europa e lavorato sui mercati delle commodity energetiche. Si è occupata di campagne di advocacy sulle emissioni climalteranti dell'industria O&G. E' appassionata di questioni legate a energia, ambiente e sostenibilità.