Mare, Italia ai vertici con circa il 90% dei siti eccellenti

Rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente: resta però il nodo delle criticità croniche nei singoli territori

I turisti che scelgono di trascorrere le proprie vacanze estive nel mare d’Europa, possono contare su standard di sicurezza sanitaria straordinariamente elevati. Il quadro emerge con chiarezza dall’ultimo rapporto European bathing water quality pubblicato dallo European Environment Agency (Eea), che ha analizzato i dati raccolti tra il 2022 e il 2025 su ben 22.289 siti distribuiti tra i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, l’Albania e la Svizzera. A livello continentale, la quota di acque classificate con qualità eccellente ha raggiunto l’84% complessivo, dato che sale all’85% se si isolano i soli confini comunitari. In questo scenario di eccellenza diffusa, l’Italia rivendica un ruolo di assoluto primo piano, superando la media europea e attestandosi su un lusinghiero 89,8% di acque eccellenti. La Penisola non è soltanto un modello di conformità ai parametri biologici, ma rappresenta una quota monumentale del patrimonio turistico e ambientale dell’Unione.

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Foto di frank mckenna su Unsplash.

Il monitoraggio ha preso in esame 14.861 acque costiere in Europa e l’Italia, da sola, ne ospita il 33%. Significa che un terzo di tutte le spiagge monitorate in Europa si trova lungo le coste italiane, una densità che stacca nettamente altre grandi nazioni marittime come la Francia e la Spagna, ferme ciascuna al 14% del totale europeo.

La mappa della balneabilità europea

Il livello di purezza microbiologica riscontrato oggi è il risultato di una profonda trasformazione strutturale avviata negli ultimi decenni. Il drastico abbattimento degli inquinanti organici e dei patogeni riversati nei corpi idrici è stato reso possibile grazie a imponenti investimenti infrastrutturali nelle reti di collettamento e negli impianti di depurazione delle acque reflue urbane. L’azione sistematica di controllo prevista dalla Direttiva sulle Acque di Balneazione (Bwd) ha spinto le amministrazioni locali a risanare anche fiumi e bacini un tempo pesantemente compromessi dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione selvaggia, restituendo spazi pubblici alla cittadinanza e preservando la salute pubblica.

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Qualità delle acque di balneazione costiere per paese nel 2025 (Eea).

La geografia della qualità dell’acqua mostra tuttavia profonde asimmetrie tra i diversi Stati membri. Se l’Italia brilla a ridosso della soglia del 90%, nazioni come Cipro, Grecia, Bulgaria e Austria riescono a fare ancora meglio, superando il 95% di siti eccellenti grazie a specifiche configurazioni geografiche o a reti idriche interne fortemente protette. Sul fronte opposto della classifica, la transizione ecologica della risorsa idrica procede a rilento in Europa orientale e nel Nord: Belgio, Ungheria, Polonia, Estonia e Albania registrano performance inferiori, non riuscendo a superare la soglia del 70% di siti di livello eccellente.

Per quanto riguarda la distinzione tra le tipologie di specchi d’acqua, i dati europei evidenziano che le acque marittime godono generalmente di una salute migliore rispetto alle acque interne, con l’87,4% di litorali eccellenti contro il 78,3% di fiumi e laghi. Paesi privi di sbocchi al mare come l’Austria o con una forte tradizione lacustre come la Finlandia e la Germania guidano la classifica delle acque interne con oltre il 90% di promossi, mentre Spagna e Portogallo faticano nei loro bacini interni, scivolando sotto il 60% di siti eccellenti.

Report Eea: i criteri scientifici del monitoraggio

La metodologia applicata dalle autorità nazionali e locali per determinare i giudizi di balneabilità è rigorosa e standardizzata. La Direttiva si concentra sulla ricerca di due specifici indicatori batterici di contaminazione fecale, l’escherichia coli e gli enterococchi intestinali, la cui presenza segnala il rischio di trasmissione di patogeni pericolosi per l’uomo. L’esposizione ad acque inquinate può infatti provocare disturbi gastrointestinali, infezioni alle orecchie, agli occhi e alle vie respiratorie superiori, fino a patologie più severe nei casi più rari.

La classificazione ufficiale prevede quattro categorie (eccellente, buono, sufficiente, scarso) ed è calcolata su una serie storica di lungo periodo che abbraccia quattro stagioni balneari consecutive, così da neutralizzare le anomalie di un singolo anno e valutare l’efficacia reale delle misure di gestione ambientale. Il protocollo impone un minimo di quattro campionamenti per ogni sito durante la stagione, con cadenza almeno mensile.

I ricercatori dell’Agenzia Europea ricordano tuttavia che un giudizio di eccellenza della Direttiva sulle Acque di Balneazione non garantisce automaticamente il rispetto degli obiettivi della Direttiva Quadro sulle Acque (Wfd). Quest’ultima analizza infatti lo stato chimico ed ecologico complessivo dei corpi idrici, monitorando anche sostanze chimiche e inquinanti industriali che non rientrano nei controlli microbiologici standard della balneazione, ma che pesano sull’ecosistema. Analogamente, fenomeni naturali ma amplificati dalle attività umane, come le fioriture di cianobatteri tossici (le alghe tossiche), sfuggono ai conteggi batterici pur costringendo le autorità a vietare temporaneamente la balneazione per tutelare i bagnanti.

Mare, paradosso italiano delle 34 spiagge “fuorilegge”

Nonostante i dati complessivi premino l’Italia, il rapporto mette in luce una criticità strutturale radicata sul territorio. Le problematiche principali sono legate all’inquinamento di breve durata, causato tipicamente dalle forti piogge: quando le precipitazioni intense superano la capacità dei sistemi di trattamento urbani, gli scarichi di emergenza riversano nei fiumi o in mare acque reflue non trattate.

Il dato più severo per l’Italia riguarda i siti classificati come scarsi per cinque anni consecutivi. La normativa europea prevede che, in assenza di miglioramenti dopo un quinquennio, scatti il divieto permanente di balneazione o un avviso di sconsiglio permanente. Nel quinquennio precedente alla stagione 2025, ben 57 siti in tutta l’Unione Europea sono rimasti intrappolati nella classe di qualità inferiore. Di questi, la quota di gran lunga maggiore appartiene all’Italia con ben 34 siti cronici, seguita dalla Francia con 16 e dalla Spagna con 3.

Questo significa che oltre il 59% dei siti costantemente inquinati d’Europa si concentra lungo le coste italiane. Tra questi punti critici nazionali, solo una minima parte ha mostrato segni di ripresa, mentre la maggioranza è rimasta in condizioni di degrado o non ha potuto essere valutata per insufficienza di campionamenti, confermando la necessità di interventi mirati di bonifica strutturale da parte delle amministrazioni locali.

Verso la tolleranza zero: nuova strategia per la resilienza idrica

Il monitoraggio delle acque si inserisce nel più ampio Piano d’azione dell’Unione Europea per l’inquinamento zero, una cornice legislativa in profonda evoluzione per rispondere alle sfide del cambiamento climatico. L’architettura normativa attuale poggia su pilastri storici come la Direttiva sui nitrati e la Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane, ma il legislatore europeo ha impresso una forte accelerazione per modernizzare gli strumenti di tutela.

Nel giugno 2025 la Commissione Europea ha adottato la nuova Strategia per la resilienza idrica, un piano d’azione che punta a ripristinare il ciclo naturale dell’acqua, incrementare l’efficienza idrica e garantire forniture pulite e accessibili attraverso più di cinquanta azioni concrete focalizzate su una governance integrata. A questo si è aggiunto il tassello normativo fondamentale approvato nel maggio 2026, con l’introduzione di regole comunitarie ancora più stringenti sugli inquinanti idrici. I nuovi standard estendono i requisiti di monitoraggio ai contaminanti emergenti che minacciano la salute umana e ambientale, come le sostanze perfluoroalchiliche (i famigerati Pfas), le microplastiche e i residui di prodotti farmaceutici.

La Direttiva sulle Acque di Balneazione resta lo strumento di difesa più vicino ai cittadini e la recente valutazione europea ne ha confermato l’efficacia sul campo, indicando però la necessità di allineare i suoi protocolli microbiologici con le nuove priorità chimiche e industriali della legislazione continentale.

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