Sicurezza energetica nell’era della terza guerra del Golfo

Lo studio Morningstar DBRS vede nella crisi in Medio Oriente un possibile acceleratore della transizione

L’ultima edizione del Climate Risk Navigator di Morningstar DBRS esamina il conflitto in Medio Oriente in chiave climatica e di sicurezza energetica, collegando le interruzioni nelle forniture di petrolio e gas e gli shock di prezzo alla necessità di rafforzare resilienza e diversificazione dei sistemi energetici.

iran Sicurezza energetica
Foto di Peggy und Marco Lachmann-Anke da Pixabay

Nel documento è possibile osservare che, nonostante gli impegni net-zero, la transizione procede lentamente e i combustibili fossili coprono ancora oltre l’85% dell’energia primaria globale. In questo quadro, la chiusura dello Stretto di Hormuz alla navigazione ha alimentato nuove tensioni sui mercati: il Brent è salito del 27% fino a 117,65 dollari al barile lunedì 9 marzo 2026, prima di ritracciare, mentre i prezzi del gas hanno raggiunto i livelli più alti dal 2022. In risposta alla crisi, l’International Energy Agency ha annunciato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve di emergenza dei Paesi membri per contribuire ad attenuare le carenze di offerta.

Strategico investire in infrastrutture e fonti energetiche alternative

I punti messi in evidenza dallo studio forniscono un quadro ben preciso; l’aumento dei prezzi del petrolio rafforza la visione secondo la quale vi sia bisogno di più ampi investimenti in infrastrutture, tecnologia e fonti energetiche alternative. Gli shock di prezzo, si legge, possono spingere alcuni dei governi più colpiti a rimodellare la strategia energetica per migliorare sicurezza e resilienza a lungo termine, spesso con un maggiore ricorso a energia climate friendly.

La pressione è più marcata per i Paesi importatori netti con forte dipendenza dalle forniture del Golfo Persico, come India, Corea del Sud e Giappone, chiamati a garantire l’accesso all’energia nel breve termine e, al tempo stesso, a rafforzare la robustezza del mix nel medio-lungo periodo. Lo studio sottolinea come una strategia di sicurezza energetica richieda un orizzonte trasversale attraverso lo sviluppo di nuova capacità infrastrutturale o riforme delle reti esistenti, la gestione della dipendenza dell’industria da petrolio e gas e, elemento centrale, il tema dei costi.

L’analisi richiama anche il precedente europeo seguito allo shock del 2022; dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’UE ha definito una strategia accelerata per eliminare gradualmente le importazioni di gas naturale russo entro il 2027. La roadmap REPowerEU, adottata nel 2025, prevede inoltre un phase-out vincolante delle importazioni russe di petrolio, gas ed energia nucleare, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica dell’UE riducendo l’esposizione a un singolo fornitore e aumentando le capacità domestiche, con effetti anche sul percorso verso target climatici vincolanti.

Non solo, Vitaline Yeterian senior vice president and sector lead, European Financial Institution Ratings riferisce come “le interruzioni delle forniture di petrolio e gas e gli shock dei prezzi dell’energia ricordano che la sicurezza energetica di un Paese e i suoi sforzi per mitigare il cambiamento climatico hanno spesso un denominatore comune: le energie rinnovabili o l’energia non legata al carbonio, come il nucleare”, aggiungendo poi: “questo perché aumenta la diversificazione, mitigando una potenziale esposizione eccessiva a una singola fonte di energia o a una specifica regione.”

Gli obiettivi climatici riducono l’uso di energia carbon-related senza necessariamente eliminarla del tutto. L’aumento di rinnovabili o di energia non-carbon come il nucleare viene tipicamente collocato entro il 2050, in linea con obiettivi associati all’Accordo di Parigi stipulato nel 2025. Per Cina e India la traiettoria è indicata fino al 2070, con una quota di energia legata al carbonio che può far parte del mix. Poiché le decisioni su infrastrutture energetiche e sulle misure di mitigazione e adattamento hanno orizzonti medio-lunghi, il contesto attuale viene descritto come un possibile fattore che incentiva alcuni governi, soprattutto di nazioni importatrici, a rivedere la strategia energetica per aumentare sicurezza e la resilienza dell’approvvigionamento energetico verso paesi terzi.

Rischi associati al conflitto

Nel quadro dei rischi associati al conflitto, lo studio collega anche l’attuale dimensione energetica alla sicurezza idrica, indicando come l’escalation aumenti il rischio legato all’approvvigionamento dell’acqua, questo perchè l’acqua dolce è una risorsa strategica soprattuto in Medio Oriente, dove molti Paesi dipendono in larga misura dagli impianti di desalinizzazione, infrastrutture critiche e sensibili fondamentali per la fornitura idrica a scopi civili.

Gli Stati del Golfo operano circa 400 impianti che producono approssimativamente il 40% dell’acqua desalinizzata mondiale, mentre in Israele metà dell’acqua potabile proviene da cinque grandi impianti costieri. Con i cambiamenti climatici e l’evoluzione dei pattern meteo, questa dipendenza viene descritta come destinata a persistere; non è infatti un caso che, durante il corso di questo conflitto, alcuni impianti sono sotto minaccia e che alcuni sono già stati colpiti.


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