Medio Oriente, Italia sotto pressione nel nuovo scacchiere

Il ricatto del barile e la vulnerabilità dell'Europa: verso un nuovo shock energetico?

L’attuale crisi geopolitica in Medio Oriente mette a nudo la perdurante dipendenza dell’Europa dagli idrocarburi importati, che coprono quasi il 60% del fabbisogno energetico continentale. In questo scenario, l’Italia emerge come uno dei Paesi più esposti tra le grandi economie europee. La struttura del sistema energetico italiano rivela infatti una vulnerabilità strutturale superiore a quella dei suoi principali partner: la quota combinata di gas e petrolio nel mix energetico nazionale raggiunge il 74%, posizionandosi ben al di sopra della media UE che si attesta al 59%.

Medio Oriente
Foto di Moslem Daneshzadeh su Unsplash.

Mentre la Francia può contare su un massiccio parco nucleare che limita la sua dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, l’Italia si trova a dover gestire un’intensità energetica importata del Pil pari a 45,5 punti, un valore che la colloca in una fascia di rischio significativa, quasi identica a quella della Lituania e superiore a quella di potenze industriali come la Germania. Lo riferisce il report di S&P Global Ratings.

Il ritorno dell’instabilità e il rischio Hormuz

Nelle ultime settimane, il mercato ha già reagito con forza alle preoccupazioni per una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, punto di transito vitale per le forniture globali. I prezzi di riferimento del petrolio sono aumentati del 28%, mentre il gas naturale ha subito un’impennata ancor più drastica del 52%. Questa volatilità si trasmette con estrema rapidità alle bollette di famiglie e imprese italiane a causa del meccanismo di formazione del prezzo dell’energia elettrica.

In Europa, il costo dell’elettricità è determinato dall’ultima unità di energia immessa nel sistema che, nella maggior parte dei casi, è rappresentata dal gas. Ciò significa che, nonostante gli sforzi per diversificare le fonti, l’Italia subisce un trasferimento immediato dei rincari del mercato del gas sulle tariffe finali, minando la competitività del settore manifatturiero e il potere d’acquisto dei cittadini.

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Un confronto tra resilienza e vulnerabilità nazionale

Analizzando i dati nel dettaglio, si nota come l’Italia abbia compiuto progressi dal 2019, riducendo l’intensità energetica del proprio Pil del 29%. Tuttavia, questo sforzo non è stato sufficiente a colmare il divario con le economie meno esposte. Se confrontata con l’Irlanda, la cui economia basata sui servizi presenta un’intensità energetica inferiore del 58% rispetto alla media UE, o con la Francia, dove l’intensità energetica importata è di soli 35,4 punti contro i 45,5 italiani, il nostro Paese appare decisamente più fragile.

Esistono poi casi virtuosi come la Norvegia, l’Estonia e la Romania, che grazie a dotazioni interne di gas, scisto o capacità rinnovabile, risultano quasi immuni agli shock esterni. Al contrario, l’Italia condivide con economie come Grecia, Belgio e Spagna il peso di un sistema che richiede massicce importazioni per alimentare non solo il consumo interno ma anche, in alcuni casi, le infrastrutture logistiche e di stoccaggio.

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Crisi Medio Oriente: le contromisure tra fisco e decarbonizzazione

Per mitigare l’impatto di questa nuova crisi, il governo italiano, al pari degli altri esecutivi europei, potrebbe trovarsi costretto a reintrodurre sussidi energetici. Si tratta di una strada già percorsa nel biennio 2022-2023, quando tali misure superarono il 2% del Pil continentale, ma che comporta il rischio di un pericoloso deterioramento dei conti pubblici. Parallelamente, emerge l’opzione di tassare i profitti inaspettati delle aziende del settore energetico per finanziare la protezione dei consumatori.

Nel lungo periodo, la strategia rimane legata alla decarbonizzazione e agli investimenti in tecnologie per il risparmio energetico, sostenuti dai fondi del Next Generation EU. L’obiettivo è trasformare questa nuova minaccia in un acceleratore per il cambiamento, riducendo definitivamente quel legame tra crescita economica e volatilità dei mercati petroliferi che oggi penalizza il nostro Paese più di molti altri vicini europei.

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