Nuova “Via della Seta” energetica: gli investimenti della Cina

Rapporto Iea analizza l'evoluzione dei capitali commerciali di Pechino nelle economia emergenti

La Cina sta ricalibrando la strategia di finanziamento estero per rispondere a nuove dinamiche energetiche globali. A rivelarlo è il rapporto dell’Iea, intitolato China’s official energy finance in emerging and developing economies. La prima evidenza è che il panorama degli investimenti energetici globali sta attraversando una fase di profonda mutazione. Una fase segnata da un crescente squilibrio geografico che vede, in particolare, le economie emergenti e in via di sviluppo (Emde) attrarre appena il 27% degli investimenti totali e solo il 18% della spesa per l’energia pulita.

Cina
Foto di Ling Tang su Unsplash.

Tra il 2015 e il 2024, le istituzioni ufficiali cinesi hanno impegnato cumulativamente circa 483 miliardi di euro in progetti energetici nelle Emde, di cui 286 miliardi destinati ai combustibili fossili e 196 miliardi alle tecnologie pulite. Nonostante una contrazione dei volumi annuali rispetto ai picchi di metà del decennio scorso, Pechino rimane uno dei principali motori finanziari del settore, garantendo in media oltre 47 miliardi di euro l’anno, una cifra che rappresenta circa l’8% di tutti gli investimenti tracciati in energia pulita in queste regioni.

Dai prestiti sovrani all’ascesa degli attori commerciali

La struttura del finanziamento cinese sta vivendo un passaggio epocale dai modelli tradizionali basati sul debito pubblico a forme di impegno più articolate e competitive. Storicamente, l’azione era guidata dalle banche di politica statale, come la China Development Bank e la Export-Import Bank of China, che fornivano prestiti a lungo termine e, in misura minore, sovvenzioni. Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito a una drastica riduzione del lending di queste istituzioni, che ora si focalizzano quasi esclusivamente su tecnologie pulite dopo una fase di forte contrazione post-pandemica.

Al loro posto, hanno assunto un ruolo centrale le imprese statali (Soe), le banche commerciali di proprietà pubblica e i fondi sovrani, che operano sempre più attraverso investimenti diretti in capitale di rischio o joint venture. Questo cambiamento riflette la transizione verso un modello più orientato al mercato ma pur sempre diretto dallo Stato, capace di offrire una combinazione di competenze ingegneristiche, forniture di attrezzature e capacità operative.

Strumenti finanziari e de-risking: ruolo strategico di Sinosure

In questa nuova architettura finanziaria, l’importanza dei singoli attori non si misura più solo per il capitale messo direttamente sul tavolo, ma per la capacità di mitigare i rischi. Un esempio emblematico è quello di Sinosure, l’agenzia di credito all’esportazione basata sull’assicurazione, che sta espandendo la sua attività di copertura per sbloccare capitali sia pubblici che privati in contesti caratterizzati da incertezza normativa e volatilità valutaria.

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Il quadro delle garanzie verdi di Sinosure si è notevolmente ampliato dopo il 2022, allineandosi alle priorità di sviluppo a basse emissioni della Belt and Road Initiative. Attraverso l’uso di garanzie e strumenti ibridi, il sistema cinese riesce a portare a termine progetti complessi, come le reti di distribuzione elettrica in America Latina o i grandi parchi solari in Uzbekistan, riducendo le sfide di coordinamento tra investimento, costruzione e fornitura.

Cina, geografia della transizione: dai fossili alle nuove frontiere verdi

La diversificazione tecnologica è uno dei pilastri della strategia attuale di Pechino, con un focus crescente su reti elettriche, stoccaggio di energia e progetti industriali verdi. Il settore delle reti elettriche in particolare ha visto un impegno massiccio: dal 2015, le grandi società statali cinesi hanno investito circa 19 miliardi di euro in asset di trasmissione e distribuzione solo in America Latina, coprendo oltre l’80% del loro investimento globale in questo comparto fuori dalla Cina.

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Parallelamente, sta accelerando l’interesse per il settore Waste-to-Energy (energia dai rifiuti), con 43 progetti attivi in 13 Paesi a metà del 2025, concentrati soprattutto nel sud-est asiatico e in Asia centrale. Questa evoluzione non rappresenta un ritiro della Cina dai mercati esteri, quanto piuttosto un adattamento strategico che privilegia la selettività dei progetti e l’integrazione delle catene di fornitura globali, consolidando la posizione del Paese come pilastro fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi climatici mondiali.

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