É stato pubblicato lo scorso 13 ottobre il rapporto “Inquinanti emergenti” che raccoglie i risultati della ricerca sugli microinquinanti e sulle microplastiche nelle acque della Lombardia.

Il volume è il frutto del gruppo di lavoro multi disciplinare Microinquinanti emergenti (Mie) e dà un quadro delle conoscenze disponibili oggi su: acque sotterranee, potabili, reflue, fiumi, laghi, sedimenti, matrici biologiche.

Canale energia intervista Gianni Tartari, co-Chair, insieme a Giovanni Bergna, dell’area di competenza Water energy nexus del cluster LE2C, ricercatore associato senior del Cnr-Istituto di ricerca sulle acque, nonché Co-editor del volume “Inquinanti emergenti”, rapporto finale del Gdl-Mie.

ricercaPerché nel 2018 avete sentito l’esigenza di costituire questo gruppo di lavoro? Qual è stata l’avvisaglia?
Nel 2018 il Gruppo di lavoro Microinquinanti emergenti (Gdl-Mie) nasce da una riflessione basata sulla crescente sensibilizzazione dei cittadini rispetto ai microinquinanti organici, innescata dal problema sollevato nel Veneto dalla massiccia contaminazione da perfluorurati. Da questa riflessione il cluster LE2C ha tratto lo spunto per proporre a regione Lombardia di costituire un gruppo che facesse il punto sullo stato delle conoscenze regionali rilevando l’esistenza di un vuoto tra la conoscenza scientifica disponibile e quella percepita a livello gestionale. Questa valutazione si è poi rivelata essere un possibile punto di partenza per innescare ricadute sullo sviluppo di strategie intelligenti e di innovazione tecnologica.

Quali sono gli inquinanti emergenti che minacciano la società del XXI secolo e quali aree riguardano? Ci sono casi da evidenziare più di altri?
In generale il problema più importante è il numero di migliaia di sostanze che ogni anno vengono introdotte nell’ambiente e il fatto che mancano spesso metodi codificati e/o ci sono limiti nella rilevazione di concentrazioni dell’ordine dei nanogrammi/microgrammi. Per alcune di queste sostanze, magari solo a valle della loro immissione nell’ambiente, vengono identificati i possibili effetti cronici sull’ambiente e sull’uomo. Tra le classi di sostanze oggetto di attenzione troviamo: composti organici persistenti, modificatori endocrini, farmaci, sostanze psicoattive, tossine naturali, prodotti per la cura personale e le microplastiche.

Monitoraggio inquinamento acque reflue

Quali sono le tecnologie di contenimento da adottare?
Gli studi sul trattamento delle acque reflue o delle acque destinate al consumo umano hanno focalizzato l’attenzione sulla gestione degli inquinanti emergenti solo da poco più di 3-4 lustri. Alcuni inquinanti trovano il loro destino naturale nei fanghi di depurazione, altri subiscono fenomeni di decomposizione negli impianti, molti però non vengono trattenuti dai sistemi di trattamento. C’è, inoltre, ancora molta ricerca da fare per comprendere i meccanismi di degradazione/rimozione. In generale, comunque, sistemi basati sui carboni attivi mostrano elevate efficienze di trattenimento, ma l’efficacia di alcune tecniche si scontra con una scarsa economicità. L’obiettivo principale va, quindi, cercato nel contenimento all’origine.

Sommandosi a quelli più noti, quali sono gli effetti sulla salute delle persone e del pianeta?
Tra i nove “limiti planetari”, il cambiamento climatico, il ciclo del fosforo e dell’azoto, l’acidificazione degli oceani, la perdita di biodiversità, l’ozono atmosferico, l’uso delle acque, la deforestazione e il consumo di suolo e il particolato atmosferico, identificati da oltre un decennio, quello della contaminazione chimica non è ancora quantificato. Ovvero, non sappiamo ancora quali siano i limiti della presenza di inquinanti che se superati incideranno profondamente sull’umanità.

In generale, comunque, si hanno indicazioni sugli effetti del bioaccumulo di inquinanti nell’uomo, mentre sono ben noti molti effetti sulle biocenosi acquatiche e le potenziali conseguenze, ad es. la femminizzazione della fauna ittica.

Quanto è importante avere un team interdisciplinare in queste tipologie di ricerca?
Un team interdisciplinare è la chiave di Volta per poter affrontare in modo integrato problemi complessi come quello degli inquinanti emergenti. Il Gdl-Mie si è rivelato un gruppo molto equilibrato, altamente interdisciplinare. Degli oltre 50 partecipanti di 15 enti diversi la metà era rappresentata da ricercatori e l’altra metà di tecnici dei servizi idrici integrati.

microplastiche
Foto dei campioni analizzati. @Noëlie Pansiot e fondation Tara océan

Condividere i risultati del proprio lavoro e renderli open access può fare la differenza, soprattutto in campo scientifico che oggi è impegnato nella ricerca di un vaccino al virus pandemico?
Il lavoro del Gdl-Mie è stato basato fin dall’inizio sulla condivisione dei dati. I sei data owner – Arpa; MM, Gruppo Cap, Istituto Mario Negri, Cnr-Istituto di ricerca sulle acque e Brianzacque – hanno messo insieme 6,5 milioni di dati di qualità, di cui 977 mila di inquinanti emergenti. Una sfida vinta e pressoché unica. Per questo, infatti, si è deciso di far convogliare i dati nel portale Ipcem della UE gestito dal Jrc di Ispra.

Pensate di stimolare la nascita e la collaborazione con cluster di altre regioni?
In questo momento l’obiettivo del cluster è quello di disseminare i risultati ottenuti, in particolare condividendoli con gli altri cluster in Europa. Inoltre, la Regione chiede che si possa replicare il metodo utilizzato dal Gdl-Mie, in particolare il giusto equilibrio tra competenze. Il cluster ha in animo di riprovarci, partendo proprio dagli spunti del Rapporto inquinanti emergenti, scaricabile dal sito del cluster LE2C.

Leggi il rapporto.

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