Installare una pompa di calore non significa solo cambiare un macchinario in centrale termica, ma rivoluzionare il modo in cui si alimenta la propria casa. Chi compie questo passo si accorge subito di una novità sostanziale: la bolletta del gas si alleggerisce molto, mentre quella elettrica diventa la protagonista assoluta del bilancio familiare. Questo “trasloco” dei consumi da una fonte all’altra è particolarmente evidente nei mesi freddi, quando il sistema deve lavorare a pieno regime.
Per evitare che il risparmio ottenuto venga eroso dai rincari elettrici, è necessario cambiare mentalità. Non basta più guardare il contatore ogni tanto; serve una strategia precisa che combini un utilizzo tecnico corretto dell’impianto con una scelta oculata tra le offerte luce e gas presenti sul mercato, adattando il proprio contratto a un fabbisogno energetico che non è più quello di una famiglia standard.
La logica del “trasferimento” e l’impatto sul contatore
Per gestire l’impianto in modo intelligente, bisogna prima comprendere che la pompa di calore non “produce” calore bruciando materia, ma lo “sposta” dall’esterno all’interno. Per compiere questo lavoro termodinamico, il compressore richiede energia elettrica. D’inverno, quando il divario tra la temperatura esterna e quella interna è ampio, lo sforzo richiesto alla macchina aumenta esponenzialmente.
La conseguenza diretta è che i consumi elettrici, che in una casa standard sono solitamente distribuiti in modo abbastanza uniforme durante l’anno, subiscono un’impennata nei mesi freddi. L’elettricità non serve più solo per accendere le luci o la lavatrice, ma diventa il “carburante” del riscaldamento.
Dimenticare la vecchia caldaia: la regola della costanza
L’errore più frequente è utilizzare la pompa di calore solo quando fa freddo e spegnerla di notte o quando si esce. Questa logica “on-off” è deleteria per i moderni sistemi a bassa temperatura.
Spegnere il riscaldamento fa raffreddare la struttura della casa; al riavvio, la macchina sarà costretta a lavorare alla massima potenza per ore per recuperare i gradi persi, consumando moltissimo e attivando spesso le resistenze elettriche di supporto, che sono vere e proprie “idrovore” di energia.

La strategia corretta prevede di lasciare l’impianto sempre attivo, 24 ore su 24, lavorando sulla temperatura di mandata (l’acqua che gira nei tubi) che deve essere la più bassa possibile, idealmente tra i 35 e i 40 gradi. Sfruttando l’inerzia termica e mantenendo la temperatura costante, il compressore lavorerà al minimo dei giri, garantendo il caldo necessario con un assorbimento elettrico irrisorio.
Perché il prezzo al kWh decide tutto
Tuttavia, anche con una gestione tecnica impeccabile, la fisica impone che i kWh consumati aumentino. È qui che la sostenibilità economica del progetto si gioca interamente sulla scelta tariffaria. Passare da un consumo annuo di 2.500 kWh a uno di 6.000 kWh cambia completamente il peso specifico del costo unitario dell’energia. Una differenza di pochi centesimi al chilowattora, che prima incideva poco sul totale, ora si traduce in centinaia di euro di differenza a fine anno.
Mantenere il vecchio contratto luce, magari pensato per una seconda casa o per bassi consumi può rivelarsi errato. Chi possiede una pompa di calore deve necessariamente cercare tariffe “flat” o con un prezzo della componente energia competitivo, poiché il volume di acquisto è diventato è aumentato.
In questo scenario, anche la struttura oraria va valutata con attenzione: se l’impianto lavora molto di notte per mantenere la temperatura, una tariffa bioraria o trioraria ben strutturata può offrire margini di risparmio interessanti.
Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.















