Un modello circolare e sostenibile per la gestione forestale locale, che prevede l’attivazione di piccoli impianti di pellettizzazione all’interno delle segherie stesse. E’ questo il paradigma operativo virtuoso adottato dalla Segheria Giordano a Campertogno, in alta Valsesia (Piemonte), che produce pellet di alta qualità da materiale di scarto lavorato meccanicamente nell’impianto. Si tratta di un progetto che, come sottolinea in una nota UNCEM – Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani, “permette di rifornire il territorio, chi possiede stufe a pellet, senza lunghe filiere di provenienza estera, con impatti ecologici e ambientali troppo elevati, dannosi”.

Qualche numero sull’export

Nel nostro Paese circa l’85% della domanda di pellet (1,6 milioni di tonnellate) viene  soddisfatta dall’import dall’estero, con un “gap fortissimo tra consumo e produzione nazionale di pellet. In media il prezzo in sacchi da 15 chili è di circa 229 euro/tonnellata, esclusa Iva, che è oggi al 22%, mentre ad esempio quella applicata in Germania è del 7% e in Austria del 13%. “In Italia – spiega in particolare Ucem – chiediamo da tre anni che l’Iva sul pellet venga portata al 4%. Un intervento normativo che favorirebbe i territori montani, i Comuni italiani non metanizzati che sono oltre 1.300, quei quali pellet e legna sono fonti energetiche che permettono di non dover utilizzare bomboloni di gas o altre fonti che hanno elevati costi”.

Produrre pellet a km 0 e in modo circolare

Il punto vero è quale pellet usiamo e incentiviamo – spiega in nota Marco Bussone, Presidente nazionale Uncemin Italia ne produciamo pochissimo e quello che produciamo non è collegato a filiere corte locali. Mancano le segherie presenti invece in Austria. Quindi manca lo scarto della lavorazione primaria, usato per fare pellet. Moltissimi impianti montati in Italia per fare pellet sono falliti, semplicemente perché partivano dalla necessità di acquistare segatura sul mercato, anche all’estero, oppure dalla necessità di produrre pellet triturando legno senza altre lavorazioni iniziali tipiche da segheria. Così la filiera non sta in piedi. Ecco perché il modello di Campertogno, della Segheria Giordano, è l’unico possibile. Si tratta di un impianto, molto semplice, che però fa bene al territorio e chiude la filiera. È un esempio perfetto, a Campertogno, di economia circolare“.

Un modello replicabile

La Segheria Giordano, nata da una famiglia walser di Alagna Valsesia, è certamente un esempio – aggiunge Bussone – replicabile in altri contesti territoriali. Dovremo poter far leva sui nuovi fondi europei della programmazione 2021-2027. Sono i Por Fesr regionali a dover supportare investimenti di questo tipo. Il Fondo di sviluppo regionale non è solo industria. E queste filiere locali bosco-legno, articolate e vincenti, sono la nostra manifattura, artigiani carichi di innovazione e a prova di futuro”.

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