Il peso ambientale delle vendite on line

Il mercato dei resi ha un forte impatto ambientale per logistica e spreco di imballaggi. Alcune soluzioni ed effetti collaterali

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Comprare on line è un’abitudine consolidata, non solo per le nuove generazioni. A questo si può aggiungere la possibilità del reso gratis nel caso ci siano problemi o non si è soddisfatti del prodotto, che aumenta le vendite dei siti del 457% secondo uno studio pubblicato su The Journal of marketing. Un mercato che può causare delle perdite ai commercianti, da un report di Appriss retail, lo scorso anno negli Stati Uniti il valore dei resi è stato di 369 miliardi di dollari, pari al 10% delle vendite, ma che soprattutto impatta sull’ambiente.

I costi della logistica per il clima sono altissimi, a questi si aggiunge l’impatto degli imballaggi. La rivista statunitense Fast company, segnala che ogni anno negli Stati Uniti vengono spediti 165 miliardi di pacchi, equivalenti all’abbattimento di 1 miliardo di alberi, con tutto ciò che ne consegue tra produzione dei rifiuti ed energia consumata per la loro realizzazione.

Le città stanno prendendo dei provvedimenti: a San Francisco, per esempio, è aumentata la tassa dei rifiuti.

Un mercato che cresce anche a causa di frodi con ordini fantasma fatti da utenti ignari.

Il peso ambientale del fast fashion

C’è poi tutto un mercato della cosiddetta fast fashion. Il processo di restituzione dei resi fa si che si siano sviluppati alcuni comportamenti devianti come: il compulsive shopper, acquista grandi quantità di vestiti che poi rende perché si sente in colpa; il wardrober, acquista un capo con l’intenzione di indossarlo per una serata e restituirlo l’indomani; il social media wardrober, acquista un outfit solo per sfoggiarlo sui social e poi renderlo; il bracketer, compra diverse taglie o colori dello stesso capo, riservandosi poi il diritto di provare il tutto una volta ricevuto l’acquisto e tenere solo la versione che gli sta  meglio.

Comportamenti devianti che non aiutano l’ambiente, ma che stanno portando a crescere un altro settore: il noleggio dei vestiti. Non riduce la logistica ma recupera almeno gli imballaggi e lo spreco dei tessuti, che, ricordiamocelo, è un’industria che, sia per uso delle acque che per agenti chimici impiegati, può inquinare molto.

Ecco come la logistica prova a rimediare

Uno dei settori che impattano maggiormente in termini di emissioni è sicuramente quello della logistica. Basti pensare che da solo il settore è stato il responsabile del 14% delle emissioni globali nel 2010. Tante sono tuttavia le iniziative volte a contrastare l’inquinamento del comparto e gli studi che approfondiscono le soluzioni più innovative a tale scopo.

Le vetture elettriche di Dhl sbarcano sul web

A partire dal prossimo anno l’operatore internazionale del settore logistica Deutsche post Dhl group estenderà l’uso dei furgoni elettrici a zero emissioni, Work L, realizzati dalla startup green Streetscooter e già adottati in Europa, anche sul mercato statunitense.  Attualmente dai 10.000 ai 12.000 veicoli elettrici di StreetScooter vengono usati da Dhl su scala globale nelle città si Amsterdam, Vienna e e nelle città tedesche. Il tutto con un risparmio di circa 36.000 tonnellate di CO2 per camion ogni anno.

Gli studi del Mit

Il tema della logistica green è invece al centro anche di una serio e di progetti di ricerca del Mit. Il macroprogetto si chiama Genesys e declina a 360 gradi diversi aspetti di un approccio sostenibile al trasporto merci. Tra i filoni di ricerca ci sono, in particolare, l’assegnazione di veicoli verdi dell’ultimo miglio mediante algoritmi di analisi geospaziale  e apprendimento automatico; la messa a disposizione dei consumatori di più opzioni nella modalità di consegna delle merci in modo da ottimizzare le consegne per ridurre le emissioni.

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