Marchi internazionali, società leader nel settore chimico e bioeconomico, start-up innovative per lo sfruttamento dell’anidride carbonica. Sono i promotori della Renewable carbon initiative, l’iniziativa internazionale volta alla sensibilizzazione della diffusione del carbonio rinnovabile. Canale Energia fa il punto con Christopher Berg, Michael Carus e Dominik Vogt.

A settembre 2020 nasce la Renewable carbon initiative: perché avete sentito questa esigenza e quali sono le priorità d’azione?

La Renewable carbon initiative (Rci) è stata avviata da nova-Institute dopo aver osservato gli sforzi dell’industria chimica e delle materie plastiche nell’affrontare le enormi sfide necessarie a raggiungere gli obiettivi climatici fissati dall’Unione europea e le aspettative di sostenibilità delle imprese di tutto il mondo. È quindi chiaro che l’industria deve andare oltre la sola implementazione dell’energia rinnovabile e considerare anche il problema della sostenibilità circa la produzione dei beni di consumo. Infatti, poiché il settore industriale della chimica e delle materie plastiche è interamente basata sull’uso del carbonio, la decarbonizzazione non è un’opzione contemplabile.
Per il settore dei materiali, la questione principale diventa quella di allontanarsi dall’uso del carbonio di origine fossile e di adottare quindi esclusivamente carbonio originato da tre fonti sostenibili alternative (già disponibili oggi): le biomasse, l’utilizzo diretto di CO2 e il riciclaggio. Per questo motivo, nova-Institute ha sviluppato la strategia del carbonio rinnovabile e creato l’Rci per garantirne un’effettiva e tangibile realizzazione. L’iniziativa mira a sostenere e accelerare la transizione dal carbonio di origine fossile al carbonio da fonte rinnovabile per tutti i prodotti chimici e materiali organici.

Promuovete una grande opera di sensibilizzazione sul tema del carbonio rinnovabile nei confronti dei principali rappresentanti industriali, politici e dell’opinione pubblica. Qual è il risultato ad oggi di questa iniziativa?

Dal suo lancio, l’iniziativa è stata impegnata a sensibilizzare e raggiungere l’industria, la politica e il pubblico. Oltre a creare una pagina web contenente dettagliate informazioni del progetto e comunicati stampa su questioni politiche attuali come il Green Deal europeo, l’Rci tiene regolarmente webinar pubblici per rispondere alle molte domande sul carbonio rinnovabile. Oltretutto, saranno pubblicati presto nuovi background e position papers volti a promuovere e approfondire ulteriormente la strategia sul carbonio rinnovabile, così come la realizzazione di un cartone animato inteso a condividere e comprendere il messaggio comunicato dalla Rci in una chiave intuitiva e ricreativa.
In cima alla nostre priorità vi è anche lo sviluppo di una certificazione per i prodotti che utilizzano il carbonio rinnovabile. A tal fine sarà valutato il quadro politico europeo e sarà creata ad hoc quest’estate una comunità online per il carbonio rinnovabile.
Un numero sempre crescente di partnership con altre imprese ed enti come Wwf, CO2 Value Europe o Textile Exchange, nonché la partecipazione ad eventi come la Renewable materials, conference sono già stati stabiliti ed ulteriori attività congiunte sono attualmente in fase di sviluppo.
In sintesi, le attività della Rci riflettono le esigenze dei suoi membri: sensibilizzazione per il carbonio rinnovabile, lobbying per la strategia, networking e costruzione di nuove catene di valore e filiere per sostituire il carbonio fossile con quello rinnovabile.

In termini di riduzione dell’impatto sul territorio, di emissioni di gas a effetto serra, di costo dell’energia da fonti alternative quali pensate possano essere i benefici derivanti dall’utilizzo del carbonio rinnovabile da qui ai prossimi dieci anni?

La Rci affronta il problema centrale dei cambiamenti climatici: l’estrazione di ulteriore carbonio fossile dal suolo ed il suo utilizzo. Circa l’80% delle emissioni globali di gas serra sono infatti rilasciate da combustibili fossili contenenti carbonio (carbone, petrolio, gas naturale) estratti dal sottosuolo. La Rci esorta quindi l’industria ad andare oltre il mero uso di energia rinnovabile e ad affrontare il vero problema: tutte le applicazioni del carbonio fossile devono cessare, poiché anche il carbonio contenuto nella struttura molecolare di prodotti chimici, plastici e dei materiali organici è inevitabilmente destinato a finire prima o poi anch’esso nell’atmosfera, come il carbonio contenuto nei carburanti. Solo una completa eliminazione del carbonio fossile aiuterà a prevenire un ulteriore aumento delle concentrazioni atmosferiche di CO2.

Come si inserisce l’utilizzo del carbonio rinnovabile nel più ampio scenario legato all’economia circolare e alla “green economy”?

Gli ultimi decenni hanno dato vita a molteplici percorsi tecnologici per sostituire completamente il carbonio fossile con fonti di carbonio rinnovabile. A differenza del carbonio fossile, tutte e tre le fonti di carbonio rinnovabile (biomasse, CO2 e riciclaggio) possono essere mantenute nel circuito dei beni di consumo e quindi si inseriscono perfettamente nell’economia circolare. Quando si considerano gli impatti ambientali in relazione alla bio-economia, l’utilizzo di carbonio rinnovabile agisce come un principio guida (rimpiazzando quindi il carbonio fossile). Tra le diverse soluzioni tecniche irradiate da questo principio guida, si devono poi attentamente identificare le soluzioni più adatta per ogni specifica situazione e contesto. La strategia del carbonio rinnovabile fornisce quindi alle imprese coinvolte una chiara panoramica per gli investimenti futuri, creando uno spazio proficuo dove operare con sicurezza.

Il Green deal UE e il Next generation EU stanno offrendo una concreta opportunità alla decarbonizzazione del sistema economico europeo e globale e al rispetto degli obblighi assunti a Parigi nel 2015?

Il Green deal dell’UE offre solide e ben strutturate opportunità per trasformare il sistema economico europeo in linea con gli obblighi dell’Accordo di Parigi. Con l’obiettivo climatico di ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e raggiungere quindi la neutralità climatica entro il 2050, l’UE è pioniere nella mitigazione del cambiamento climatico.
Tuttavia, questi obiettivi sembrano trasparire la tendenza a porre l’obiettivo della neutralità climatica in un futuro più lontano. Infatti le stime di neutralità climatica includono opzioni di rimozione del carbonio, come la Ccs (carbon capture and storage). Questo si potrebbe tradurre nella spiacevole conseguenza di ridurre il senso di urgenza associato alla necessità di ridurre le emissioni ora.
Un rischio chiave associato al Green deal dell’UE, per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi climatici, è legato all’implementazione delle nuove normative. A volte queste normative, anche se con buone intenzioni, sono state sviluppate troppo in fretta e senza considerare adeguatamente le conseguenze. Un esempio calzante a tal riguardo è la direttiva sulla plastica monouso. Questa impone stringenti limitazioni sull’utilizzo di materie plastiche sulla base di un singolo studio incentrato sull’analisi dei rifiuti rinvenuti sulle spiagge. La valutazione dell’impatto dei potenziali materiali sostitutivi è stata quindi completamente ignorata.
Un altro rischio può derivare da normative che sono troppo specifiche o di portata troppo limitata, concentrate quindi su peculiari tecnologie/soluzioni. Tali normative hanno spesso effetti accidentali e possono inibire l’innovazione e la diffusione di soluzioni alternative.

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Ivonne Carpinelli
Giornalista professionista e videomaker, attenta al posizionamento seo oriented degli articoli e all'evoluzione dei social network. Si occupa di idrogeno, economia circolare, cyber security, mobilità alternativa, efficienza energetica, internet of things e gestione sostenibile delle foreste