In Italia più del 4% di suolo, risorsa non rinnovabile, è sterile e il 21% è a rischio desertificazione. Nel mondo la perdita annuale di 1.000 km2 di terreni produttivi per l’impermeabilizzazione delle strade, e l’ampliamento dei centri urbani, è responsabile del 20% delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. I terreni fertili del Pianeta potrebbero assorbire ogni anno 0,7 miliardi di tonnellate di carbonio. Al contempo, la produzione agricola è tra le prime vittime degli eventi estremi. Mentre le città crescono per accogliere una popolazione totale di 8 miliardi entro la metà del 2025, si rischia di perdere un alleato importante nella lotta ai cambiamenti climatici: fra trent’anni la riduzione agricola potrebbe arrivare al 50% in alcune regioni, Italia e Mediterraneo in testa.

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La Fondazione Re Soil è nata per accrescere la consapevolezza sulla salute del suolo. A fondarla Novamont, Politecnico di Torino, Università di Bologna. Tra le attività, riporta il comunicato stampa, ci sono la promozione del recupero di sostanza organica attraverso la ricerca scientifica e il trasferimento tecnologico. Protagonisti di questa svolta “dovrebbero essere gli agricoltori”, afferma in una nota stampa Catia Bastioli, “che andrebbero remunerati” per “il loro contributo nel riportare carbonio quindi fertilità nei terreni”.  La “rivoluzione produttiva”, come la definisce l’ad Novamont e membro della Mission Board sul suolo dell’Ue, deve avere come perno il suolo che è un “oggetto legale non identificato”. In questa “strategia di bioeconomia sostenibile, basata sui territori” bisognerà utilizzare “i rifiuti organici come compost per dare fertilità ai terreni” e usare “prodotti in grado di biodegradare in diversi ambienti” per evitare “il rischio di rilascio accidentale e accumulo di residui” nel compostaggio industriale e domestico o nei sistemi di depurazione delle acque.

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La Fondazione promuoverà l’uso delle “tecnologie rigenerative”, evidenzia il rettore del Politecnico di Torino Guido Saracco, per una maggiore fertilità del suolo da cui dipende “la produzione agro-forestale e i servizi ecosistemici, la produzione di cibo ma anche di bioprodotti e biocombustibili”, rimarca Francesco Ubertini, rettore Alma Mater Studiorum-Università di Bologna.

Monitoraggio e normativa

Certo la Fondazione non può fare tutto da sola. Richiama l’attenzione sull’urgenza di una rete di monitoraggio e sensoristica che potenzi il catasto dei suoli. Una Direttiva europea che si occupi direttamente di suolo. E, aggiungiamo noi, la legge nazionale sul consumo di suolo attesa entro l’estate.

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Alcuni numeri della perdita dell’ecosistema

A livello globale, riporta il comunicato stampa, i costi annuali stimati del degrado del suolo si stimano tra i 18 miliardi di dollari e i 20 trilioni di dollari. Tra i 6,3 e i 10,6 trilioni di dollari l’anno rappresentano il costo della perdita di servizi ecosistemici a causa del degrado di suolo. Lo sviluppo di un’impiantistica adeguata e la messa in campo di processi biochimici, fisici e biotecnologici favorisce la trasformazione di scarti in prodotti e la creazione di nuovi posti di lavoro. 23 mila posti di lavoro sono già oggi generati dalla raccolta e dal trattamento dei rifiuti organici, evidenzia lo European compost network. In Italia, rimarca il comunicato, se la raccolta dell’umido fosse estesa a tutti i comuni l’occupazione crescerebbe di 9.900 posti di lavoro.

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