Mentre il mondo scientifico chiede a gran voce una rapida e drastica accelerazione nella transizione ecologica per contenere il riscaldamento globale entro i limiti fissati dagli accordi internazionali, i due Paesi alla guida della copresidenza della Cop31 si trovano al centro di forti critiche. Un dettagliato rapporto diffuso dall’organizzazione ambientalista 350.org mette in luce una profonda contraddizione strutturale: Australia e Turchia, responsabili dell’orientamento politico del prossimo vertice Onu sul clima, continuano a coltivare e persino ad ampliare una partnership commerciale storica incentrata sul carbone e sui combustibili fossili.
Impatto della filiera estrattiva nei dati ufficiali
I numeri presentati nello studio, elaborati sulla base delle rilevazioni ufficiali UN Comtrade e Ocse, tracciano un quadro preciso degli scambi energetici intercorsi nell’ultimo decennio. Tra il 2015 e il 2025, la Turchia ha importato dall’Australia un volume superiore a 28,5 milioni di tonnellate di carbone, includendo sia il carbone da arricchimento metallurgico sia il carbone termico.
La combustione di questa ingente quantità di risorse fossili ha generato direttamente oltre 75 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica a partire dalla firma dell’Accordo di Parigi. Per comprendere la portata di questo dato, il volume di CO2 immesso in atmosfera dalla sola rotta commerciale turco-australiana equivale a circa quattro volte l’intero ammontare delle emissioni annue dell’Etiopia, la nazione designata a ospitare la Cop32 nel 2027. Tale stima, tra l’altro, prende in considerazione esclusivamente le emissioni derivanti dalla combustione finale, senza conteggiare le ulteriori quote collegate alle fasi estrattive, al processo di lavorazione e al trasporto marittimo su lunga distanza.
I due Paesi occupano ruoli chiave nella catena del valore delle fonti fossili a livello globale. L’Australia si colloca al secondo posto assoluto sia per esportazioni globali di carbone sia per export pro capite, mentre la Turchia si posiziona al settimo posto tra gli importatori mondiali ed è il principale acquirente di carbone al di fuori dei confini dell’Asia orientale e meridionale. Entrambi i Paesi rientrano tra le pochissime economie industrializzate incluse nel gruppo Annex 1 prive di una data formale stabilita per l’abbandono definitivo del carbone.
Australia: piani d’espansione e ritardi nelle politiche climatiche
Gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni presi dai due Paesi risultano fortemente inferiori agli obiettivi globali stabiliti a Parigi. Le valutazioni stilate da analisti indipendenti come il Climate Action Tracker, riportate nel rapporto, giudicano le politiche della Turchia criticamente insufficienti e quelle dell’Australia addirittura insufficienti. Evidenziando come nei rating australiani non vengano nemmeno conteggiate le massicce esportazioni fossili destinate ai mercati esteri.
L’Australia si distingue per la crescita della produzione idrocarburica: dal 2015 a oggi l’estrazione combinata di petrolio e gas è aumentata del 77%, il tasso di incremento più alto tra i quindici maggiori produttori mondiali. Nel settore minerario, detiene il 56% dei progetti globali in fase di sviluppo di nuove miniere di carbone, con un pacchetto autorizzativo in grado di generare 1,8 miliardi di tonnellate di carbone termico nel periodo compreso tra il 2025 e il 2050. Dal 2022, il governo ha concesso il via libera a 36 nuovi progetti legati ai combustibili fossili.
Turchia primo produttore in Europa di energia da carbone
Parallelamente, la Turchia rappresenta il primo produttore di energia elettrica da carbone in Europa. Il piano energetico turco prevede di incrementare la capacità installata da carbone e gas del 30% entro il 2035, includendo lo spazio per circa 10 gigawatt di nuova potenza a gas. In questo contesto si inserisce la proposta relativa alla centrale a carbone di Karabiga (Çanakkale): formalmente presentata come un ammodernamento, prevede la realizzazione di un’ulteriore unità da 1.050 megawatt alimentata da carbone importato che si affiancherà all’impianto esistente da 1.320 megawatt, elevando la capacità complessiva a 2.370 megawatt.
L’elevata dipendenza dall’importazione di gas e petrolio espone peraltro l’economia turca ai contraccolpi dei mercati internazionali. Le analisi riportate nel dossier stimano che le impennate dei prezzi causate dalle tensioni in Medio Oriente e dalle criticità geopolitiche nello Stretto di Hormuz comporteranno per le famiglie e le imprese turche costi diretti aggiuntivi compresi tra 12,39 miliardi di euro e 13,04 miliardi di euro entro la fine del 2026, con proiezioni che potrebbero sfiorare i 21,68 miliardi di euro nell’ipotesi di persistenza della crisi.
L’assenza dei combustibili fossili dall’agenda formale
Nonostante i vertici internazionali abbiano riaffermato la necessità di una transizione equa e ordinata per superare le fonti fossili – dai risultati ottenuti durante la Cop28 di Dubai fino agli avanzamenti registrati nelle sessioni di Belém e al processo avviato nella conferenza di Santa Marta in Colombia – il quadro negoziale predisposto per la Cop31 appare cauto.
Nelle tre lettere ufficiali indirizzate dalle presidenze alle delegazioni nazionali per definire le linee guida e le priorità del vertice, il rapporto dell’organizzazione 350.org riporta che la locuzione combustibili fossili non viene mai citata. Sia il secondo documento di mandato sia il terzo testo dedicato alle dieci priorità operative evitano di richiamare esplicitamente i passaggi del Global Stocktake sul superamento dei combustibili fossili e sulla riduzione progressiva del carbone.
A fronte di questa situazione, l’organizzazione 350.org rivolge un appello affinché i Paesi co-presidenti adottino tabelle di marcia nazionali vincolanti che definiscano scadenze certe per l’eliminazione del carbone e lo stop alle esportazioni. Garantendo così un sostegno finanziario equo verso le nazioni a basso reddito gravate da costi del capitale elevati e debolezze strutturali di bilancio.
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