
Forum Euromediterraneo dell’Acqua, terza giornata. Si parla di innovazione al servizio della resilienza dei territori. E se ne parla in pompa magna all’Auditorium Mare Nostrum della Nuvola, un immenso spazio rivestito in legno che ricorda un po’ le costole di un grande cetaceo.
L’evento clou della sessione mattutina, organizzato da ANBI (Ass. Naz. Bonifiche, Irrigazioni, Miglioramenti Fondiari), rivendica con forza il ruolo strategico dei consorzi di bonifica, chiamati a fronteggiare la crisi idrica nel suo triplice aspetto di siccità, eccesso idrico, inquinamento della risorsa. Ma la risposta non può esaurirsi al perimetro nazionale: le politiche dell’acqua richiedono almeno una visione europea e mediterranea, perché la vulnerabilità climatica attraversa l’intero pianeta.
Sono due le dimensioni strategiche dei consorzi. E di rado se ne parla nel dibattito pubblico. Innanzitutto, non si tratta solo di agenzie tecniche, ma istituti di rappresentanza. In secondo luogo, la transizione ecologica richiede ingenti risorse e il Paese sottoutilizza i consorzi di bonifica come naturali veicoli di investimento e di trasformazione territoriale.
Come sottolinea Giulio Boccaletti, scienziato e autore, IEP Bocconi e Fondazione CMCC: “Primo. Le bonifiche sono nella maggior parte dei casi degli istituti di rappresentanza e noi non possiamo decidere cosa succede sul territorio senza coinvolgere le persone che sul territorio vivono e occupano il suolo. Secondo. Per fare investimenti serve un conto capitale. Serve un posto dove mettere i soldi. Noi stiamo sottoutilizzando i consorzi di bonifica come veicoli di trasformazione del territorio. Oggi la bonifica del fiume Reno di Bologna può gestire la normalità, ma non può trasformare il territorio e dovremmo arrivare a un punto in cui i consorzi hanno anche quel ruolo. E’ un momento di grandi trasformazioni di cui non siamo ancora consapevoli”.
Resilienza è un termine fin troppo usato nella narrativa comune, e indica la forza di adattamento di un sistema agli shock esterni. E poiché i sistemi sono tanti e diversi, altrettante saranno le resilienze per ognuno di questi sistemi. Nel nostro caso il sistema è quello idrico dei territori. E in effetti i poveri territori italiani, comprese le aree interne, ne hanno viste un po’ di tutti i colori in questo senso.
“Non può non esserci una linea in un Paese che certifica in 30 miliardi di euro i danni dal 2001 al 2025 per l’inazione delle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. E badate non c’è il 2026, anno in cui abbiamo avuto otto regioni che hanno dichiarato lo stato di emergenza, con la nona, la Lombardia, che per le vicende di Cremona andrà a farlo a breve”, ricorda nel suo intervento Massimo Gargano, direttore generale ANBI.
Ma quella linea, ANBI, l’ha disegnata: “Rispetto alle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, noi abbiamo delle idee. E sono idee che hanno le gambe”, dichiara Gargano.
Il Piano Invasi
La proposta dei consorzi volta pagina, scegliendo la prevenzione e la pianificazione anziché rincorrere l’emergenza. L’obiettivo è potenziare la capacità di accumulo dell’acqua con una logica schiacciante: trattenere l’acqua nei periodi di abbondanza e rilasciarla durante il deficit idrico, puntando su una rete diffusa di piccoli e medi invasi.
Genesi della proposta e canali di finanziamento
Elaborato insieme a Coldiretti e presentato nel 2019, il piano ha subito rallentamenti a causa del Covid e dei vincoli iniziali del PNRR, focalizzati sulla manutenzione anziché su nuove opere.
Poi, tra ottobre 2025 e gennaio 2026, la finestra di finanziamento del PNIISSI (Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza del settore idrico) ha permesso ai consorzi di bonifica, coordinati da ANBI, di candidare un pacchetto corposo di interventi strategici strutturati.
Obiettivi delle opere
Il piano si fonda su una visione integrata e multifunzionale con alcuni pilastri cardine:
- Accumulo e stoccaggio: realizzare di invasi di accumulo (con particolare riferimento a modelli a riempimento pluriennale, efficaci anche in assenza di manto nevoso).
- Aree interne: Garantire la sicurezza idrogeologica dei territori e contrastare la desertificazione demografica ed economica delle aree interne.
- Integrazione territoriale: Superare interventi isolati a favore di una rete interconnessa di bacini, coordinata dai consorzi, per ottimizzarne la gestione.
- Revamping elettrico: Sfruttare gli invasi per la produzione di energia idroelettrica, abbassando i costi energetici a carico dei consorzi e a beneficio della competitività agricola e prezzi al consumo.
- Riuso delle acque: Accelerare l’integrazione con il riuso delle acque reflue depurate e certificate per massimizzare la disponibilità della risorsa.
- Formazione: Promuovere percorsi formativi scolastici per educare le nuove generazioni a una gestione consapevole della risorsa idrica.
Le minacce invisibili
“Abbiamo dimostrato di aver ottimizzato 1 miliardo e mezzo di metri cubi d’acqua. Abbiamo dimostrato di aver lavorato su che cosa? Su qualcosa che aumenta la coesione in questo Paese. Perché sul tema acqua, inevitabilmente, sul tema sicurezza idrogeologica, ci sarà sempre più divisione. Per ovvi motivi: gli interessi che gravitano sulla risorsa. E sotto questo aspetto non possiamo tacere. Ci sono nuovi avversari. Avversari estremamente pericolosi: i data center”, lancia l’avvertimento Massimo Gargano.

Negli scenari futuri legati alla gestione della risorsa idrica, i data center incombono come ombre avversarie tra le più potenti e insidiose per i territori. Si tratta di infrastrutture che non si limitano a utilizzare l’acqua, ma che la consumano in quantità favolose per raffreddare i sistemi.
Come evidenziato in aula, le proiezioni globali per il 2027 indicano per i data center un consumo d’acqua compreso tra i 4,2 e i 6,7 miliardi di metri cubi l’anno: una cifra pari alla metà dell’intera risorsa idrica consumata annualmente dal Regno Unito.
E mentre i giganti del tech — che Gargano definisce «quelli che vivono nell’iperuranio» — ipotizzano soluzioni fantascientifiche, tra abissi oceanici e spazio cosmico, l’impatto si scarica poi sui territori. Drammaticamente. Regioni come la Lombardia e la Puglia registrano già il maggior numero di richieste per l’insediamento di nuovi centri di calcolo. E questo apre una partita molto complessa per le comunità e per gli stessi consorzi.
Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.













