L’inverno energetico europeo rischia di essere decisamente più costoso del previsto. Il prolungarsi dei disagi geopolitici nel Golfo Persico sta modificando profondamente l’equilibrio globale della domanda e dell’offerta di gas naturale liquefatto (Gnl), costringendo gli analisti a rivedere drasticamente al ribasso le stime sui volumi disponibili. La sicurezza degli approvvigionamenti per l’Europa è strettamente legata all’evoluzione delle rotte marittime e all’intensità climatica dei prossimi mesi. Secondo l’analisi di Icis (Independent Commodity Intelligence Services), le tensioni internazionali stanno esercitando una pressione rialzista sui mercati finanziari del gas, in particolare sulla curva dei contratti futuri del Ttf, l’indice di riferimento del mercato europeo.

Il focus dello studio mappa una situazione critica nello Stretto di Hormuz, dove il continuo verificarsi di attacchi contro le navi cisterna ha ridotto drasticamente il transito marittimo commerciale. I dati forniti da Imf PortWatch indicano che dall’inizio del conflitto, scoppiato il 28 febbraio, soltanto 26 carichi di Gnl sono riusciti a transitare verso est fuori dal Golfo. A titolo di confronto, in condizioni di normalità l’area registra il passaggio di una quota compresa tra 90 e 100 navi al mese, il che fa crollare il dato reale rispetto alle aspettative originarie, che stimavano il transito di circa 450 carichi nel periodo compreso tra marzo e la metà di luglio.
Prolungamento dello stop in Qatar e contrazione globale
I modelli previsionali di Icis hanno subito una correzione significativa a causa del peggioramento del contesto diplomatico e operativo rispetto al mese precedente, quando le speranze di un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran a metà giugno, e le dichiarazioni del Primo Ministro del Qatar del 24 giugno, facevano ipotizzare un riavvio della produzione nel giro di poche settimane. Nello scenario base aggiornato, gli esperti hanno esteso di due mesi la durata dell’interruzione delle esportazioni dal Qatar, posticipando il recupero dei volumi a ottobre 2026.
Inizialmente si stimava una parziale ripresa ad agosto e il ritorno al massimo regime a settembre, escludendo i due impianti di liquefazione rimasti danneggiati nelle fasi iniziali del conflitto. Questa decisione riduce sensibilmente l’offerta globale per la fine dell’estate, mantenendo solo i minimi flussi interni diretti verso il confinante Kuwait. Parallelamente, anche il ripristino dell’impianto Das Island degli Emirati Arabi Uniti è stato posticipato a ottobre, sebbene tale paese sia riuscito a esportare circa dieci carichi durante le ostilità a fronte dei 15 o 16 del Qatar, un risultato rilevante se si considera che la capacità pre-bellica degli Emirati era inferiore a un decimo di quella qatariota.
Le stime dell’export globale scese a 431 milioni di tonnellate
Questa prolungata indisponibilità trasforma un mercato inizialmente destinato al surplus in un settore caratterizzato da una forte contrazione. Le stime per l’export globale di Gnl nel 2026 sono scese a 431 milioni di tonnellate rispetto alle 441 milioni precedentemente calcolate, segnando una flessione anche rispetto ai 440 milioni registrati nel 2025. Per ogni mese addizionale di fermo delle infrastrutture in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti si stima la perdita di circa 5-6 milioni di tonnellate di prodotto.
A complicare il quadro si aggiunge la lentezza nello sviluppo di nuove fonti produttive alternative, come l’espansione dei giacimenti qatarioti slittata alla seconda metà del 2027 e i ritardi dell’impianto statunitense di Golden Pass, che ha movimentato solo quattro carichi tra aprile e luglio a fronte di un potenziale a pieno regime decisamente superiore.
Inverno, la corsa agli stoccaggi in Europa e le risposte
La ridotta disponibilità globale di energia si riflette direttamente sulle dinamiche di riempimento degli stoccaggi europei, incrementando il livello di urgenza per le nazioni del continente. Per assicurarsi le forniture di spot Gnl necessarie a ricaricare i depositi in una fase di chiusura dello Stretto di Hormuz, i modelli di Icis indicano che il prezzo del Ttf dovrà assestarsi su una media di circa 54 euro a megawattora durante la stagione di iniezione. Le pressioni potrebbero risultare ancora più evidenti nei mercati dell’Europa centrale e orientale, privi di sbocchi sul mare, dove la competizione per adempiere agli obblighi di stoccaggio entro novembre provocherà un ampliamento dei differenziali di prezzo rispetto all’indice principale.
La situazione appare differenziata tra i vari Stati membri. Alcune nazioni che registrano ritardi nei profili di iniezione hanno introdotto specifici piani di sostegno statale. I Paesi Bassi puntano a raggiungere 115 terawattora entro novembre, garantendo una quota di 80 terawattora tramite l’entità pubblica Ebn. La Germania ha optato per la costituzione di una riserva strategica di 24 terawattora, la cui implementazione operativa non prenderà il via prima del 2027. Nonostante tali criticità, le proiezioni indicano che l’Europa sarà in grado di traguardare i propri obiettivi minimi di riempimento, toccando circa l’80% della capacità entro l’inizio di dicembre.
Scenari climatici e l’incognita delle temperature invernali
Il vero elemento di vulnerabilità risiede nelle condizioni meteo dei prossimi mesi. Se lo scenario base scommette sulla tenuta del sistema pur a fronte di costi elevati, l’ipotesi di un inverno caratterizzato da temperature rigide nelle prime fasi stagionali comporterebbe un notevole stress per i mercati. In presenza di un’ondata di freddo precoce, i contratti per i mesi di ottobre e novembre potrebbero subire un’impennata verso la soglia dei 60 euro a megawattora, richiedendo potenzialmente onerosi interventi pubblici per tutelare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico.
Inoltre, un inverno rigido consumerebbe pesantemente le riserve accumulate, lasciando gli stoccaggi europei a un livello di riempimento stimato al 27% alla fine della stagione fredda, ben cinque punti percentuali al di sotto rispetto al 32% previsto nello scenario base. Valori così ridotti, che rievocano i minimi toccati durante la crisi energetica del 2022, creerebbero forti ripercussioni anche sulle quotazioni dell’estate successiva, costringendo gli operatori a una nuova e complessa campagna di acquisti per ricostituire le scorte in conformità con i regolamenti comunitari, riducendo al minimo i margini di gestione del rischio in vista delle annualità successive.
Le rotte del Gnl e la competizione con il mercato asiatico
Sul fronte dei flussi commerciali, l’impatto del minor apporto mediorientale determina un’inversione di tendenza per l’Europa. Le importazioni continentali di Gnl dovrebbero registrare una contrazione del 3,2% su base annua nel 2026, interrompendo bruscamente la robusta traiettoria di crescita che aveva sfiorato il 30% nel corso del 2025 e posizionandosi al di sotto dei volumi registrati nel biennio precedente. Solo a partire dal 2027 si prevede un deciso rimbalzo delle importazioni, con un incremento stimato al 10% seguito da un ulteriore 7% nel 2028.
Per attrarre i carichi flessibili mondiali, in particolare il Gnl spot proveniente dagli Stati Uniti, l’Europa deve mantenere prezzi sufficientemente competitivi. Recentemente il differenziale tariffario tra le piazze dell’Asia orientale e quelle europee si è ridotto a circa un euro per milione di unità termiche britanniche (MMBtu) a favore dei mercati asiatici. Si tratta di un margine appena sufficiente a garantire la rivalità commerciale europea, considerando che nelle settimane passate lo spread globale ha avvantaggiato nettamente i terminali asiatici, spingendo le navi cisterna americane a preferire le più lunghe rotte transoceaniche verso l’Oriente piuttosto che fare rotta verso i rigassificatori europei.
In conclusione, la capacità dell’Europa di difendere la stabilità del proprio sistema energetico dipenderà dunque interamente dalla disponibilità a sostenere un livello di prezzi internazionale idoneo a controbilanciare l’attuale carenza strutturale dell’offerta.
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