La crescita dei data center in Italia non deve trasformarsi in una bolla speculativa, né territoriale né energetica. Il fenomeno va governato subito attraverso standard ambientali, sociali e territoriali precisi, partendo da un presupposto chiaro: la domanda di energia dei templi digitali del futuro può essere soddisfatta interamente dalle fonti rinnovabili, senza alcun bisogno di ricorrere a nuove centrali fossili o al nucleare.
È questo il quadro delineato dal nuovo report “Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?“, realizzato dall’Università di Padova con il contributo liberale del WWF Italia e presentato in data odierna.
Gli scenari di consumo: la crescita reale contro la “bolla” degli annunci
Lo studio analizza l’impatto sul fabbisogno energetico nazionale al 2035 attraverso tre diversi scenari, che stimano il peso dei data center sui consumi totali rispettivamente al 4%, al 7,5% e al 15%.
Secondo i ricercatori, lo scenario più realistico è quello base del 4%. Le stime più allarmanti o iperboliche riflettono infatti gli annunci degli sviluppatori e non la capacità effettivamente realizzabile a breve termine. A supporto di questa tesi, il report evidenzia che:
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Richieste di connessione sovrastimate: le domande di allacciamento presentate a Terna hanno raggiunto gli 82,6 GW (dato aggiornato a marzo 2026), un ordine di grandezza nettamente superiore al fabbisogno reale.
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Tasso di realizzazione: i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano mostrano che nel biennio 2023-2025 solo il 68% degli investimenti annunciati si è concretizzato.
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Efficienza tecnologica: l’evoluzione dei chip e dei sistemi di raffreddamento sta abbattendo i consumi a parità di calcolo. Basti pensare che l’efficienza elaborativa per unità di energia di Google è cresciuta di oltre 6 volte in soli cinque anni.
I consumi energetici dei data center ecco in cosa vanno:

Il boom della Data Economy e la centralità dell’Italia nel Mediterraneo
L’infrastruttura digitale è ormai il motore di un asset economico strategico. Secondo uno studio recente di TEHA con A2A, la Data Economy italiana vale oggi 60 miliardi di euro, pari a circa il 3% del PIL. Il potenziale di espansione è enorme: se l’Italia allineasse la propria incidenza sul PIL a quella dei Paesi europei più performanti (che oggi viaggia su una media del 3,7%), il valore del settore potrebbe balzare a 207 miliardi di euro entro il 2030.
A spingere questa crescita concorrono massicci investimenti di player globali (come Microsoft, Data4 ed Equinix) e un posizionamento geografico unico. L’Italia gode infatti di una posizione baricentrica nel Mediterraneo, amplificata dall’approdo di nuovi cavi sottomarini in fibra ottica di ultima generazione (BlueMed, 2Africa, SEA-ME-WE 6, Quantum Cable). Hub costieri come Palermo, Bari, Napoli e Genova stanno creando un vantaggio strutturale in termini di latenza e connettività diretta verso Africa, Medio Oriente e Asia.
A livello nazionale, la mappa dei data center si concentra laddove si intersecano tre fattori: connessioni in fibra ad alta capacità, robustezza della rete elettrica in alta tensione e vicinanza ai centri di produzione energetica. L’area di Milano, in particolare, sta vivendo un vero e proprio boom nell’hinterland con l’obiettivo di entrare nella cerchia ristretta dei FLAPD (i principali mercati europei dei data center: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino). In questa zona sono ambiti soprattutto i siti industriali dismessi, già dotati di allacciamenti ad alta tensione, anche se la taglia dei nuovi progetti propone carichi elettrici spesso superiori di un ordine di grandezza rispetto al passato, con impatti significativi sulle reti locali.
I numeri del settore: la sfida statistica del codice ATECO
Trovare una corrispondenza diretta sui dati della potenza installata in Italia non è immediato. A fine 2025, l’Osservatorio del Politecnico di Milano censiva 216 data center per una potenza di 609 MW, mentre la Italian Data Center Association (IDA) stimava la capacità a 397 MW.
Questa discrepanza è dovuta principalmente a due fattori:
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Molti data center sono strutture interne alle aziende (on-premise) e quindi difficilmente tracciabili a fini statistici.
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Un quadro normativo-fiscale chiaro è arrivato solo di recente: il codice ATECO specifico per i data center è stato infatti introdotto solo nel 2025. Oggi le infrastrutture di hosting e i servizi applicativi fanno capo al codice principale 63.11.30, spesso associato al 63.11.11 o al più recente 63.10.10 dedicato alle infrastrutture informatiche.
L’impatto dell’Intelligenza Artificiale e il ridimensionamento degli annunci
L’evoluzione dei fabbisogni energetici è legata a doppio filo alla rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale. Nel 2024, Terna ha stimato il consumo complessivo dei data center italiani intorno ai 3,9 TWh, di cui circa il 66% assorbito dall’inferenza (la risposta agli input degli utenti) e il restante 34% dall’addestramento dei modelli (training). Entro il 2030, si prevede che l’IA assorbirà il 70% dell’intera capacità di calcolo dei data center, lasciando solo il 30% al comparto IT tradizionale.
Terna prevede uno scenario a due velocità: da un lato pochi giganteschi hyperscale (campus enormi capaci di spostare i consumi nazionali), dall’altro una galassia di piccoli impianti edge da 1-5 MW distribuiti sul territorio.
Nonostante la forte spinta dell’IA, lo studio dell’Università di Padova invita al pragmatismo. Analizzando tre possibili scenari sull’impatto dei data center sui consumi elettrici nazionali al 2035 (rispettivamente al 4%, 7,5% e 15%), gli esperti ritengono che lo scenario più realistico sia quello base del 4%.
I dati dimostrano infatti una tendenza al ridimensionamento dei piani di investimento: nel triennio 2023-2025 sono stati investiti nel settore 7,1 miliardi di euro, una cifra importante ma che rappresenta solo il 68% dei 10,5 miliardi inizialmente annunciati nel 2023. Tra colli di bottiglia nelle filiere e un’efficienza dei chip che avanza rapidamente (l’efficienza elaborativa per unità di energia di Google è cresciuta di oltre 6 volte in cinque anni), i consumi reali saranno inferiori alle proiezioni più allarmistiche. Le stesse richieste di allacciamento presentate a Terna (82,6 GW a marzo 2026) risultano sovrastimate rispetto alle reali necessità di mercato.
Rinnovabili e PPA: la chiave per la decarbonizzazione digitale
Nello scenario base, la domanda dei data center può essere coperta interamente da energia verde. Per gestire i picchi, l’infrastruttura esistente delle centrali a gas a ciclo combinato (CCGT) – oggi ampiamente sottoutilizzata – è più che sufficiente, escludendo la necessità di nuovi impianti termoelettrici dedicati.
Il report boccia inoltre l’opzione nucleare (inclusi i piccoli reattori modulari o SMR): anche nell’ipotesi in cui tali tecnologie vedessero la luce, non potrebbero fornire alcun contributo significativo entro il 2035, anno in cui la curva di crescita della domanda dei data center si avvierà verosimilmente alla saturazione.
“Questo studio dimostra che la transizione ha bisogno di essere governata. I data center vanno alimentati con energia rinnovabile, collocati in aree già industrializzate e raffreddati minimizzando l’uso dell’acqua. Vanno assicurati anche i migliori standard di lavoro e un rapporto corretto con il territorio attraverso reali percorsi partecipativi. Chiediamo alle istituzioni di attivarsi con un quadro ampio sulle reali vocazioni del Paese, evitando che questo boom si riveli solo una bolla speculativa”. — Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del WWF Italia
Lo strumento cardine per abilitare questa transizione è rappresentato dai PPA (Power Purchase Agreement), gli accordi di fornitura a lungo termine tra produttori rinnovabili e grandi tech company. Il mercato italiano mostra già dinamismo in questo senso, come dimostrano le partnership strategiche siglate da colossi del settore:
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Apple ed Engie: 138 MW (marzo 2026), nel quadro del piano di Engie da 1,6 GW al 2030.
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Enfinity e Microsoft: 400 MW in Italia previsti per il 2026.
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Edison e Data4 (accordo decennale dal 2025).
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Iren e Statkraft (30 GWh/anno da solare, decennale dal 2025).
Le proposte politiche: verso un Piano Nazionale dei Data Center
Per evitare uno sviluppo disordinato, l’Università di Padova e il WWF Italia chiedono alle istituzioni un ruolo attivo e una pianificazione strategica dall’alto, articolata in punti chiave:
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Principio “Brownfield Only”: vincolare i nuovi insediamenti o gli ampliamenti esclusivamente ad aree già impermeabilizzate, degradate o dismesse, azzerando il consumo di suolo vergine.
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Pre-screening tecnici: introdurre filtri preventivi per valutare la sostenibilità ambientale, la reale capacità di rete e i requisiti finanziari minimi dei proponenti prima di concedere le autorizzazioni.
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Integrazione con il teleriscaldamento: dare priorità ai data center capaci di recuperare il calore di scarto per immetterlo nelle reti di teleriscaldamento cittadine (TLR).
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Tutela idrica: imporre sistemi di raffreddamento a circuito chiuso con ricircolo per minimizzare il consumo di acqua, una risorsa critica in un Paese esposto a crescenti rischi di siccità.
“I Data Center sono centrali per la competitività economica dell’Italia, ma non possono divenire il grimaldello con cui proporre infrastrutture non necessarie. I consumi cresceranno, ma non in quantità tale da stravolgere il settore elettrico. Anzi, grazie a tecnologie di controllo avanzatissime, i data center possono candidarsi a diventare parte attiva della gestione delle reti, fornendo preziosi servizi di flessibilità”. — Arturo Lorenzoni, curatore dello studio (Università di Padova)
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