La Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi ha un obiettivo dichiarato: sostenere la crescita delle imprese del territorio e far sì che la loro voce venga ascoltata, sui mercati come nelle sedi istituzionali, puntando su tre leve principali: innovazione, apertura internazionale e fattore umano.
Sul fronte dell’innovazione, l’area composta dalle province di Milano, Monza Brianza e Lodi concentra circa un quarto delle start up e delle PMI innovative italiane. Per sostenere la crescita di queste imprese, l’ente ha avviato con le università un programma di trasferimento tecnologico, con attenzione al comparto digitale. Quanto all’apertura internazionale, in Lombardia è insediato circa un terzo delle multinazionali presenti in Italia, una presenza che genera occupazione, scambio culturale e investimenti in ricerca e sviluppo. Il fattore umano si traduce in misure per formare e trattenere i giovani usciti dalle scuole professionali e dalle università lombarde, incentivandoli a lavorare nelle aziende del territorio.
In quest’ottica, la Camera di Commercio ha presentato il 14 luglio il 36° Rapporto Milano Produttiva, dedicato all’economia dei territori di Milano, Monza Brianza e Lodi, nell’ambito dell’evento “Dinamiche Energetiche e Competitività“: l’occasione per fare il punto sulle tendenze che segnano lo sviluppo dell’area con i dati 2025, sull’evoluzione della macroarea e sul rapporto tra dinamiche energetiche e competitività del sistema produttivo delle imprese.
L’andamento dell’economia industriale in Lombardia
Secondo il Rapporto, sia il 2025 sia i primi mesi del 2026 sono stati segnati dalle tensioni internazionali, a partire dal conflitto in Ucraina e dalla politica aggressiva degli Stati Uniti sui dazi, fattori che hanno alimentato un clima di incertezza oltre i livelli di guardia. La chiusura a fasi alterne dello Stretto di Hormuz sta inoltre generando pesanti ripercussioni sul mercato energetico e sugli approvvigionamenti.
L’incertezza è forse la condizione più difficile in cui le imprese possano operare, soprattutto quando si protrae nel tempo. Eppure, nonostante lo scenario complesso, l’economia dei territori di Milano, Monza Brianza e Lodi ha sostanzialmente retto, dimostrandosi solida, reattiva e competitiva. Non mancano le criticità, ma nel 2025 il PIL è cresciuto dello 0,7%, in rallentamento ma comunque superiore allo 0,5% nazionale.
Il mercato del lavoro ha fatto segnare risultati positivi, con l’occupazione in aumento per il quinto anno consecutivo (+1% sul 2024) e la disoccupazione scesa del 31%. Resta alta anche la propensione a fare impresa: il saldo tra attività nate e cessate ha superato le 10.000 unità, in crescita su base annua.
Nel complesso si contano 391.377 imprese attive, il 48% del totale regionale e l’8% di quello nazionale. Tra queste spiccano le start up innovative, avanguardia tecnologica del sistema produttivo: a gennaio se ne contano 2.800 nei territori considerati, il 26,7% del dato nazionale, con una crescita del 6,9% rispetto a luglio 2025, concentrate soprattutto nella provincia di Milano, prima in classifica in Italia.
Diverso il discorso per l’interscambio con l’estero, che ha subito una battuta d’arresto: nel 2025 le esportazioni del territorio sono calate dell’1,2% sul 2024, trend confermato dai dati del primo trimestre 2026, con un’ulteriore decelerazione di export e import. Resta invece un punto di forza l’attrattività internazionale: oltre 6.600 imprese a partecipazione estera sono insediate nell’area, più di un terzo del totale italiano, per quasi 720.000 occupati.
Il Rapporto dedica ampio spazio anche all’energia, elemento cruciale per le imprese e per la società. Su questo fronte si inserisce una riflessione sull’intelligenza artificiale, cambiamento tra i più radicali e rapidi della storia recente, che richiede investimenti crescenti, formazione continua e una governance globale, perché alle grandi opportunità si accompagnano rischi altrettanto rilevanti. Il dibattito sull’intelligenza artificiale si intreccia sempre più con quello energetico: l’Italia risulta penalizzata rispetto ad altri Paesi europei per la forte dipendenza dalle importazioni, dipendenza destinata ad accentuarsi.
Carlo Sangalli, presidente Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nota che “parlare di nuovi modelli energetici significa anche parlare di transizione ecologica, tema centrale per la Camera di Commercio, impegnata da tempo ad accompagnare le imprese verso la sostenibilità. Le rinnovabili crescono in modo progressivo, ma non abbastanza da modificare il mix energetico nazionale. È intanto partito l’iter parlamentare sul nucleare, possibile risposta alle crisi energetiche ricorrenti, sulla scia di quanto fanno diversi Paesi europei: se la strada sarà confermata servirà una decisa accelerazione operativa, perché il futuro dipende dalle scelte compiute oggi.”
Autonomia energetica e sicurezza
Il tema dell’energia è strettamente legato alla sicurezza, e va letto su due piani: l’impatto dei rischi a livello europeo e italiano e le strategie da mettere in campo. Il processo di transizione avviato dalle imprese è nato per ragioni ecologiche, ma oggi pesa sempre di più anche sulla sicurezza energetica e sul contenimento dei costi.
Investire nell’indipendenza energetica è la strategia più efficace per proteggere l’Italia dalle oscillazioni dei prezzi e dalle crisi geopolitiche: con l’aumento delle tensioni globali, si configura ormai come una vera e propria questione di sicurezza nazionale.

“La guerra in Ucraina ha avuto un impatto significativo sulle imprese italiane, attenuato dalle riserve strategiche e dall’adattamento dei comportamenti in diversi Paesi”, fa notare Alberto Grando, Management and Technology Department, Università Bocconi. “Preoccupa soprattutto il rischio di una crisi prolungata capace di propagarsi, con due effetti tipici: sui consumi delle famiglie – si osserva già più risparmio e meno consumi in Europa, in particolare in Italia – e sui costi delle materie prime per le aziende, un aumento che può mettere in difficoltà i bilanci e alimentare la crisi.”
L’aumento dei costi di trasformazione si traduce prima o poi in un aumento dei prezzi, con un impatto diretto sull’inflazione. Sui mercati finanziari si registra una certa volatilità, ma il sistema ha finora assorbito la crisi in corso. I prezzi di energia, materie prime e prodotti sono destinati a salire: oltre ai balzi improvvisi legati alle crisi, è pericoloso anche un aumento graduale ma costante nel lungo periodo.
Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa il 25% del petrolio mondiale e dei relativi derivati, oltre al 20% del gas naturale liquefatto (GNL), insieme a materie prime come i fosfati per i fertilizzanti e l’elio per l’industria elettronica. Verso l’Europa arrivano però solo il 5,5% del petrolio e il 7% del gas transitati dallo Stretto: il resto è diretto ai Paesi asiatici.
Sul fronte dei consumi si riduce progressivamente l’uso del petrolio, mentre crescono le rinnovabili. A livello mondiale il petrolio è oggi impiegato quasi interamente nei trasporti, con un ruolo marginale nella produzione elettrica. Il gas naturale, al contrario, rimane a livelli di consumo pressoché costanti, restando centrale per la produzione di energia in molti Paesi.

“Lo sviluppo delle rinnovabili in Italia, trainato da fotovoltaico ed eolico, non basta a rispettare la tabella di marcia fissata da Governo e Unione Europea”, afferma Vittorio Chiesa, Dipartimento di Ingegneria Gestionale, Politecnico di Milano. “Nel 2025 sono stati raggiunti 57 GW di potenza installata (43 GW fotovoltaico, 14 GW eolico). Con una crescita annua di 3,5 GW per il fotovoltaico e 0,6 GW per l’eolico, nel 2030 si arriverebbe a 78 GW, lontani dai 107 GW previsti dal PNIEC. Per rispettare il piano servirebbero invece invece 7,9 GW annui per il fotovoltaico e 2,1 GW per l’eolico. Il divario tra le due fonti riflette anche la difficoltà, in Italia, di trovare per gli aerogeneratori siti idonei sul piano tecnico e ambientale.”
Il ruolo del nucleare
Il nucleare può avere un ruolo importante nel mix energetico italiano come fonte programmabile, capace di stabilizzare la produzione in un sistema che dipende sempre più da rinnovabili intermittenti e non programmabili, ovvero fotovoltaico ed eolico.
Uno dei principali ostacoli resta l’elevato costo iniziale delle centrali, da ripartire sull’intera vita operativa dell’impianto, tra 50 e 60 anni: serve quindi una politica di lungo periodo, con una pianificazione ambiziosa ma realizzabile.
Per favorire il ritorno del nucleare in Italia può essere utile guardare non solo alla terza generazione, oggi la più diffusa, ma anche alla quarta, in fase di sviluppo avanzato: i reattori modulari SMR (Small Modular Reactor), con potenza tra 200 e 300 MW contro i 1.000-1.400 MW degli impianti di terza generazione. Tra i vantaggi ci sono il minor costo iniziale, destinato a scendere ulteriormente con la costruzione su scala industriale, la modularità, che consente di installare più unità nello stesso sito per raggiungere la potenza necessaria, e tempi di costruzione ridotti rispetto alle centrali tradizionali.
Gli SMR impiegano tecnologie innovative per funzionamento e sicurezza, riducendo i rischi tipici del nucleare, come quello di fusione del nocciolo. Restano però tecnologie giovani, se non immature, la cui efficacia dovrà essere verificata sul campo.
Per accorciare i tempi di implementazione del nucleare in Italia appare quindi necessario puntare inizialmente sui grandi reattori di terza generazione, basati su tecnologie mature e realizzabili in circa otto anni, sviluppando in parallelo gli SMR, che richiedono tempi più lunghi, dell’ordine dei quindici anni.
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