Eolico off-shore, l’ANEV smuove le acque

Rafforzare la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, nella consapevolezza che lo sviluppo dell’Eolico Off-shore rappresenti una leva strategica per accelerare il percorso verso un sistema energetico più sostenibile, resiliente e indipendente. Questo quanto emerge dall’ 4° Summit sull’Eolico Off-shore promosso dall’ANEV, tenutosi ieri a Roma presso la Sala del Chiostro della Facoltà di Ingegneria della Sapienza. Come è stato sottolineato nel corso dei lavori, l’Italia dispone già di una base industriale, di competenze tecniche e di una risorsa eolica in mare aperto capace di sostenere una nuova filiera nazionale, ma questo patrimonio rischia di rimanere sospeso finché il quadro autorizzativo e regolatorio non sarà in grado di accompagnare i progetti dalla carta ai cantieri, offrendo agli operatori tempi più chiari, una pianificazione credibile e strumenti di sostegno adeguati.

I dati dell’impatto economico e occupazionale dell’eolico

anev eolico offshore
Foto di Yan Cavalluzzi

Secondo lo studio Sapienza-ANEV sugli impatti economici, occupazionali e sociali dell’eolico offshore in Italia, raggiungere i 2,1 GW previsti dal PNIEC al 2030 richiederebbe investimenti compresi tra 10,2 e 12,4 miliardi di euro, mentre l’obiettivo di 3,8 GW al 2033 implicherebbe una mobilitazione tra 18,4 e 22,4 miliardi. Sono cifre che raccontano la dimensione finanziaria dello sforzo, ma anche la scala virtuosa delle opportunità che si aprirebbero con tali investimenti. La sola fase di costruzione e installazione potrebbe generare tra 30 e 33mila FTE nello scenario da 2,1 GW e tra 54 e 60mila FTE in quello da 3,8 GW, cui si aggiungerebbe occupazione stabile nella gestione e manutenzione lungo l’intera vita utile degli impianti.

Tuttavia, lo studio sottolinea come il costo della tecnologia resti uno dei passaggi più critici. La ricerca colloca il LCOE (Levelised Cost of Energy) di breve periodo tra circa 165 e 240 euro/MWh, in un range di capacity factor tra il 30 e il 35%, ma segnala anche una traiettoria di riduzione dei CAPEX pari al 14,8% verso il medio periodo. Sono questi i dati che rendono il ragionamento industriale un po’ più complesso; l’offshore galleggiante, se trattato come una semplice sequenza di cantieri temporanei, rischia di produrre benefici non omogenei, se invece viene agganciato alla creazione di hub integrati, può diventare un’infrastruttura permanente per la manifattura, la navalmeccanica, la logistica portuale, la componentistica elettrica e i servizi specializzati ripagando così gli sforzi economici e creando conseguentemente un’industria permanente.

Il percorso di revisione del DM FER 2

Il lato regolatorio è stato vagliato da Alessandro Noce, Direttore generale Mercati e infrastrutture energetiche del MASE, che ha citato il percorso di revisione del DM FER 2 come processo in fase di transizione. “L’obiettivo è individuare soluzioni in grado di coniugare la sostenibilità economica degli investimenti con la tutela dell’interesse pubblico e l’efficiente impiego delle risorse destinate al sostegno delle fonti rinnovabili”, ha spiegato il Direttore, dal cui intervento è emersa la volontà del Ministero di superare alcune rigidità dell’impianto attuale, a partire dalla necessità di distinguere meglio le diverse tecnologie offshore, fisse e galleggianti, e di aggiornare meccanismi di sostegno che il settore giudica ormai non più pienamente coerenti con i costi, i tempi e i rischi dei progetti. I contributi raccolti dagli stakeholder sono ora all’esame del Ministero e dovranno tradursi in una proposta da sottoporre alla valutazione politica e al confronto con la Commissione europea.

Abbiamo “necessità” di eolico offshore per la transizione

Il presidente dell’ANEV Simone Togni a margine dell’evento ha commentato con Canale Energia la necessità di dare solidità al comparto. Rispetto le prospettive dell’associazione e dell’offshore nel Mediterraneo, Togni ha ricordato come l’associazione “continua a crescere ogni anno nel numero di iscritti e nelle attività che svolge”. Un lavoro portato avanti “a sostegno dell’eolico in tutte le sue forme”, dalla filiera costruttiva alla produzione di aerogeneratori, dalla generazione elettrica alla connessione alla rete, fino agli aspetti ambientali legati alla produzione rinnovabile. Il cuore politico della conferenza, però, riguarda specificamente l’offshore,ne abbiamo la necessità, e per questo abbiamo organizzato questo momento di riflessione ulteriore quest’anno, per dare al settore dell’eolico offshore degli elementi solidi che possano consentire la nascita e la crescita di una filiera industriale che nel nostro Paese potrebbe avere dei benefici veramente importanti in termini occupazionali, industriali, oltre che in produzione di energia e quindi di riduzione della dipendenza dall’estero”.

Rispetto il ruolo atteso da Governo e Unione europea, il presidente dell’ANEV ha sottolineato come “l’Unione Europea è chiarissima, ci esorta a produrre energie rinnovabili sempre in maniera maggiore e anche l’eolico offshore è uno dei settori che deve essere inserito all’interno del mix energetico per arrivare alla piena decarbonizzazione al 2050 del sistema produttivo”.

In Italia il MASE “ha riavviato, e ANEV ha partecipato in maniera attiva a presentare delle proposte, un tavolo di confronto per cercare di aggiustare quel meccanismo di FER 2 che dovrebbe definire tramite delle aste competitive l’allocazione di potenza di eolico offshore flottante e tradizionale e quindi consentire la realizzazione dei primi parchi eolici”. Le proposte dell’associazione, ha concluso, “ci sembra di aver capito che sono state apprezzate e ora saranno valutate. Speriamo che possano trasformarsi presto in modifica al quadro normativo perché il settore ha necessità di partire”.

Tempi grigi per l’eolico?

Sul fronte accademico invece è arrivato un richiamo altrettanto squillante, ma con un accento più tecnico; il professore Alessandro Bianchini dell’Università di Firenze, ha precisato di essere “fortemente convinto dell’importanza dell’eolico offshore, specialmente galleggiante per il Mediterraneo”. Bianchini ha poi chiarito a Canale Energia la frase con cui aveva aperto il suo intervento, in cui ha affermato di “vedere la situazione un po’ grigia” rispetto all’anno precedente. Una provocazione, più che un giudizio di arretramento sul valore della tecnologia. Il riferimento era soprattutto al rallentamento del floating nel Nord Europa, dove i grandi produttori di turbine stanno concentrando investimenti e capacità industriale sull’eolico bottom fixed nel Mare del Nord. Per l’Italia, però, la prospettiva resta diversa. “Per noi invece nel Mediterraneo questa è l’unica tecnologia che possiamo sfruttare. Tutto il potenziale eolico che ci serve per fare la transizione energetica è in acqua profonda”. Il messaggio era quindi rivolto al sistema industriale e istituzionale, in quanto ritiene ci si debba affrettare, avendo a disposizione il potenziale.

Rispetto il rapporto tra decarbonizzazione che “ci vuole a prescindere”, anche perché “la situazione ambientale è molto peggiore di quella che si racconta” e indipendenza energetica commentato con Canale Energia, bisogna secondo il professore guardare alla sicurezza energetica. “Perché un Paese l’energia se la deve produrre, non può dipendere da qualcun altro e non si può sostituire dipendenza a dipendenza”. Per quello che riguarda l’Italia quindi, la conclusione del professore è quasi assertiva,l’unica maniera di autoprodursi l’energia è farla con le rinnovabili, quindi più ne mettiamo meglio è”.

In fine Mauro Fabris di Renexia ha inserito il tema dell’Off-shore nella cornice geopolitica degli ultimi anni, definendo il passaggio dalla pianificazione all’autorizzazione dei progetti in questione “una questione di sicurezza nazionale”. Da Greenpeace è arrivato quindi il richiamo alla compatibilità ambientale, con Alessandro Giannì che ha ricordato come l’eolico off-shore, “se realizzato nel rispetto della biodiversità e con criteri appropriati, può facilitare anche la tutela e il ripristino degli ecosistemi marini”.


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Analista di difesa e sicurezza internazionale, ha una Laure Magistrale in Relazioni internazionali con major in security presso l'università LUISS Guido Carli di Roma, ed un MA in intelligence and International Security ottenuto presso il dipartimento di War Studies del King's College di Londra. Ha collaborato con la Marina Militare italiana nel ruolo di Political Advisor (POLAD) nell'ambito dell'esercitazione militare Mare Aperto 2022, ha inoltre collaborato con BizGees un team di professionisti che sostiene imprenditori e comunità di rifugiati a livello globale. Infine è stato analista per NCT Consultants, una società di consulenza, addestramento e networking attiva nel campo delle minacce non convenzionali, in particolare nei settori CBRN, EOD, C-IED e HAZMAT e main editor della rivista CBNW Magazine. Ha alle spalle alcune pubblicazioni presso prestigiosi enti nazionali ed internazionali come Rivista Aeronautica e il CSDS, trattando temi come le nuove frontiere della sicurezza artica e l'utilizzo di UAV in scenari bellici.