I sistemi di energia si trovano di fronte a un bivio che unisce la necessità di incentivare le rinnovabili per abbattere le emissioni inquinanti, alla ricerca della sicurezza geopolitica. Secondo quanto emerge dal rapporto dell’Iea, intitolato Renewables in District Energy, il riscaldamento e il raffrescamento globale pesano per oltre il 50% dei consumi finali di energia nel mondo, una quota enorme che incide direttamente sulla stabilità economica e ambientale delle nazioni. In questo scenario, le reti di teleriscaldamento e teleraffrescamento rappresentano una soluzione centralizzata ad altissima efficienza per diversificare le fonti nei contesti urbani e industriali a forte densità di domanda.

Tuttavia, la fotografia scattata dall’Agenzia evidenzia un profondo paradosso: pur servendo già più di 600 milioni di persone attraverso un’infrastruttura globale che supera 1 milione di chilometri di estensione, il settore è ancora fortemente vincolato alle fonti fossili. Circa il 66% dei consumi avviene in Paesi importatori di energia, esponendo utility e consumatori finali a shock di fornitura e alle forti oscillazioni dei mercati delle materie prime.
Dipendenza fossile e ritardo delle rinnovabili
La produzione globale di calore per le reti distrettuali ha raggiunto la quota di circa 20 exajoule, registrando una crescita del 35% rispetto al 2010. Nonostante i costanti miglioramenti tecnologici, come il passaggio dalle caldaie tradizionali ai più efficienti impianti di cogenerazione che producono contemporaneamente energia elettrica e termica, la composizione delle fonti rimane sbilanciata. Il carbone copre ancora circa il 50% della produzione globale di calore distrettuale, mentre il gas naturale contribuisce per quasi il 33%, riflettendo la pesante eredità di infrastrutture storiche radicate soprattutto in Cina e nell’Europa orientale.
Le fonti rinnovabili, al contrario, coprono appena il 7% della produzione globale di calore da rete, una quota ferma da cinque anni che contrasta nettamente con il boom registrato in altri comparti della transizione energetica, come il fotovoltaico, l’eolico o la mobilità elettrica. Senza una decisa inversione di rotta nelle politiche pubbliche, l’energia pulita nei sistemi distrettuali crescerà solo del 10% da qui al 2030, lasciando ampiamente inutilizzato un potenziale immenso che, nelle sole reti esistenti, potrebbe aumentare fino a dieci volte senza richiedere stravolgimenti infrastrutturali immediati.
Tecnologie pronte e competitività economica sul mercato
Il rapporto dell’Iea evidenzia come gli ostacoli principali alla diffusione delle reti verdi non siano di natura tecnologica, bensì economici e normativi. Molte delle soluzioni necessarie per decarbonizzare il teleriscaldamento sono già mature e competitive dal punto di vista dei costi, beneficiando di economie di scala che i singoli edifici non potrebbero mai raggiungere.
Le pompe di calore industriali su larga scala si dimostrano particolarmente efficienti laddove sono disponibili sorgenti termiche a bassa temperatura e dove il rapporto tra i prezzi dell’elettricità e del gas risulta favorevole.
Il solare termico e l’energia geotermica garantiscono calore a basso costo, con progetti maturi che riescono a operare a costi compresi direttamente tra 20 euro e 50 euro per megawattora. In questo contesto, l’integrazione dello stoccaggio termico stagionale e giornaliero si rivela l’elemento chiave, agendo come una vera e propria batteria a lungo termine in grado di assorbire i picchi di produzione delle rinnovabili variabili per ridistribuirli nei momenti di maggiore consumo.
Un’altra risorsa immensa e ancora ampiamente sottoutilizzata è il calore di scarto urbano e industriale, metropolitane, ospedali e, sempre più frequentemente, dai data center, le cui enormi quantità di energia termica a bassa temperatura possono essere immesse direttamente nelle reti cittadine di nuova generazione.
Leggi anche Pompe di calore elettriche serve un dibattito costruttivo
Rinnovabili, sicurezza energetica e differenze regionali
Sostituire i combustibili fossili di importazione con fonti rinnovabili locali e calore di recupero genera benefici immediati sulla resilienza economica delle nazioni. Nelle principali regioni europee, la transizione verde avviata nel teleriscaldamento consente già oggi di risparmiare ogni anno l’equivalente di oltre 190 milioni di barili di petrolio di combustibili fossili importati. L’impatto di questa scelta è evidente nel nord Europa e nella regione baltica, dove la dipendenza dalle importazioni nel settore termico si attesta rispettivamente al 14% e al 25%.
In assenza delle fonti rinnovabili e delle biomasse sostenibili, tale dipendenza sarebbe stata da 4 a 5 volte superiore. I mercati globali si muovono tuttavia a velocità e con priorità differenti. Se i paesi scandinavi guidano la classifica della diversificazione grazie a tariffe trasparenti che riflettono i costi reali, l’Europa orientale sconta il peso di condotte obsolete, forti perdite di rete e tariffe spesso regolate politicamente al di sotto dei livelli di recupero dei costi, concentrando gli investimenti sulla riabilitazione e sulla riduzione del consumo di gas piuttosto che sulla creazione di nuovi sistemi.
Al contempo, la Cina porta avanti programmi massicci di ampliamento, avendo decuplicato la lunghezza della propria rete dal 2000 a oggi fino a superare i 500 mila chilometri, ma resta vincolata a riforme tariffarie complesse e al forte consumo di carbone interno.
Leggi anche Decarbonizzazione dei centri urbani, le opportunità del teleriscaldamento
Raccomandazioni per sbloccare i capitali e modernizzare le città
Per allineare la variazione reale dei sistemi energetici distrettuali al loro effettivo potenziale di decarbonizzazione, l’Iea indica quattro priorità d’azione per i decisori politici, calibrate sulla maturità dei singoli mercati. In primo luogo, la pianificazione del riscaldamento e del raffrescamento deve diventare un obbligo di legge per le strategie urbane, attraverso una mappatura precisa della domanda e la zonizzazione delle reti che dia visibilità a lungo termine agli investitori. In secondo luogo, è indispensabile modernizzare le infrastrutture esistenti per abbassare le temperature di esercizio delle reti, riducendo le perdite e agevolando l’ingresso delle pompe di calore e del calore di scarto.
Il terzo pilastro prevede l’integrazione dei mercati, riformando le tasse sull’elettricità e gli oneri di rete per creare un rapporto di prezzo competitivo rispetto al gas e remunerando i sistemi distrettuali per i servizi di flessibilità che offrono alla rete elettrica. Infine, il nodo dei finanziamenti: trattandosi di infrastrutture ad altissima intensità di capitale iniziale e con lunghi tempi di ammortamento, i governi devono promuovere modelli di concessione stabili, schemi a rendimento regolato e fondi dedicati per mitigare i rischi di investimento, introducendo contemporaneamente riforme tariffarie basate sui consumi reali ma dotate di tutele sociali per proteggere le fasce di consumatori più vulnerabili.
Leggi anche Inflazione al +3,2%: a maggio i prezzi tornano a correre trainati dalla crisi energetica
Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.















