L’energia e la geopolitica sono ancora una volta due facce della stessa medaglia, Cuba, l’isola caraibica che ha fatto tenere il fiato sospeso al mondo nel 1962 è anch’essa, ancora una volta, in bilico, costretta ad essere l’orizzonte degli eventi dell’interminabile partita a scacchi tra le superpotenze. Come una spina rossa nel fianco a stelle e strisce dello Zio Tom Cuba continua, ancora una volta, ad essere un elemento d’instabilità; e oggi, ancora una volta, a pagarne il prezzo più alto sono i cubani, che vivono, come in una stravagante realtà distopica, ancora fermi al 1959. Questa volta Cuba non è flagellata dal rischio di un attacco diretto, tantomeno da quello di un’invasione, Cuba è oggi ostaggio del valzer del petrolio, vittima sacrificale della nuova dottrina Monroe e del piano di Trump per le Americhe.

L’isola caraibica, figlia terzogenita e prediletta del comunismo è oggi al buio, senza energia, strangolata dalla morsa statunitense boccheggia alla ricerca di petrolio. La crisi energetica cubana va letta da due diversi punti di vista; il primo è immediato e si riflette sulla popolazione; blackout, carenza di carburante, acqua che non arriva ai rubinetti, sanità sotto stress.
Il secondo è strategico, la vulnerabilità energetica dell’isola sta riaprendo una partita più ampia tra Washington, Mosca e Pechino in uno spazio che gli Stati Uniti continuano a considerare parte sensibile della propria sicurezza emisferica.
La crisi energetica
Secondo l’IEA, oltre l’80% della generazione elettrica cubana è ancora legata ai prodotti petroliferi, mentre una ricostruzione di Reuters calcola che petrolio e derivati coprano circa l’87% del consumo energetico complessivo. Su questa dipendenza si innesta un parco termoelettrico vecchio, scarsamente manutenuto e incapace di reggere shock prolungati sull’approvvigionamento.
Il mese della débâcle è stato marzo 2026. Il 4 marzo un guasto alla centrale Antonio Guiteras ha provocato un blackout esteso in gran parte del Paese; il 16 marzo la rete nazionale è collassata lasciando al buio quasi 10 milioni di persone; il 21 marzo si è verificato un secondo collasso totale in meno di una settimana. Gli effetti si sono propagati ben oltre la semplice mancanza di corrente, a L’Avana l’acqua ha smesso di arrivare in molti quartieri perché il pompaggio dipende da pompe elettriche, nel settore sanitario Reuters ha raccolto testimonianze di cliniche che sospendono le consultazioni perché senza acqua e di un sistema sanitario logorato da blackout, penuria di medicinali e burnout del personale. Alla radice del problema c’è un mix di obsolescenza industriale e soprattutto di dipendenza da fornitori esteri. Già nel 2024 la rete cubana e le sue centrali oil-fired sono state descritte come obsolete e pericolanti da alcuni centri di ricerca indipendenti; nel 2026 quella fragilità è esplosa, la mancanza di idrocarburi importati ha fatto collassare l’isola, che da sola copre internamente solo una parte minoritaria del proprio fabbisogno petrolifero, pari circa al 40%.
Il vero colpo di grazia ad una rete già in grandi difficoltà è indirettamente arrivato a Gennaio 2026. Dopo la rimozione di Nicolás Maduro i flussi venezuelani verso Cuba si sono fermati; il Messico, che aveva tentato di coprire parte del vuoto, ha poi sospeso le spedizioni sotto la pressione della minaccia statunitense di colpire con dazi i Paesi che avessero continuato a esportare petrolio verso l’isola. La mancanza del petrolio venezuelano, principale fornitore di greggio, ha de facto creato un vero e proprio embargo energetico per Cuba. Il primo sollievo reale è arrivato solo a fine marzo, con la petroliera russa Anatoly Kolodkin che ha trasportato a L’avana un carico di circa 730.000 barili di greggio Urals; il combustibile raffinato a Cienfuegos ha iniziato a essere distribuito dal 17 aprile e ha ridotto i blackout in varie aree del Paese. Tuttavia, il viceministro dell’energia cubano Argelio Jesus Abad Vigoa ha chiarito che si tratta di un sollievo solo temporaneo dato che per coprire il fabbisogno di elettricità e industria, Cuba avrebbe bisogno di otto navi simili al mese, quando quel singolo carico infatti varrebbe all’incirca solo 7-10 giorni di copertura.
Detto ciò, Cuba non è del tutto isolata, la sua posizione a solo 145km dalla Florida è estremamente golosa per quelle superpotenze non allineate che combattono la polarizzazione statunitense. Russia e Cina non hanno infatti abbandonato l’isola, ma si stanno proponendo come partner nel tentativo di infastidire l’egemonia statunitense su di uno spazio geografico che Washington considera come il giardino di casa propria, ma con un ruolo ed un approccio diverso. Mosca ha fornito l’ossigeno nel breve periodo; Pechino sta cercando di costruire la risposta di medio-lungo termine. Cuba ha infatti installato oltre 1.000 MW di capacità solare nell’ultimo anno grazie a tecnologie e finanziamenti cinesi; il piano prevede 55 parchi solari nel 2025 e altri 37 entro il 2028, insieme a un progetto più ampio di modernizzazione della rete. L’obiettivo ufficiale del Ministero dell’Energia cubano resta il 24% di elettricità da rinnovabili entro il 2030. Il problema, però, è che il fotovoltaico non sostituisce da solo un sistema elettrico nazionale. Oggi l’energia cubana resta fortemente oil-based, e anche la corsa al solare nasce come risposta d’emergenza a una scarsità di diesel, nafta e greggio. In altre parole, si, la transizione è partita, ma dentro una logica di sopravvivenza, non ancora di riequilibrio strutturale e soprattutto non in ottica di un sollievo immediato.
Dalla crisi energetica alla partita strategica
Come detto, la posizione di Cuba nel Golfo del Messico le fornisce un enorme valore strategico. Per chi ragiona in termini di sicurezza marittima, supply chain ed intelligence, l’isola è un punto di osservazione naturale tra Caraibi, Florida Straits e accessi al Golfo. Questo conta ancora di più oggi, con la Gulf Coast che resta il cuore di una quota rilevantissima dell’export energetico e agricolo statunitense. Nel 2025 circa il 51% delle spedizioni statunitensi di grano da esportazione è partito dalla regione del Golfo; sul lato gas, l’EIA prevede per il 2026 esportazioni USA di LNG pari in media a 17,0 Bcf/d, con gli impianti che a marzo viaggiavano già vicino ai 18 Bcf/d, quasi al massimo della capacità disponibile.
L’attuale guerra con l’Iran ha reso questo nodo ancora più sensibile; dopo lo scoppio del conflitto del 28 febbraio, il traffico nello Stretto di Hormuz è sceso a meno del 10% della media storica; in una rilevazione del 24 aprile sono passate solo cinque navi in 24 ore, contro circa 125-140 al giorno prima della guerra. L’EIA ha calcolato che, nello stesso contesto, il benchmark europeo TTF è salito del 35% e il JKM asiatico del 51% rispetto ai livelli precedenti alla chiusura di Hormuz. Più il Golfo arabo si inceppa, più aumenta il valore strategico dei flussi che passano dal Golfo del Messico e dalla costa energetica statunitense. In questo quadro, il dossier cinese pesa più di quanto dicano i soli megawatt di energia installati. Secondo il CSIS, a Cuba esistono almeno quattro siti compatibili con capacità di intelligence riconducibili a Pechino. Il caso più citato è Bejucal, dove immagini satellitari hanno evidenziato l’installazione di un sistema CDAA utile per l’high-frequency direction finding, cioè per localizzare l’origine di trasmissioni radio HF a lunga distanza. Tradotto, non una base d’attacco con missili pronti all’azione, ma una piattaforma potenzialmente preziosa per monitorare traffico aereo, navale e comunicazioni nel quadrante caraibico e nel sud-est degli Stati Uniti; è proprio qui che la crisi energetica cubana smette di essere solo cubana. Per Washington, l’isola torna a essere un problema di sicurezza emisferica in senso classico: prossimità geografica, rotte, logistica, intelligence, presenza di rivali esterni. Per Pechino, Cuba è al tempo stesso un partner fragile e una finestra strategica sul “near abroad” americano. Per Mosca, invece, l’isola conta soprattutto come avamposto politico e simbolico, più che come vera piattaforma militare; la Russia oggi non ha a Cuba una base navale permanente né la capacità, nelle condizioni create dalla guerra in Ucraina, di aprire un fronte di disordine caraibico, ma può ancora fornire petrolio, sostegno diplomatico e l’idea di una presenza anti-isolamento davanti agli Stati Uniti.
La “Donroe”, i colloqui e il futuro dell’isola
La parola chiave, qui, è postura; Donald Trump ha detto a marzo di aspettarsi l’“onore” di “prendere Cuba in qualche forma” e di poter fare con l’isola “anything I want”. Sono dichiarazioni volutamente ambigue, ma non sono rimaste isolate. Il 19 marzo il generale Francis Donovan, capo dello U.S. Southern Command, ha escluso che il Pentagono stesse preparando un’invasione, ma ha spiegato che le forze statunitensi sono pronte a tre eventualità: minacce all’ambasciata americana all’Avana, difesa di Guantánamo e supporto in caso di esodo di massa. Il 28 aprile, poi, il Senato USA ha bocciato una risoluzione che avrebbe limitato la possibilità per Trump di agire militarmente senza un via libera del Congresso. Questo non significa che un intervento sia imminente, significa però che la crisi cubana viene ormai trattata a Washington come una questione di contingenza strategica, non più solo di politica latino-americana ordinaria. In questo senso, la formula “dottrina Donroe” rende bene l’idea, nel secondo mandato Trump ha riabbracciato la vecchia sensibilità monroista e l’ha anzi riformulata in termini più contemporanei, cioè controllo dello spazio emisferico, pressione sulle supply chain, riduzione dei margini per Cina e Russia nei Caraibi con Cuba e in Sud America con il Venezuela.
Sul tavolo, però, non c’è solo la coercizione ma anche un tentativo diplomatico di negoziati. Cuba e Stati Uniti hanno confermato colloqui in corso; il 20 aprile entrambe le parti hanno parlato di un incontro all’Avana definito “rispettoso”, senza ultimatum pubblici ma con pressioni americane per riforme economiche e politiche. In parallelo, L’Avana ha annunciato la liberazione di 51 detenuti in un’intesa mediata dal Vaticano e prima, il 3 aprile, una più ampia misura di clemenza su 2.010 prigionieri, che molti hanno letto come gesto volto a creare spazio diplomatico con gli States. In questo scenario Marco Rubio, Segretario di Stato americano si ritrova al centro della linea statunitense su Cuba e si trova ad interloquire, oltre che con Díaz-Canel e Raúl Castro, anche con la persona di Raul Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl, indicato come figura con influenza politica ed economica coinvolta in una forma di quiet diplomacy con funzionari americani. Il futuro di Cuba si gioca quindi su un doppio crinale. Nel breve periodo, l’isola resterà vulnerabile finché non torneranno flussi stabili di carburante, Mosca ha promesso altre forniture e ulteriore sostegno materiale e finanziario nonostante al 29 Aprile risulti confermato l’arrivo di un solo grande carico effettivo, quello della Anatoly Kolodkin.
Nel medio periodo, la scommessa è sulla postura cinese e di come Pechino deciderà di interagire con L’Avana, vuole effettivamente creare un avamposto? Vuole renderla dipendente dal debito maturato a fronte di prestiti per la modernizzazione delle infrastrutture? O forse la convenienza strategica creerà un do ut des che possa rendere felici entrambi? Nel lungo periodo la Cina riuscirà almeno a ridurre la dipendenza petrolifera che oggi rende ogni shock esterno una minaccia sistemica? Nel breve periodo invece, la vera incognita è: Washington userà questa finestra per ottenere una trasformazione negoziata dell’isola, o la crisi energetica finirà per essere letta come l’occasione per un salto di pressione ulteriore? Dalla fine della Guerra Fredda gli States hanno adottato per Cuba la politica “embargo e pazienza”, aspettando come si aspetterebbe il corpo di un nemico lungo la riva del fiume, che Cuba collassasse per poi farla entrare nella propria sfera di influenza, tuttavia le interferenze sino-russe rendono questa strategia potenzialmente fallimentare e di questo Trump sembra essersene accorto. Lo scandalo Groenlandia per le terre rare sembra si possa ribaltare ora sul L’Avana, anch’essa ricca di minerali fondamentali per contrastare l’egemonia tecnologica cinese. Cuba infatti conserva un valore strategico anche per il suo sottosuolo, le stime più citate le attribuiscono circa 500 mila tonnellate di riserve di cobalto e circa 5,5 milioni di tonnellate di nichel, due minerali critici sia per la transizione energetica sia per l’industria pesante. Il cobalto è impiegato soprattutto nelle batterie ricaricabili e nelle superleghe ad alta resistenza usate, tra l’altro, nei motori aeronautici; il nichel resta invece fondamentale per gli acciai inossidabili, per leghe resistenti a corrosione e alte temperature e per diverse chimiche delle batterie. In altre parole, Cuba potrebbe essere, dopo la Groenlandia, la nuova ossessione di Trump.
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