Digital Sustainability Day, il vero divario non è tecnologico ma culturale

Al centro della mattinata la presentazione dei dati dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale 2026, dedicato quest’anno al confronto tra aziende e consumatori, con un focus specifico sulle microimprese, cioè quel segmento che costituisce la parte più ampia e fragile del tessuto produttivo italiano. L’intervento di Stefano Epifani, presidente della Fondazione, ha rimesso subito in chiaro che la sostenibilità digitale non coincide con la sola sostenibilità ambientale del digitale, non riguarda soltanto l’impronta energetica dei data center o i consumi dell’intelligenza artificiale, ma un assetto più ampio, quasi sistemico, fondato su tre pilastri precipui, minimizzare gli impatti negativi del digitale, massimizzarne il ruolo come leva di sviluppo sostenibile e comprendere, cioè governare, la trasformazione in corso. È questa, nella lettura proposta dalla Fondazione, la vera regia della sostenibilità digitale. In questo contesto quindi, per sostenibilità digitale si intende la capacità che hanno le persone di utilizzare le nuove tecnologie, come l’IA, nella quotidianità. Limitarsi a misurare quanto il digitale viene consumato rischia di far perdere di vista quanto invece possa far risparmiare o migliorare nel lungo termine. Nella sua argomentazione Epifani pone l’attenzione quasi ossessiva al costo ambientale dell’IA, dato che decontestualizzato diventa fuorviante se non comparato ai benefici prodotti dall’uso intelligente delle tecnologie, per esempio nella riduzione delle perdite idriche o nell’ottimizzazione dei consumi energetici degli impianti. Il punto, in altre parole, non è solo l’impatto ambientale del digitale, ma piuttosto quanto guadagno sistemico rende possibile se orientato correttamente.

I tre pilastri della sostenibilità sistemica

La ricerca 2026 si colloca dentro un percorso longitudinale avviato nel 2021; dopo aver lavorato sul framework e sull’indice DiSI, la Fondazione ha analizzato via via le differenze territoriali tra regioni, il focus urbano sulle città metropolitane, la frattura tra grandi centri e piccoli comuni, poi il dialogo generazionale tra Boomers e Gen Z. Quest’anno il baricentro si è spostato sul rapporto tra popolazione e imprese, cioè tra chi compra e chi vende, per capire se e come soft skills come consapevolezza, competenze e comportamenti cambino quando una stessa persona agisce da cittadino oppure da imprenditore. L’Osservatorio, ha spiegato Epifani, misura proprio questo, non tanto la semplice disponibilità di infrastrutture, quanto il livello di consapevolezza, competenza e comportamento degli italiani rispetto a digitalizzazione, sostenibilità ambientale e sostenibilità digitale. Da qui l’uso del DiSI, costruito su quattro quadranti: sostenibili digitali, sostenibili analogici, insostenibili digitali e insostenibili analogici. La distinzione è importante perché, secondo la Fondazione, si può essere “digitali e sostenibili” anche senza saperlo, mentre i veri “sostenibili digitali” sono coloro che usano la tecnologia in modo consapevole come strumento per la sostenibilità stessa. 

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Passando ai dati, sul fronte dei consumatori emerge un quadro ambivalente; il 93% considera la tecnologia un’opportunità, segno che la postura di fondo verso il digitale resta ampiamente positiva. Ma quando si passa alla sostenibilità il terreno si fa molto meno solido, il 44% dichiara di conoscere poco o per nulla il concetto di sostenibilità, mentre soltanto una quota minoritaria afferma di conoscerlo molto bene. Anche sul cambiamento climatico la sensibilità è forte ma non decisiva, il 65% lo considera uno dei principali problemi di cui occuparsi subito, però il 57% antepone il proprio benessere e la crescita economica alla tutela ambientale quando è costretto a scegliere. 

A colpire, nei dati presentati, è soprattutto il deficit di coerenza, infatti solo il 36% dei consumatori mostra coerenza tra la propria visione ideologica della sostenibilità e il giudizio sulle strategie di sviluppo; il restante 64% no. In altri termini, due italiani su tre non riescono a tradurre in modo coerente le proprie convinzioni generali in scelte strategiche concrete. È qui che la sostenibilità si rivela, nelle parole di Epifani, una “leva debole”; dichiarata come valore, ma facilmente accantonata quando entra in conflitto con prezzo, qualità o convenienza. 

Oltre il consumo: l’impatto reale dell’IA

Lo stesso scarto si vede nel rapporto con l’intelligenza artificiale come nuova frontiera degli strumenti digitali. Il 61% dei consumatori vede benefici economici nell’IA, ma il 62% ne teme l’impatto sull’occupazione. Il 57% dice di non saper valutare se un’azienda sia davvero sostenibile, il 53% fatica a trovare informazioni affidabili sulla sostenibilità d’impresa e, tra gli “insostenibili analogici”, il 49% ammette di non saper riconoscere le fake news. La conclusione è quindi che i consumatori percepiscono i rischi digitali, ma non hanno ancora gli strumenti per valutare, scegliere e difendersi; e questo li espone sia al greenwashing sia alla disinformazione. 

Passando alle microimprese il quadro non migliora, anche se in superficie sembrerebbe il contrario. I titolari di microimpresa vedono la tecnologia come opportunità nel 92% dei casi. Si dichiarano anzi più competenti dal punto di vista digitale, usano di più computer e smartphone e risultano più esposti agli strumenti tecnologici eppure, hanno meno certificazioni IT e, soprattutto, mostrano un uso del digitale molto più operativo che strategico. Il paradosso è quindi quello di una superiore familiarità pratica, ma con un’inferiore capacità di ottimizzazione e utilizzo nelle proprie imprese di questi strumenti. 

Il nodo si aggroviglia ancora di più quando si arriva al tema dell’intelligenza artificiale. Tra i microimprenditori il 46,9% non sa a cosa potrebbe servire l’IA nella propria azienda, il 33% non ne vede benefici economici o operativi e solo il 18,6% non individua ostacoli rilevanti all’adozione di quest’ultima. Ancora più significativo è il dato richiamato nella presentazione come “paradosso dell’IA”: quasi quattro imprenditori su cinque non comprendono davvero l’intelligenza artificiale, ma nessuno attribuisce il problema a una propria mancanza di competenze. Da qui il richiamo esplicito al Dunning-Kruger, chi non conosce l’IA non sa di non conoscerla, e dunque non percepisce il gap come un problema suo, nonostante sia effettivamente presente. 

Il DiSI 2026: mappare la consapevolezza degli italiani

Anche sul terreno della sostenibilità le microimprese risultano paradossalmente più arretrate dei consumatori. Solo l’1% degli imprenditori dichiara di conoscere molto bene il concetto di sostenibilità, contro il 15% dei consumatori; il 20% conosce SDG e temi ESG, contro il 32% dei cittadini; il 46% considera inquinamento e cambiamento climatico temi improcrastinabili, contro il 65% dei consumatori. Questa mancanza di informazione porta ad una crescente tendenza a scaricare la responsabilità sulle istituzioni; per il 68% sono queste il soggetto principale chiamato ad agire, mentre solo il 10% attribuisce un ruolo centrale alle aziende stesse. 

Uno dei passaggi più interessanti della ricerca riguarda questo “bias di dualismo”; la stessa persona, quando agisce come privato, appare più aperta, più fiduciosa e più consapevole; quando invece entra nel ruolo di imprenditore diventa prudente, delegante, conservativa. Nella sintesi mostrata in sala, il 91,7% crede nel potenziale della tecnologia come individuo, ma solo lo 0,8% l’ha usata come leva di crescita nella propria impresa; il 72% si dichiara competente, ma l’81% gestisce l’azienda con strumenti non coordinati o cartacei; il 67,4% prevede impatti positivi dell’IA, ma il 79,9% non sa come applicarla al proprio business. È la fotografia di una tensione strutturale tra attitudini digitali private e incapacità di trasformarle in strategia d’impresa, e soprattutto dalla paura che un investimento su nuove tecnologie possa essere un rischio d’impresa troppo grande per microimprese con un fatturato medio di 100.000 euro annui.

Dall’analisi qualitativa di questi dati emerge la tesi più forte portata al Digital Sustainability Day, il vero discriminante non è quanta tecnologia si usa, ma quanto si è in grado di gestirla e conoscerla, ancor prima di ottimizzarne l’utilizzo. Questa mancanza di “sovranità cognitiva digitale”, cioè la capacità di dare senso agli strumenti, non solo di adoperarli, è ciò che rende le tecnologie meno sostenibili di quello che potrebbero essere. In questa prospettiva il nuovo gap digitale non è più infrastrutturale, e neppure soltanto funzionale, ma cognitivo. La connettività è in larga parte diffusa; ciò che manca è la padronanza critica dei modelli, degli algoritmi, delle implicazioni concrete dell’IA e del digitale nella vita economica e sociale. Senza questa terza sovranità, dopo quella tecnologica e quella digitale, la sostenibilità resta un’aspirazione più che una pratica. 

È anche per questo che la Fondazione ha chiuso la presentazione con una serie di raccomandazioni rivolte ai policy maker. Il primo asse riguarda educazione e cittadinanza digitale; alfabetizzazione come diritto universale, integrazione della sostenibilità digitale nei curricula nazionali, formazione continua per adulti. Il secondo punta alla trasformazione strategica delle microimprese, con incentivi condizionati e assistiti, accompagnamento dal semplice acquisto di tecnologie all’autonomia operativa, supporto al change management. Il terzo asse è quello della sovranità cognitiva e dell’IA responsabile che vorrebbe veder fornite linee guida specifiche per le piccole imprese, tutela dalla delega acritica agli algoritmi e misurazione della consapevolezza come indicatore strutturale. 


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Analista di difesa e sicurezza internazionale, ha una Laure Magistrale in Relazioni internazionali con major in security presso l'università LUISS Guido Carli di Roma, ed un MA in intelligence and International Security ottenuto presso il dipartimento di War Studies del King's College di Londra. Ha collaborato con la Marina Militare italiana nel ruolo di Political Advisor (POLAD) nell'ambito dell'esercitazione militare Mare Aperto 2022, ha inoltre collaborato con BizGees un team di professionisti che sostiene imprenditori e comunità di rifugiati a livello globale. Infine è stato analista per NCT Consultants, una società di consulenza, addestramento e networking attiva nel campo delle minacce non convenzionali, in particolare nei settori CBRN, EOD, C-IED e HAZMAT e main editor della rivista CBNW Magazine. Ha alle spalle alcune pubblicazioni presso prestigiosi enti nazionali ed internazionali come Rivista Aeronautica e il CSDS, trattando temi come le nuove frontiere della sicurezza artica e l'utilizzo di UAV in scenari bellici.