Alimentare l’Europa: il nucleare ha bisogno di elementi propulsori, non di strozzature

Il commento di Alena Mastantuono, vicepresidente del Comitato economico e sociale europeo (CESE), organo consultivo dell'UE, e membro del gruppo Datori di lavoro del CESE

Se da un lato la transizione energetica dell’Europa sta accelerando, dall’altro il divario tra ambizioni e risultati continua ad ampliarsi. La domanda di energia elettrica aumenta più rapidamente del consumo complessivo di energia; tuttavia, l’infrastruttura destinata a sostenerla non è ancora sufficientemente sviluppata.

Mentre la produzione di energie rinnovabili avanza a un ritmo record, lo stoccaggio, le reti e la generazione di un carico di base stabile non tengono il passo con tale progresso. Il risultato? Blackout, estreme oscillazioni dei prezzi e una crescente pressione sulla competitività industriale dell’Europa.

Ecco perché la metà dei paesi dell’UE si è rivolta a una fonte di energia in grado di stabilizzare la rete e ridurre le emissioni su larga scala: l’energia nucleare. 

Oggi il nucleare genera circa un quarto dell’energia elettrica totale dell’UE e quasi la metà dell’energia elettrica a zero emissioni di carbonio, il che lo rende fondamentale per il conseguimento degli obiettivi climatici e la sostituzione della produzione basata sui combustibili fossili.

Nel 2023 l’Alleanza per il nucleare, costituita da Stati membri, ha fissato un obiettivo di 150 GW di capacità nucleare installata nell’UE entro il 2050 e l’interesse a riguardo sta crescendo. L’Italia sta riaprendo il dibattito sul nucleare, mentre la Polonia ha appena ricevuto il via libera della Commissione per sviluppare fino a 3,75 GW di nuova capacità nucleare.

L’energia nucleare non è in concorrenza con le energie rinnovabili, bensì le integra. In assenza di vento o sole, è l’energia nucleare che consente di mantenere le luci accese e i prezzi stabili. Ma il suo potenziale non si limita a questo. I settori in cui è difficile abbattere le emissioni – come quelli dell’acciaio, del cemento e dei prodotti chimici, o anche del teleriscaldamento – possono utilizzare il calore nucleare per ridurre sia le emissioni che i costi.

Ad esempio, la Repubblica ceca ha avviato un progetto di tubazione che consente di trasportare calore dalla centrale nucleare di Dukovany a Brno, la seconda città più grande del paese con oltre 250 000 abitanti. Ciò ci mostra uno scorcio sul futuro: energia pulita, prodotta localmente e a prezzi accessibili.

Nel frattempo, la domanda da parte dei centri dati è destinata a esplodere, con investimenti globali che secondo l’Agenzia internazionale per l’energia hanno sfiorato i 580 miliardi di dollari nel 2025.

La realtà geopolitica dell’Europa non fa che rendere più chiara tale esigenza. Alla luce della graduale eliminazione del gas russo e della pressione sotto cui si trovano le catene di approvvigionamento del gas naturale liquefatto a causa del deterioramento delle relazioni transatlantiche, l’UE deve urgentemente ricostruire la propria sovranità. Grazie al mercato europeo dell’energia e alla sua interconnessione i consumatori di tutto il continente possono beneficiare dell’energia elettrica nucleare proveniente da 101 reattori nucleari situati in 13 Stati membri.

L’energia nucleare è energia europea e affonda le sue radici nelle catene di approvvigionamento locali, nella forza lavoro qualificata e nella ricerca avanzata. Sostenere l’intera catena del valore – dai combustibili alle competenze fino alla ricerca e all’innovazione – non è una scelta, è un dovere.

Nel finalizzare la sua strategia nucleare la Commissione europea ha la possibilità di abbandonare le proprie esitazioni e assumere invece il ruolo di catalizzatore. Ciò implica procedure semplificate in materia di aiuti di Stato, procedure di concessione delle licenze più rapide, accesso ai finanziamenti dell’UE e un quadro di finanziamento che tratti allo stesso modo l’energia nucleare e le energie rinnovabili. È necessario che la neutralità tecnologica, promessa da tempo ma raramente messa in pratica, diventi finalmente un principio guida.

Le nuove tecnologie possono dare un contributo in tal senso. I piccoli reattori modulari e progettazioni avanzate potrebbero rendere l’energia nucleare più flessibile, scalabile e adatta ai cluster industriali e alle reti di teleriscaldamento. Tuttavia, in assenza di una cooperazione normativa tra gli Stati membri, di standard comuni e di codici e norme chiari e ampiamente riconosciuti, queste innovazioni rimarranno bloccate nel limbo dei progetti pilota. Il lavoro dell’alleanza industriale europea sui piccoli reattori modulari non dovrebbe rimanere chiuso in un cassetto, ma anzi dovrebbe definire la normativa e le decisioni di investimento.

Non possiamo permetterci alcun dogma in materia di energia. L’Europa si è posta l’obiettivo ambizioso di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Affinché possa conseguirlo preservando nel contempo la sua autonomia strategica e la sua forza economica, deve disporre di tutte le alternative credibili a basse emissioni di carbonio.

In materia di nucleare la questione non è se occorra o meno potenziare il settore, ma piuttosto quanto velocemente sia necessario farlo, e se Bruxelles aprirà la strada a tale industria o continuerà a intralciarla.

È giunto il momento che l’Europa punti sugli elementi propulsori del settore nucleare, invece che sulle strozzature.


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