Le quattro velocità della moda italiana verso la sostenibilità

L'analisi del Centro Studi Up2You realizzata su 200 aziende del fashion

Cosa significa essere competitivi e sostenibili nel campo della moda? Su questo tema si è interrogato anche il Centro Studi Up2You realizzata su 200 aziende del fashion Made in Italy. I risultati sono stati annunciati oggi a pochi giorni dalla chiusura di Milano Fashion Week. Quello che emerge è un comparto in trasformazione, consapevole delle sfide in corso ma ancora caratterizzato da livelli di maturità molto diversi.

  • Solo 38 aziende monitorano in modo sistematico la propria impronta di carbonio.
  • Il 62% delle aziende considerate nello studio coinvolge fornitori e partner in percorsi ESG, ma lo fa spesso in modo non strutturato, con strumenti non omogenei o incompleti.
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Foto di Pexels da Pixabay

Le quattro velocità della moda

L’analisi evidenzia un sistema a quattro velocità che ha così indicato:

  • I Pionieri (35 aziende) integrano già la sostenibilità in modo strutturato: misurano le emissioni lungo la filiera, usano materiali certificati e pubblicano bilanci trasparenti.
  • I Wannabe (54 aziende) si collocano brand con progetti concreti su tracciabilità e materiali responsabili, ma ancora da completare in termini di standardizzazione e verificabilità dei dati.
  • I Comunicatori (74 aziende): aziende che hanno portato la sostenibilità al centro del marketing, ma non sempre riescono a supportare le dichiarazioni con indicatori misurati e certificati.
  • Gli Emergenti (36 aziende) includono numerose PMI e realtà artigiane che incarnano l’identità creativa del Made in Italy, ma sono solo all’inizio nella raccolta dati ESG e nei sistemi di governance.

Una filiera complessa da monitorare

La filiera della moda è lunga, internazionale e frammentata, diventa complesso raccogliere dati coerenti su emissioni, materiali, chimica e condizioni di lavoro. E questo secondo Up2you rappresenta la differenza competitiva: “chi sa misurare in modo credibile l’impatto lungo tutto il ciclo di vita del capo ottiene accesso a mercati, bandi e capitali; chi non ci riesce rischia di restare fuori. La sostenibilità non è un vincolo esterno, è la nuova chiave di volta della competitività della moda italiana. E si regge sui pilastri della filiera” dichiara Alessandro Broglia, chief-sustainability office & co-founder di Up2You.  

Anche il contesto normativo spinge nella stessa direzione. Tra CARD, Green Claims Directive, CSDD Digital Product Passport, l’Europa sta chiedendo indicatori chiari, tracciabilità operativa e responsabilità estesa lungo la catena del valore.

La ricerca mostra che in diversi Paesi del Sud-Est asiatico, come India, Vietnam e Bangladesh, i fornitori stanno alzando rapidamente gli standard ESG, investendo in tecnologie per la tracciabilità e adottando certificazioni riconosciute come ISO 14001 o SA8000. Questa evoluzione riduce il divario competitivo basato sui costi e rende decisiva la capacità italiana di dimostrare, oltre che dichiarare, le proprie performance lungo la filiera.

In questo quadro, il messaggio centrale della ricerca è netto, come dichiara Broglia “Prima si misurano gli impatti, poi si comunica. Le norme europee contro i green claims vaghi vanno in questa direzione e l’inazione non è più un’opzione. Anche il ritorno dei dazi sta cambiando le rotte del commercio: l’accesso ai mercati non sarà più assicurato dalle sole dinamiche di prezzo. La sostenibilità diventa quindi un passepartout industriale e commerciale. Per la moda italiana questo è un vantaggio: abbiamo una qualità che il mondo ci riconosce, e oggi possiamo dimostrarla con dati e trasparenza lungo tutta la filiera. Se sapremo farlo, la nostra eccellenza resterà protagonista della scena globale.

 


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