Perché il solare Usa ha scelto (per ora) l’integrazione verticale

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Perché un’azienda sceglie di acquistare altre attività lungo la sua filiera piuttosto che “comprare” la concorrenza? O in termini economici: perché optare per l’integrazione verticale invece che per quella orizzontale? La risposta a questa domanda, tutt’altro che scontata, non può essere univoca né standardizzata perché coinvolge le scelte strategiche messe in campo dalle aziende a seconda delle condizioni del mercato.
Dall’insieme di queste risposte, però, si può trarre una fotografia del mercato e ipotizzare possibilità future.
Così i ricercatori del Rocky Mountain Institute hanno provato a identificare 5 ragioni per cui il mercato solare statunitense sta scegliendo (per ora) l’integrazione verticale un trend che, sebbene già presente in altri settori economici (come esempio viene citato il caso Walmart la grande catena di centri commerciali che possiede e gestisce la propria flotta di trasportatori), viene definito “curioso”.

Quello che è certo, sottolineano gli autori del post comparso sul blog dell’istituto americano, è che questo processo ha portato le aziende a cambiare il proprio approccio al settore passando da una visione focalizzata sul prodotto e sul mercato a una più complessa che coinvolge anche altri aspetti come lo sviluppo del progetto, il finanziamento e l’installazione. Per dare un’idea della rilevanza del fenomeno, basti pensare che nel 2013 a controllare il 34% del mercato erano SolarCity e Vivint, le due maggiori aziende installatrici statunitensi, che rappresentano il massimo esempio di integrazione verticale in questo settore.

Queste, secondo i ricercatori, le principali motivazioni.
L’integrazione verticale tra installatori e finanziatori dà la possibilità di massimizzare gli incentivi derivanti dall’investment tax credit (credito d’imposta federale per l’investimento) sui sistemi solari che viene assegnata al finanziatore e si basa sul valore stimato del progetto. In questo modo l’azienda, nelle vesti di installatore, è in grado di controllare questa stima e di riceverne i benefici fiscali, in quanto finanziatore.
L’assorbimento dei produttori di pannelli, invece, crea una sorta di “black box” dei costi dei moduli (e non solo) consentendo all’azienda verticalmente integrata di non rivelare quanto il suo prezzo derivi dai costi e quanto dai margini. Un ulteriore aspetto da non sottovalutare, scrino gli autori, è che la fusione installatori-finanziatori consente ai primi di sterilizzare il potere di mercato dei secondi e, viceversa, permette ai secondi di esercitare un migliore controllo sui meccanismi di pricing. Come l’integrazione orizzontale, anche quella verticale, produce l’effetto di ridurre la competizione ma, contrariamente alla prima, non per l’assorbimento (e quindi l’annullamento) della concorrenza ma rendendo più forte le imprese: “Con l’integrazione verticale – scrivono gli autori – le grandi aziende possono diventare i propri fornitori e controllare l’accesso alle attrezzature e al finanziamento”. In questo modo le grandi imprese possono attrarre più clienti grazie a condizioni finanziari migliori e rafforzare, di conseguenza, le barriera all’entrata per i piccoli player.
Da ultimo, questo processo costituisce una difesa contro gli speculatori e le “imitazioni” in caso di nuove tecnologie. L’opportunità di mantenere un nuovo brevetto all’interno della filiera produttiva, gestita da un unico soggetto, rappresenta una maggiore garanzia nei confronti di possibili “plagi” da parte dei concorrenti che hanno più difficoltà a “desecretare” le caratteristiche tecniche dei nuovi prodotti.

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