Aspetti Sanitari (tra cui valutazione del rischio sanitario, il ruolo delle Asl e la corretta gestione dell’informazione ai cittadini), ma anche questioni normative (come ad esempio la definizione dell’ambito di applicazione) e di tipo tecnico-applicativo (tra cui i criteri per la delimitazione dell’area con il coordinamento del Sistema nazionale protezione ambientale). Sono questi i temi che verranno affrontati in maniera prioritaria tra quelli indicati nelle Linee di indirizzo del Tavolo Tecnico  istituito nell’ambito del Ministero dell’Ambiente (Mattm) e attivo dal 23 novembre 2016. L’elemento chiave su cui vertono le diverse azioni è quello di condividere  alcuni orientamenti in tema di “inquinamento diffuso” con i soggetti coinvolti, tra cui il Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa).  

Al Tavolo – che punta a garantire omogeneità di approccio al problema in seguito a richieste di supporto tecnico di alcune Regioni – partecipano i rappresentanti designati dalle Regioni e dalle Arpa/Appa, e rappresentanti di Ispra e Iss. L’articolo 239, c.3 del Dlgs 152/06 richiede, infatti, alle Regioni, a disciplina, degli interventi di bonifica e ripristino ambientale per le aree caratterizzate da inquinamento diffuso le competenze e le procedure previste per i siti oggetto di bonifica di interesse nazionale (SIN). In particolare nei SIN (per i quali la titolarità dei procedimenti di bonifica è del Mattm) rientrano – in base all’ art. 252 del Dlgs 152/06 – aree potenzialmente interessate da fenomeni di inquinamento diffuso che interessano: suolo e acque sotterranee.

Cos’è l’inquinamento diffuso 

Ma a cosa riferisce esattamente con il termine inquinamento diffuso. Con il termine – definito dal d.lgs. 152/2006 – si intende la contaminazione o le alterazioni chimiche, fisiche o biologiche delle matrici ambientali determinate da fonti diffuse e non imputabili ad una singola origine.

Aspetti sanitari

Se approfondiamo ad esempio gli aspetti sanitari del fenomeno emerge come la prima proposta dell’Iss (Istituto superiore di sanità) per la valutazione e gestione del possibile impatto legato a situazioni di inquinamento diffuso nei suoli emerge come la questione si caratterizzi per due elementi chiave da in termini di obiettivi: da una parte l’individuazione di un’adeguata modalità di utilizzo del suolo e di un’esposizione della popolazione (suolo urbano a uso verde/residenziale, suolo agricolo, arenili); dall’altra la definizione di un indice degli inquinanti basato su diversi elementi tra cui – solo per citare qualche esempio – l’entità del superamento delle CSC (Concentrazione soglia di contaminazione), i livelli di tossicità e la frequenza di rilevamento dei superamenti delle CSC o valori di fondo naturali (VFN).

Tre fasi d’azione

L’Istituto superiore di sanità ha poi proposto tre fasi d’azione comuni. Nella prima verrebbe effettuata l’identificazione di zone geograficamente separate o sub-aree caratterizzate dalla presenza di particolari elementi geo-morfologici che possano indicare il grado di  contaminazione. Nella seconda, invece, gli elementi chiave sono la determinazione di un ordine di priorità nella definizione delle modalità di valutazione e di intervento in base a  caratteristiche chimico-fisiche – tossicologiche degli inquinanti, indice, entità e frequenza dei superamenti delle CSC, reale utilizzo e fruibilità delle aree, quantità e tipologia di popolazione fruitrice delle aree. Nella terza fase, infine, il focus si concentra sull’individuazione delle vie di esposizione (ingestione, inalazione  e contatto dermico) e sull’eventuale stima quantitativa del rischio (effetti tossici e/o cancerogeni) con idonee formule di calcolo. In generale l’obiettivo di un approccio di tipo valutativo e gestionale del rischio sanitario punta a identificare delle misure efficaci di intervento e mitigazione nel breve termine (es. sostituzione strato superficiale di terreno) e nel medio-lungo termine (es. tecniche di fito-bioremediation), il tutto nell’ambito dei Piani di gestione.

Le osservazioni di Snpa e Regioni

SNPA e Regioni nella riunione del 25 ottobre dello scorso anno hanno formulato, però delle osservazioni. Tra i punti sottolineati c’è la richiesta di indicazioni sugli elementi essenziali da inserire nella comunicazione del rischio, indicazioni tecnico-operative di maggior dettaglio sui criteri di valutazione e la necessità di differenziare condizioni, terminologia e strumenti. Il  Ministero dell’Ambiente si è impegnato dunque  a presentare una proposta sulla definizione dell’ambito di applicazione dell’inquinamento diffuso, in grado di integrare le Linee guida Snpa alla luce della recente giurisprudenza e degli orientamenti degli organi amministrativi. In base alle indicazioni pervenute la proposta sarà integrata dall’Istituto Superiore di Sanità. 

La questione dei nuovi contaminanti

Un’altra questione su cui sta crescendo sempre di più l’attenzione è poi quella dei contaminanti emergenti. A destare preoccupazione è la loro diffusione nelle risorse idriche e i processi di trasformazione a cui possono andare incontro nell’ambiente, questioni oggetto di studio da parte delle Agenzie per la protezione dell’Ambiente e del Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa). Il tema, in particolare, è stato affrontato anche nella sessione tematica “Acque sotterranee e inquinamento delle falde, il caso dei contaminanti emergenti” alla Summer school AssoArpa di Cagliari (27-29 settembre 2017). I vari contributi del convegno sono disponibili più estesa anche sul bollettino dell’Unione italiana esperti ambientali (Unidea).  In quell’occasione il Direttore Generale ARPAE Emilia-Romagna Giuseppe Bortone – come si legge dagli atti del convegno – ha sottolineato, nel suo intervento, come “Le Agenzie ambientali siano in una posizione impegnativa e non propriamente “comoda”. “Alla conoscenza dei fenomeni si devono affiancare aspetti di gestione operativa per dare risposte concrete, immediate e operative; e nel farlo è necessario usare un linguaggio comprensibile a tutti, considerando che spesso si tocca una sfera molto sensibile delle persone: quella della vita, della sicurezza e della salute, anche delle generazioni future”, ha aggiunto Bortone.

Il caso Pfas nel Veneto

Tra i temi affrontati nel corso del convegno anche il caso del Veneto dove nel 2013, una ricerca sperimentale su potenziali inquinanti “emergenti”, effettuata nel bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani e condotta dal CNR e dal Ministero dell’Ambiente, ha evidenziato  “la presenza anche in Italia di sostanze perfluoro alchiliche (PFAS) in acque sotterranee, acque superficiali e acque potabili”, come si legge sul sito di Arpa Veneto. La questione era già stata affrontata da uno studio del 20007 pubblicato su Analytical and Bioanalytical Chemistry che aveva analizzato alcuni tratti del Po e dei suoi affluenti riscontrando “nel Tanaro, vicino alla città di Alessandria concentrazioni di PFAS fino a 1300 ng/l”.

Le iniziative di Arpa Veneto

“ ARPAV – si legge sul sito dell’agenzia – si era attivata subito individuando per il Veneto la principale fonte di pressione e l’area di contaminazione nella provincia di Vicenza ed estendendo il controllo a tutto il territorio regionale, attraverso le reti di monitoraggio delle acque sotterranee e superficiali nonché, in stretto coordinamento con la Regione del Veneto e l’Istituto Superiore di Sanità, ad altre matrici ambientali, quali acque marine e lagunari, fanghi e alimenti. L’intervento tempestivo ha permesso alle autorità regionali di mettere in sicurezza l’acqua potabile della zona interessata, tramite l’utilizzo di filtri a carboni attivi, già nel 2013”.

Cosa sono i Pfas

Ma cosa sono i Pfas? “I Pfas – si legge sul sito di Arpa Veneto – sono composti che, a partire dagli anni cinquanta, si sono diffusi in tutto il mondo, utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa. Come conseguenza dell’estensiva produzione e uso dei PFAS e delle loro caratteristiche chimiche questi composti sono stati rilevati in concentrazioni significative nell’ambiente e negli organismi viventi”.

Nel 2006 l’Unione Europea – si legge ancora sul sito – ha introdotto restrizioni all’uso del PFOS, una delle molecole più diffuse tra i Pfas, da applicarsi a cura degli Stati membri. “Per le acque potabili non sono ancora definiti e non esistono limiti di concentrazione nella normativa nazionale ed europea; la Regione del Veneto ha recepito le indicazioni del Ministero della Salute sui livelli di performance da raggiungere nelle aree interessate da inquinamento da composti fluorurati”.

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