Digitale, un nuovo modello di lavoro

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teleworker tTra “Job Act” in salsa renziana e proposta di legge trasversale sullo “Smart Working”: il tema del lavoro torna al centro dell’attenzione e ad approfondire la questione dal punto di vista del telelavoro è Giuseppe Iacono (Stati Generali dell’Innovazione) sulle colonne virtuali di agendadigitale.eu.

“Sul telelavoro l’Italia è in forte ritardo – spiega l’esperto – anche se nell’ultimo anno, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, si è registrato un aumento dell’8% di telelavoratori (almeno occasionali) passando dal 17% del 2012 al 25% del 2013”.

Più nel dettaglio, nell’analisi il futuro del digitale in Italia è fatto passare anche da un nuovo modello di lavoro che tenga presente tre punti fissi:Un quadro organico di cambiamento del funzionamento delle organizzazioni (dal punto di vista soprattutto dei processi e dei modelli di governance e della capacità di gestire per obiettivi e per processi); sostenendo il principio della prevalenza del risultato e del valore delle relazioni sulla regolamentazione oraria; il riconoscimento di modalità ed esigenze nuove connesse alla società della conoscenza, ai knowledge worker e in generale ai lavori ad elevato contenuto di conoscenza”.

Alla luce di ciò, l’autore ritiene che una legge di riferimento debba “trattare il tema del telelavoro e del lavoro in mobilità in modo organico; ribadire il tema organizzativo e far riferimento a quanto previsto dal decreto Crescita 2.0 ed estenderlo anche ai privati (obbligo di un piano organizzativo per il telelavoro); sancire, in altri termini, che il lavoro in mobilità è un default (la “normalità”) e che è a carico delle organizzazioni specificarne eventuali limitazioni e inapplicabilità; prevedere, quando richiesto dal lavoratore,  l’approccio BYOD (Bring Your Own Device) nell’uso dei dispositivi per il lavoro in mobilità, lasciando naturalmente in carico all’organizzazione l’installazione e la manutenzione del sw necessario per lo svolgimento delle attività lavorative (con tutti i problemi di sicurezza connessi); prevedere un periodo di osservazione sui risultati dell’applicazione della legge, anche con un supporto culturale e organizzativo alle aziende e alle amministrazioni, per superare quello che è riconosciuto come il principale fattore di ostacolo al riconoscimento del lavoro in mobilità: l’incapacità dei manager di realizzare una gestione per obiettivi”.

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