L’Italia e il bivio delle rinnovabili: colmare il gap sul PNIEC vale 17 miliardi all’anno e 60mila posti di lavoro

Rimuovere i colli di bottiglia burocratici che frenano lo sviluppo delle fonti rinnovabili permetterebbe all’Italia di risparmiare ben 17 miliardi di euro all’anno sulla spesa energetica e di creare oltre 60mila nuovi posti di lavoro. È la fotografia netta scattata dallo studio “Rinnovabili e competitività: scenari, impatti e priorità per l’Italia”, realizzato da TEHA Group e commissionato dal Gruppo di lavoro Energia della Camera di Commercio di Spagna in Italia, che riunisce oltre 50 aziende iberiche del settore operanti nel Paese.

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Il report è stato presentato ufficialmente a Roma, nella cornice di Palazzo Montorio, alla presenza del Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, dell’Ambasciatore di Spagna Miguel Fernández-Palacios e del Vicepresidente di Confindustria per l’Energia Aurelio Regina.

Il prezzo della dipendenza e il divario con l’Europa

L’analisi mette in luce il legame inscindibile tra politiche climatiche e competitività industriale. L’Italia sconta ancora una forte vulnerabilità strutturale: importa il 73,9% del proprio fabbisogno energetico e il gas naturale continua a determinare il prezzo dell’elettricità per il 63% delle ore.

Nonostante una decisa accelerazione delle fonti energetiche rinnovabili (FER) – passate da un trend di +1,7 GW nel periodo 2019-2022 a ben +7,2 GW nel 2025 – le proiezioni al 2030 stimano una capacità installata di 101,9 GW. Un dato positivo, ma che accusa un gap di 29 GW rispetto ai target fissati dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).

Questo ritardo si traduce in un danno economico diretto per le imprese italiane. Come evidenziato da Aurelio Regina di Confindustria:

“A maggio 2026 il prezzo medio dell’elettricità in Italia è stato di 119 €/MWh, ben 67 € in più rispetto alla Francia, 65 € in più della Spagna e 22 € in più della Germania”.

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Il conto del risparmio: dove si recuperano i 17 miliardi?

Secondo lo studio presentato da Lorenzo Tavazzi, senior partner di TEHA Group, azzerare il divario dei 29 GW mancanti sbloccherebbe benefici miliardari su più fronti ogni anno:

  • 9 miliardi di euro: risparmio diretto sul costo dell’energia elettrica all’ingrosso.

  • 2 miliardi di euro: taglio della spesa per l’acquisto delle quote di emissione di CO2(ETS).

  • 2 miliardi di euro: minori esborsi legati alla riduzione delle importazioni di gas naturale dall’estero.

  • 3 miliardi di euro: beneficio sociale stimato grazie alla mancata emissione di gas climalteranti.

Oltre ai risparmi correnti, l’operazione attiverebbe quasi 42 miliardi di euro di PIL attraverso investimenti CapEx per nuovi impianti eolici e fotovoltaici (pari a 35,7 miliardi) e valore aggiunto generato per l’indotto del sistema-Paese (5,9 miliardi).

Le priorità: burocrazia e reti di trasmissione

Per trasformare la transizione in una reale priorità industriale, il report individua due criticità operative urgenti. Attualmente, i tempi autorizzativi italiani superano di 32 mesi i limiti UE per l’eolico e di 12 mesi quelli per il fotovoltaico; inoltre, senza interventi strutturali, le ore di congestione sulla rete elettrica rischiano di aumentare del 77% al 2030.

Le soluzioni proposte da TEHA Group si articolano su due direttrici:

  1. Meccanismo di Fast-Track: corsie autorizzative straordinarie e accelerate per i progetti FER.

  2. Rete anticipatoria: sviluppo preventivo delle infrastrutture di trasmissione di Terna e connessioni tempestive per i progetti già maturi.

Abbiamo voluto contribuire al dibattito con dati indipendenti“, ha concluso Valerio Faccenda, vicepresidente della Camera di Commercio di Spagna in Italia e Country Manager di Iberdrola. “I progetti non mancano, con oltre 4.000 impianti in attesa di autorizzazione. La sfida ora è tramutarli in realtà operative attraverso la collaborazione di tutte le amministrazioni locali”.


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