Giornata Mondiale degli Oceani: il “respiro caldo” del polmone blu

8 giugno, i dati scientifici tracciano un quadro d’allarme per la salute dell'ambiente marino

L’appuntamento dell’8 giugno, in cui si celebra la Giornata Mondiale degli Oceani rappresenta un’occasione cruciale per riflettere sullo stato di salute della più grande risorsa termoregolatrice del nostro Pianeta. A ricordarcelo sono i dati del 9° Copernicus Ocean State Report (Osr9) che mette in luce l’impatto di quella che le Nazioni Unite definiscono la triplice crisi planetaria: inquinamento, perdita di biodiversità e cambiamento climatico. Le evidenze raccolte su scala globale sono inequivocabili e mostrano oceani costretti a trattenere quantità di calore mai registrate prima, con un tasso di accumulo termico che dal 1993 ha subito una costante accelerazione. Le temperature medie superficiali della terra marina hanno temporaneamente superato la soglia critica dei 21°C sia nel 2023 sia nel 2024, un picco senza precedenti nell’era delle osservazioni satellitari, amplificato dalla sovrapposizione tra variabilità naturale e riscaldamento antropico.

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Foto di Hiroko Yoshii su Unsplash.

Di pari passo, lo scioglimento dei ghiacci e l’espansione termica delle acque hanno spinto l’innalzamento del livello medio del mare a toccare il tasso record di oltre 4 millimetri all’anno nell’ultimo decennio analizzato, segnando un incremento del 30% rispetto ai ritmi di fine anni ’90.

Mediterraneo nella morsa della febbre climatica

Spostando l’obiettivo sui mari che lambiscono il nostro continente, il rapporto Copernicus evidenzia come il Mar Mediterraneo si confermi un vero e proprio hotspot del cambiamento climatico, dove i fenomeni estremi stanno diventando la normalità. Il riscaldamento a lungo termine delle acque superficiali sta guidando un aumento generalizzato della gravità, dell’esposizione totale al calore e dell’intensità massima delle ondate di calore marine.

Questo costante incremento della temperatura di base riduce la resilienza dell’intero bacino, rendendo le acque mediterranee vulnerabili a shock termici prolungati che penetrano ben al di sotto della superficie, alterando i flussi biogeochimici e minacciando gli ecosistemi unici di questa porzione di oceano interno.

Impatto sulle coste italiane e collasso delle risorse locali

Le ripercussioni di questa vera e propria febbre marina si riflettono in maniera drammatica sul territorio italiano, dove lo studio dettagliato delle anomalie termiche del 2023 ha rivelato scenari inquietanti per l’economia costiera e la biodiversità autoctona. Nel Nord Adriatico, la prima presenza di temperature elevate ha favorito la proliferazione massiccia del granchio blu, una specie aliena invasiva che ha trovato un ambiente ideale per estendere i propri periodi di riproduzione e sviluppo larvale, portando al collasso della produzione ittica locale con azzeramenti totali (100%) nella raccolta delle vongole in alcune lagune del Delta del Po.

Parallelamente, lungo le coste della Sicilia settentrionale e orientale, ondate di calore marine intense e prolungate per decine di giorni hanno coinciso con un aumento delle segnalazioni del verme di fuoco, un predatore termofilo vorace la cui espansione territoriale rappresenta una minaccia diretta sia per le reti biologiche locali sia per le attività della pesca artigianale.

Oceani e mari, panoramica sulla biodiversità insidiata dalla plastica

Allargando nuovamente l’orizzonte, il report Copernicus offre una panoramica ad ampio spettro che connette la degradazione fisica dei mari alla crisi ecologica globale. Oltre l’8% degli hotspot di biodiversità marina e ben un terzo delle Aree marine protette situate al di fuori delle giurisdizioni nazionali sono attualmente esposti a tassi di riscaldamento e acidificazione superiori alla media globale. Le pressioni umane si sovrappongono in modo letale nei pressi delle barriere coralline, dove gran parte delle nazioni ad alte emissioni di rifiuti plastici confina con colonie di coralli già classificate a rischio critico di estinzione.

Il calore in eccesso accelera la frammentazione della plastica in microplastiche, mentre l’acidificazione indebolisce le strutture calcaree, creando un effetto sinergico che minaccia anche le grandi riserve ittiche oceaniche, come quelle del tonno, la cui sopravvivenza è messa a dura prova dall’alterazione degli habitat subpolarizzazione e tropicali.

I buoni propositi per l’orizzonte del 2030

I dati della 9° edizione del Copernicus Ocean State Report non lasciano spazio a rinvii e devono spingerci, in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani e negli anni a venire, a tradurre la consapevolezza scientifica in piani d’azione governativi e comunitari. Il documento rilancia con forza la necessità di raggiungere l’obiettivo globale di proteggere efficacemente almeno il 30% delle acque costiere e marine entro il 2030, un traguardo ancora lontano se si considera la scarsa tutela di cui godono le acque internazionali d’alto mare.

Accanto alla protezione legale, emerge l’urgenza di implementare strategie di gestione integrata e mitigazione che correggano le pratiche umane inadeguate, come la cattiva gestione degli scarti della pesca o il rilascio involontario di specie invasive, ottimizzando al contempo i sistemi di osservazione oceanica. Custodire oceani e mari significa preservare il principale custode della stabilità climatica del Pianeta, una responsabilità collettiva che la scienza ci chiede di assumere senza esitazioni.

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