Gli effetti deleteri del riscaldamento globale sui coralli sono tristemente noti. Ora una nuova ricerca mostra come il climate change non sia l’unico responsabile del danneggiamento di questi animali marini. A salire sul banco degli imputati è infatti anche l’incremento della concentrazione di azoto nell’acqua dovuto all’inquinamento umano diretto. Un studio condotto dall’università della Georgia ha analizzato infatti una serie di rilevazioni condotte nel corso degli ultimi 30 anni in Florida mostrando l’impatto devastante nella regione delle Everglades del nord delle acque reflue agricole non trattate in modo adeguato e confluite  nell’Oceano. Nello specifico gli elevati livelli di azoto causati da queste acque reflue abbassano la soglia limite di temperatura necessaria allo sbiancamento dei coralli. 

Un progressivo calo

Questa situazione ha portato a un continua perdita di coralli nel corso degli anni. Nello specifico dal 33% del 1984 si è arrivati a meno del 6% nel 2008. In particolare gli studiosi hanno evidenziato come tre importanti eventi di sbiancamento del corallo sono avvenuti a ridosso di forti piogge.

Gli effetti dell’azoto sul corallo

Ma nello specifico come l’azoto influisce sui coralli? I livelli elevati di questa sostanza  causano stress metabolico, esponendoli maggiormente a malattie e aumentando la diffusione di alghe che, a loro volta, limitano l’accesso della luce, favorendo il degrado delle barriere coralline.

La genetica a servizio della tutela dei coralli

Un altro studio mostra invece che la genetica potrebbe dare un contributo a migliorare la sopravvivenza dei coralli in un oceano con temperature in continua crescita. Un team di ricercatori dell’Università del Texas ad Arlington ha studiato una risposta proteica dei mitocondri in una specie di corallo minacciata e ha stimato come la genetica possa offrire interessanti spunti per tutelare questi organismi. 

La reazione allo stress

Per gestire lo stress celiare i coralli attivano l’omeostasi delle proteine ​​mitocondriali e la disintossicazione dai radicali liberi, un’attività che fino ad ora era sconosciuta che  rappresenta un meccanismo di difesa interessante. Abbiamo capito che esiste un gene bersaglio essenzialmente usato come biomarcatore per i coralli malati”, hanno spiegato gli scienziati. 

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