Nel corso del 2024, il settore dei data center ha superato la soglia dei 400 TWh di consumo elettrico mondiale, una cifra destinata a toccare quota 1.000 TWh entro il 2030 sotto la spinta degli investimenti massicci delle Big Tech. Queste realtà stanno programmando impegni finanziari nell’ordine di oltre 336 miliardi di euro per il solo 2026, focalizzandosi sulla costruzione di campus ad alta intensità che in alcuni casi superano il gigawatt di potenza.

In questo contesto, i data center emergono come una forma di industria energivora stabile, operativa h24, il cui carico è diventato talmente rilevante da non poter più essere considerato marginale da alcun sistema elettrico nazionale. La scalabilità del digitale è dunque diventata intrinsecamente dipendente dalla capacità delle infrastrutture energetiche di garantire continuità e approvvigionamenti ibridi, spostando il protagonismo dai colossi tecnologici alle utility.
Cambia il ruolo dell’utility da fornitori di energia, a partner
“Per le utility italiane questa trasformazione non è un fenomeno da osservare, ma un nuovo terreno competitivo” Afferma in uno studio della società di consulenza Arthur D. Little, a cura di Leonardo Rosetto, che nello studio sottolinea come “Lo sviluppo dei data center obbliga a rivedere la pianificazione delle reti, accelerare gli investimenti in capacità e connessioni e progettare soluzioni integrate che combinino energia, flessibilità, calore e servizi infrastrutturali”.
Una situazione in cui la “convergenza tra digitale ed energia” riduce la distanza che i passato era percepita tra questi settori. Offrendo sottolinea Rosetto nello studio “nuove complementarità tra localizzazione, approvvigionamento, gestione dei carichi e integrazione con il territorio”. Uno scenario che vede le utility assumere un ruolo strategico passando da fornitori di energia, a partner in grado di abilitare i nuovi cicli industriali del digitale.
Diventando di fatto un’infrastruttura abilitante dei data center. Quindi è strategico
“garantire continuità, programmabilità e integrazione territoriale”. In quello che Rosetto definisce “il nuovo ciclo digitale europeo”.
Data center: l’ascesa dell’Italia
Mentre i tradizionali hub europei noti come Flap-D (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino) iniziano a mostrare segni di saturazione dovuti alla scarsità di suolo, vincoli urbanistici e congestione delle reti, l’Europa sta vivendo un riposizionamento geografico dei propri centri di calcolo. L’Italia, insieme alla Spagna, si sta ritagliando un ruolo di primo piano grazie a una maggiore disponibilità infrastrutturale. Nel nostro Paese le richieste di connessione alla rete sono letteralmente esplose, passando in pochi mesi da 30 a circa 80 GW, con una concentrazione imponente nel polo milanese che da solo sfiora i 12 GW.
Tuttavia, occorre distinguere tra la pipeline esplorativa e il fabbisogno reale: di questa enorme mole di richieste, solo 7,5 GW sono stati approvati e appena 700 MW risultano contrattualizzati. Questo fenomeno, definito backlog fantasma, descrive una domanda potenziale molto più ampia della capacità effettivamente realizzabile, che per il sistema italiano non dovrebbe superare gli 8-10 GW totali una volta considerati i tempi di sviluppo e i vincoli tecnici.
Fabbisogno energetico e tecnologie per la stabilità del sistema
Sebbene l’Italia parta da consumi attuali contenuti, stimati in circa 3,5 TWh annui, le proiezioni al 2030 indicano una crescita vertiginosa che potrebbe portare il fabbisogno a superare i 30 TWh all’anno. Entro il 2035, i data center potrebbero arrivare ad assorbire fino al 13% della domanda elettrica nazionale. Trattandosi di un carico non modulabile distribuito sulle 24 ore, la sola produzione da fonti rinnovabili tramite contratti Ppa non sarà sufficiente a coprire l’intera domanda, fermandosi realisticamente a circa un terzo del totale a causa della variabilità stagionale e giornaliera.
Per colmare questo gap e garantire potenza continua, il sistema dovrà puntare su un mix tecnologico complementare che includa sistemi di accumulo, cicli combinati di nuova generazione con cattura della CO2 e, in prospettiva futura, anche soluzioni nucleari modulari. Un paradigma già visibile negli Stati Uniti, dove gli hyperscaler utilizzano generazione dedicata on-site con turbine a gas ad alta efficienza per stabilizzare i costi e non gravare sulle reti locali, sta iniziando a farsi strada anche nel contesto europeo.
Il valore territoriale: dal recupero del calore agli edge data center
Il nuovo approccio italiano non si limita alla fornitura elettrica, ma punta sull’integrazione territoriale e sul riutilizzo energetico. Il Decreto Energia ha già riconosciuto queste strutture come asset strategici attraverso l’introduzione del Procedimento Unico, accelerando l’allineamento tra pianificazione energetica e investimenti. Esempi concreti di economia circolare emergono dai progetti di Milano e Brescia: nel capoluogo lombardo, l’iniziativa Avalon 3 recupererà 15 GWh annui di calore residuo per il teleriscaldamento urbano, soddisfacendo il bisogno di 1.200 famiglie, mentre a Brescia un impianto a raffreddamento liquido alimenterà oltre 1.300 abitazioni evitando l’emissione di 3.500 tonnellate di CO2 all’anno.
Accanto ai grandi campus, si svilupperà inoltre una rete capillare di circa 1.000 edge data center distribuiti sul territorio nazionale, micro-strutture a bassa potenza capaci di offrire servizi a bassa latenza in prossimità degli utenti e di rafforzare la resilienza complessiva del sistema. Per le utility, questa convergenza rappresenta un nuovo terreno competitivo che richiede di superare la semplice fornitura per diventare partner strategici nello sviluppo di infrastrutture integrate e flessibili.
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