La rivoluzione delle batterie esauste è pronta. L’Europa si trova attualmente in un paradosso industriale ed economico che ne frena la sovranità tecnologica: pur accelerando verso l’elettrificazione totale, rimane intrappolata in una profonda dipendenza dall’estero per i materiali fondamentali. Una soluzione radicale a questa criticità emerge dalla ricerca condotta da Elza Bontempi, docente dell’università degli Studi di Brescia, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati sulla prestigiosa rivista Resources, Environment and Sustainability.
La proposta punta a ribaltare i rapporti di forza mondiali attraverso lo sviluppo di centri di riciclo europei modulari, concepiti per trasformare quello che oggi è considerato un rifiuto oneroso in un tesoro strategico per la produzione di nuove batterie agli ioni di litio.
L’emorragia di materiali preziosi
Il contesto attuale vede l’Europa in una posizione di estrema vulnerabilità rispetto alla Cina, che oggi detiene il controllo di quasi il 90% della capacità di raffinazione globale. Il divario è nei numeri: la capacità di riciclo europea si attesta su appena 0,5 milioni di tonnellate, un valore quasi cento volte inferiore a quello del colosso asiatico. Questa sproporzione genera un circolo vizioso in cui l’Europa è costretta a esportare in Asia oltre la metà della black mass, la polvere scura ricca di litio e cobalto ottenuta dalla frantumazione delle batterie esauste. In questo modo, materiali preziosi lasciano i confini comunitari per poi essere riacquistati a caro prezzo una volta lavorati all’estero.
Elza Bontempi sottolinea come l’accelerazione della transizione verso l’elettrificazione ponga il continente in una posizione difficile, definendola “quasi completamente dipendente dalle importazioni di materie prime strategiche, come litio e cobalto, e allo stesso tempo ha una limitata capacità di riciclare quegli stessi materiali”. La docente ha poi evidenziato che, nonostante il quadro complesso, il territorio possiede le competenze e le risorse necessarie per allentare questa morsa, a patto di implementare una gestione attiva e lungimirante delle risorse per trattenere le materie prime all’interno dei confini europei.
Batterie: i limiti di un sistema frammentato
La ricerca analizza le cause che hanno impedito finora all’Europa di competere efficacemente. Attualmente, il settore è caratterizzato da una profonda asimmetria: mentre gli impianti di pre-trattamento sono diffusi capillarmente a livello locale, i grandi siti di raffinazione sono pochi e spesso controllati da gruppi extra-UE. Questa frammentazione è alimentata da standard tecnologici non armonizzati e da normative nazionali difformi che rendono complicato il trasporto e lo smaltimento della black mass. Il risultato è una filiera segmentata tra aziende chimiche, gestori di rifiuti e produttori di apparecchiature, dove i progetti pilota rimangono isolati e difficilmente scalabili su scala industriale.
La proposta: centri modulari per un’economia circolare
Per superare queste barriere, lo studio suggerisce di trasformare il ritardo infrastrutturale in una vera opportunità attraverso la creazione di impianti modulari. In queste strutture, diverse tecnologie di riciclo potrebbero essere installate, confrontate e ottimizzate in condizioni identiche. L’idea è quella di avviare progetti pilota con una capacità di trattamento compresa tra le 1.000 e le 5.000 tonnellate annue, integrando la ricerca accademica e l’innovazione industriale in un unico spazio fisico supportato da una piattaforma digitale condivisa.
Questo approccio si inserirebbe perfettamente nel solco del nuovo Regolamento batterie dell’UE e del Critical Raw Materials Act. Secondo gli autori dello studio, l’obiettivo non è inseguire un unico processo perfetto, ma sviluppare la capacità di integrare tecnologie differenti all’interno di un quadro flessibile e validato dal punto di vista scientifico. In quest’ottica, le batterie esauste non sarebbero più un costo di smaltimento per trasformarsi in una miniera sicura, garantendo all’Europa l’accesso ai materiali necessari per le auto elettriche e i dispositivi elettronici del futuro senza dover guardare necessariamente ai mercati orientali.
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