Un nuovo paradigma scientifico scuote le fondamenta della gestione idrica globale. Il rapporto Global water bankruptcy: living beyond our hydrological means in the post-crisis era, pubblicato dall’Unu-Inweh (Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite), segna il passaggio definitivo dalla narrazione della crisi idrica a quella, molto più severa, della bancarotta idrica. Secondo lo studio, l’umanità non si trova più di fronte a un’emergenza temporanea, ma al dafault strutturale del sistema globale: abbiamo speso non solo il reddito annuale garantito dal ciclo idrologico, ma abbiamo intaccato irreversibilmente il capitale naturale stoccato in ghiacciai, falde acquifere e zone umide.

Bancarotta idrica: numeri della insolvibilità planetaria
Il documento definisce la bancarotta idrica come una condizione post-crisi persistente in cui l’uso dell’acqua a lungo termine ha superato i limiti di rigenerazione, causando danni che non possono più essere riparati su scala temporale umana. Le cifre riportate sono drammatiche: circa il 75% della popolazione mondiale vive oggi in paesi classificati come idricamente insicuri. Oltre 2,2 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile gestita in sicurezza e 4 miliardi soffrono di grave scarsità d’acqua per almeno un mese all’anno.
Il rapporto evidenzia come più della metà dei grandi laghi mondiali abbia perso volume dagli anni ’90 e circa il 70% delle principali falde acquifere mostri trend di declino a lungo termine. La scomparsa delle zone umide è definita come una liquidazione su scala continentale: negli ultimi cinquant’anni sono andati perduti 410 milioni di ettari di zone umide naturali, un’area vasta quanto l’intera Unione Europea. Questo deterioramento ha un costo economico stimato in 257 miliardi di euro l’anno solo per i danni legati alla siccità, una cifra superiore al Pil di quasi tre quarti degli Stati membri dell’Onu.
L’Italia nel cuore dello stress agricolo: nuovi modelli colturali
Il rapporto dedica una sezione specifica all’impatto della bancarotta idrica sui centri agricoli mondiali, citando esplicitamente la situazione italiana in un contesto di alta vulnerabilità. L’Italia viene inserita tra le nazioni che possiedono le più vaste aree di terre coltivate irrigue sotto stress idrico elevato o molto elevato. Insieme a Francia, Spagna e Germania, l’Italia contribuisce a un totale di 170 milioni di ettari di terreni agricoli europei che si trovano oggi in una condizione di precarietà idrologica.
Questa menzione sottolinea come il modello di sviluppo agricolo italiano, pilastro dell’economia nazionale, stia operando al di fuori dei propri mezzi idrologici. La dipendenza dalle acque sotterranee per l’irrigazione, in un contesto dove il 40% dell’acqua agricola globale proviene da falde in esaurimento, pone l’Italia in una posizione di rischio sistemico per la sicurezza alimentare e la stabilità dei prezzi. Il rapporto suggerisce che per paesi come il nostro, la gestione della bancarotta implichi necessariamente una riconfigurazione dei modelli colturali e una riduzione della domanda, poiché il ritorno ai vecchi regimi idrici non è più tecnicamente realizzabile.
Dalla gestione dell’emergenza idrica alla gestione del fallimento
Il passaggio concettuale proposto dall’Onu è radicale: se la gestione della crisi mirava a ripristinare la normalità precedente attraverso misure temporanee, la gestione della bancarotta deve invece negoziare un nuovo equilibrio basato sulla realtà di risorse permanentemente ridotte. Dichiarare la bancarotta idrica non è un atto di rassegnazione, ma un passo necessario per una ripartenza onesta. Proprio come in finanza si ristruttura un debito insostenibile, in campo idrologico occorre ristrutturare i diritti di prelievo per evitare il collasso totale.
Il rapporto conclude chiedendo che i prossimi vertici mondiali, tra cui la Conferenza sull’Acqua dell’Onu del 2026, adottino ufficialmente questo framework. La proposta è quella di smettere di rincorrere soluzioni incrementali di efficienza e iniziare a governare l’irreversibilità, garantendo che i costi di questa ristrutturazione non ricadano esclusivamente sulle comunità più vulnerabili, ma siano ripartiti secondo principi di giustizia sociale e climatica.
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