Dal Venezuela alla Groenlandia, la strategia del dominio energetico americano

L'offerta di Trump di comprare la Groenlandia non era una battuta, ma l'anticipazione di una dottrina che vede nel controllo delle risorse l'unica vera deterrenza contro la Cina. Ecco perché Caracas e Nuuk sono due facce della stessa medaglia

Se la geopolitica è una partita a scacchi, il mondo è la sua scacchiera. Quando parliamo di globalizzazione, siamo abituati a pensare a un mondo lineare, privo di attriti, dove le distanze sono un concetto quasi obsoleto.

Se è vero che la logistica moderna non ci permette ancora di teletrasportare un nigiri fresco da un sushi bar in Giappone direttamente sulle nostre tavole, è altrettanto vero che oggi siamo in grado di importare quello stesso salmone, che avrebbero usato in un locale di Okinawa, e lavorarlo nelle nostre cucine. La logistica del salmone giapponese, per quanto possa sembrare un paragone astruso, non differisce molto dalla logistica delle risorse energetiche globali; è difficile e sconveniente trasportare l’energia già prodotta a migliaia di chilometri, ma è possibile ed anzi vitale controllare e trasportare la materia prima grezza con cui quell’energia verrà poi generata direttamente a casa nostra.

In un sistema globalizzato dove la geografia sembrava in parte aver perso importanza, la partita non si gioca più solo sul “dove” si trovano le risorse, ma soprattutto sul “chi” le controlla.

trump venezuela Groenlandia
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

È in questa cornice che dobbiamo leggere le mosse apparentemente sconnesse di Donald Trump; l’interesse ossessivo per la Groenlandia e l’attacco a Maduro in Venezuela non sono capricci di un presidente imperialista, ma piuttosto due pilastri precipui di una nuova dottrina del “dominio energetico” volta a strangolare le ambizioni cinesi in vista di un confronto ad oggi sempre più probabile.

Il benzinaio venezuelano cambia gestore

Per anni, gli analisti si sono chiesti perché gli Stati Uniti investissero tanto capitale politico nel destabilizzare il Venezuela, un paese già in ginocchio. La risposta non risiedeva a Washington, ma a Pechino. Poco importa che le più grandi riserve di petrolio mondiali si trovino nel sottosuolo venezuelano; ciò che contava era chi aveva le mani sui rubinetti che le controllavano. Sotto Maduro, Caracas aveva di fatto appaltato la propria sovranità energetica alla Cina, ripagando miliardi di dollari di prestiti con forniture costanti di greggio. In un’ottica di “Great Power Competition”, questo rendeva la supremazia estrattiva degli Stati Uniti (raggiunta anche con lo shale oil) strategicamente spuntata.
Riportare il Venezuela sotto l’influenza americana, o quantomeno toglierlo da quella cinese, serve a chiudere questo rubinetto. È la riapplicazione della Dottrina Monroe in chiave energetica; il “cortile di casa” deve essere blindato.

Groenlandia, il baluardo dell’occidente

Secondo le stime dello United States Geological Survey (USGS), l’Artico custodisce circa il 30% delle riserve di gas naturale e il 13% di quelle petrolifere non ancora scoperte al mondo. Gli Stati Uniti, attualmente presenti con la sola Alaska nella regione, con l’acquisizione dell’isola danese avrebbero secondo l’UNCLOS un accesso potenzialmente diretto alla parte di artico nella quale tali risorse sono presenti. Tuttavia, controintuitivamente rispetto a quanto fatto in Venezuela, il potenziale controllo di queste risorse sarebbe solamente un contorno in un pasto luculliano, il vero motivo dell’interesse di Trump verso la Groenlandia risiede nella portata principale; la grande quantità di terre rare presenti nell’isola. La Cina controlla oggi tra l’80% e il 90% della raffinazione globale delle terre rare, minerali essenziali per costruire tutto, dagli iPhone ai sistemi di guida dei missili Tomahawk, fino ai caccia F-35. La Groenlandia ospita, nel giacimento di Kvanefjeld, una delle più grandi riserve non sfruttate di questi minerali (in particolare neodimio e disprosio). Non è un caso che la società cinese Shenghe Resources avesse già acquisito quote significative in progetti minerari groenlandesi, un tentativo di monopolio che Washington intende fermare a ogni costo.

leggi anche: La silenziosa e rapida escalation verso l’Artico

Acquisire una sfera d’influenza su Nuuk trascende la mera espansione territoriale, ma è fondamentale per due fattori strategicamente vitali per il futuro degli USA. Sul piano industriale, la mossa garantirebbe un buon grado di indipendenza estrattiva, permettendo a Washington di costruire una filiera di approvvigionamento di uranio e terre rare parzialmente impermeabile al monopolio cinese, svincolando così la produzione bellica e tecnologica dai ricatti di Pechino. Parallelamente, sul piano militare, il controllo dell’isola è imprescindibile per presidiare il varco GIUK (Greenland-Iceland-UK); questo “collo di bottiglia” oceanico rappresenta l’unica via di accesso all’Atlantico aperto per le flotte rivali provenienti dall’artico, rendendo la Groenlandia la torre di guardia ideale per intercettare e bloccare i sottomarini russi e possibili future incursioni cinesi prima che possano minacciare le coste occidentali.

La strategia americana verso il 2027

Venezuela e Groenlandia sono dunque due facce della stessa medaglia, territori ricchi di risorse che servono agli Stati Uniti per riacquisire quel dominio energetico che, in ambito militare, fa la differenza. Il “Grande Gioco” americano è abbastanza chiaro e si sta ora dispiegando su più fronti nella scacchiera globale. Far tornare l’Iran (che potrebbe presto riabbracciare l’identità imperiale persiana) e il Venezuela nell’orbita occidentale estirpando queste risorse alla Cina, risulterebbe essere una mossa vitale in vista di un possibile confronto sull’Indo-Pacifico per Taiwan.
Le tempistiche di queste mosse non sono casuali; gli analisti militari guardano con estrema preoccupazione alla “finestra Davidson” (dal nome dell’ex ammiraglio del comando indo-pacifico), che prevede un possibile tentativo d’invasione di Taiwan da parte della Cina entro il 2027, con la necessità per Pechino di chiudere la partita entro il 1° ottobre 2029, giorno dell’80º anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare.
Washington si sta muovendo per isolare preventivamente il Dragone, la corsa al riarmo navale di Filippine, Vietnam, Indonesia, e il rafforzamento dell’asse con Australia (AUKUS) e Nuova Zelanda servono a creare un muro di contenimento nel Pacifico. Parallelamente, nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, alleati come Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita lavorano per neutralizzare pedine iraniane come Houti ed Hezbollah e limitare l’accesso cinese a Gibuti, dove Pechino ha la sua prima base militare d’oltremare.

L’energia come casus belli e il peso della postura statunitense

In questo contesto, il controllo americano sulle rotte e sulle fonti del Venezuela, dell’Iran e della Groenlandia si configura come un tentativo diretto di condizionare le opzioni strategiche di Pechino. Se gli Stati Uniti riuscissero a limitare l’accesso della Cina a questi bacini estrattivi e minerari, la leadership cinese si troverebbe costretta a una scelta drastica; accettare il ridimensionamento delle proprie ambizioni di potenza o accelerare un confronto militare per cercare di assicurarsi un’autonomia energetica in grado di supportare le proprie ambizioni.
La postura di Trump, caratterizzata da una ridefinizione delle priorità in Europa nel conflitto Russo-Ucraino e da un riposizionamento verso l’Indo-Pacifico, segue precisamente questa logica di concentrazione delle risorse. Spostando l’attenzione dai conflitti territoriali tradizionali verso il controllo preventivo dei flussi energetici e dei minerali critici, Washington punta a paralizzare la crescita del rivale sul lungo periodo. La stabilità dell’ordine internazionale nel XXI secolo dipenderà dunque sempre più dalla capacità di controllare territori ricchi di risorse non inscritti nei propri confini nazionali. La gestione strategica di queste aree, indipendentemente da quanto remote siano, definirà i futuri rapporti di forza.

L’endgame: scacco al re o guerra di logoramento?

Prevedere con certezza le intenzioni di un’amministrazione imprevedibile per definizione come quella attuale è un esercizio rischioso, tuttavia analizzando la “Dottrina del Dominio Energetico” che affonda le radici nella Realpolitik repubblicana che viene da Trump elevata all’ennesima potenza, possiamo delineare due scenari distinti, e forse non mutuamente esclusivi, che potrebbero determinare il futuro della great power competition di questo secolo.

Scenario 1, la preparazione all’inevitabile:

si vis pacem, para bellum: Il primo scenario, il più inquietante, è quello in cui Washington considera il conflitto cinetico con la Cina non più come una possibilità remota, ma come un evento quasi certo, dettato dal concetto della “Trappola di Tucidide” introdotto dal professore ed analista Graham Allison. In quest’ottica, la deposizione di Maduro in Venezuela ed un’eventuale mossa in Groenlandia non seguirebbero uno schema politico, ma sarebbero a tutti gli effetti mosse imputabili ad una strategia di logistica di guerra. Combattere nel teatro dell’Indo-Pacifico pone gli Stati Uniti in uno svantaggio geografico naturale, la Cina gioca “in casa”, protetta da una catena di isole e vicina alle proprie linee di rifornimento. Per colmare questo gap, gli USA devono agire su dei principi logistici fondamentali; riempire i propri serbatoi e svuotare quelli dell’avversario prima che venga sparato il primo colpo. Negare alla Cina l’accesso al greggio venezuelano e tagliare (almeno parzialmente) il cordone ombelicale che lega gli Stati Uniti a Pechino sulle terre rare, significa tentare di colmare un divario industriale e tecnologico, conseguentemente indebolendo la controparte, ancor prima che le flotte si incrocino.

Scenario 2, la deterrenza e la riacquisizione dello status quo:

Il secondo scenario, vedrebbe nella strategia americana l’applicazione estrema della filosofia di Reagan “Peace through Strength” (Pace attraverso la Forza). Qui, l’obiettivo non sarebbe quello di sfociare in un confronto bellico, ma di evitarlo attraverso una serie di prove di forza (la deposizione di Maduro è stata la prima), che avrebbero come scopo quello di far desistere Pechino dall’intraprendere un’azione militare su Taiwan, la quale costringerebbe gli USA ad intervenire. Dimostrando la capacità di chiudere i rubinetti globali delle risorse a piacimento, Trump starebbe inviando un messaggio chiaro a Xi Jinping. In questo quadro, il controllo su Venezuela e Groenlandia diventa l’arma di negoziazione definitiva per costringere Pechino a desistere dall’invasione di Formosa. Se la leadership cinese si convincesse che un attacco all’isola porterebbe non solo a una reazione militare, ma anche e soprattutto ad una guerra logistica su larga scala, nella quale perderebbero non solo risorse energetiche, ma anche enormi risorse economiche da quello che è de facto il loro primo cliente, potrebbe voler rimandare l’invasione a data da destinarsi.


Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita

Tutti i diritti riservati. E' vietata la diffusione
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.
Analista di difesa e sicurezza internazionale, ha una Laure Magistrale in Relazioni internazionali con major in security presso l'università LUISS Guido Carli di Roma, ed un MA in intelligence and International Security ottenuto presso il dipartimento di War Studies del King's College di Londra. Ha collaborato con la Marina Militare italiana nel ruolo di Political Advisor (POLAD) nell'ambito dell'esercitazione militare Mare Aperto 2022, ha inoltre collaborato con BizGees un team di professionisti che sostiene imprenditori e comunità di rifugiati a livello globale. Infine è stato analista per NCT Consultants, una società di consulenza, addestramento e networking attiva nel campo delle minacce non convenzionali, in particolare nei settori CBRN, EOD, C-IED e HAZMAT e main editor della rivista CBNW Magazine. Ha alle spalle alcune pubblicazioni presso prestigiosi enti nazionali ed internazionali come Rivista Aeronautica e il CSDS, trattando temi come le nuove frontiere della sicurezza artica e l'utilizzo di UAV in scenari bellici.