Nonostante la necessità di abbattere l’impronta carbonica dei trasporti, l’Italia continua a voltare le spalle al bioetanolo sostenibile, uno strumento che il resto d’Europa ha già integrato con successo nelle proprie strategie di decarbonizzazione. Il paradosso è emerso al workshop Bioetanolo sostenibile: quali prospettive per il mercato italiano? organizzato da AssoDistil. L’associazione, che tutela i distillatori nazionali, ha evidenziato come il sistema Paese stia perdendo un’occasione preziosa, ostacolato da presunti limiti logistici e da un quadro regolatorio che appare insufficiente a sostenere la transizione ecologica dei carburanti tradizionali.

Parco circolante obsoleto e risposta dei biocarburanti
La fotografia scattata dai dati Aci non lascia spazio a interpretazioni: le auto che percorrono le strade italiane hanno un’età media che supera i tredici anni. Con un tasso di sostituzione estremamente lento, le stime indicano che servirà almeno un quarto di secolo per rinnovare completamente il parco circolante con veicoli a impatto zero. In questo scenario, l’elettrificazione da sola non basta a coprire il gap temporale delle emissioni.
Antonio Emaldi, presidente di AssoDistil, ha chiarito come nella transizione energetica non esista una soluzione unica e miracolosa. Ha spiegato che, pur essendo l’elettrico al centro del dibattito, i biocarburanti rappresentano una componente imprescindibile per raggiungere gli obiettivi nazionali della direttiva Red III, agendo come leva per mitigare la dipendenza dalle fonti fossili importate. La realtà dei consumi di benzina, d’altronde, è in costante aumento, rendendo urgente un intervento immediato sulla qualità dei carburanti attualmente in commercio.
Bioetanolo: il confronto tra l’Italia e il modello europeo
Mentre diciannove Paesi dell’Unione Europea hanno già adottato la benzina E10, ossia una miscela che contiene il 10% di etanolo, l’Italia resta ufficialmente ancorata alla specifica E5. Nella pratica quotidiana, tuttavia, il contenuto di componente rinnovabile nelle nostre pompe è spesso vicino allo zero. Il confronto con la Francia appare ancora più netto, poiché oltralpe la diffusione dell’E85 è supportata da politiche fiscali mirate che riducono le accise, rendendo il carburante verde più economico della benzina tradizionale.
L’adozione della miscela E10 sul territorio nazionale permetterebbe, secondo le stime degli esperti, di risparmiare circa 1,5 tonnellate di CO2 ogni anno, un impatto equivalente alla rimozione immediata di oltre mezzo milione di vetture dalle strade.
L’eccellenza produttiva italiana destinata ai mercati esteri
Uno degli aspetti più controversi riguarda la produzione industriale. L’Italia possiede già una filiera avanzata capace di produrre bioetanolo di seconda generazione, ma a causa della mancanza di una domanda interna stimolata dal legislatore, questa risorsa viene esportata da oltre un decennio per alimentare i motori stranieri. È un corto circuito industriale che penalizza lo sviluppo economico del settore e priva il territorio di un vantaggio ambientale già pronto all’uso.
Maria Giovanna Gulino, alla guida della sezione bioetanolo di AssoDistil, ha evidenziato la necessità di un deciso cambio di passo normativo. Secondo la presidente di sezione, servono politiche capaci di stimolare la domanda attraverso obblighi di miscelazione più ambiziosi e, soprattutto, una revisione del regime fiscale che oggi “equipara in modo inspiegabile il bioetanolo alla benzina fossile”.
Le richieste della filiera per una reale decarbonizzazione
Per sbloccare questo stallo non servono tecnologie futuristiche, ma la volontà politica di applicare standard già esistenti. L’appello del direttore di AssoDistil, Sandro Cobror, punta alla creazione di misure che incentivino gli investimenti e la produzione, ricalcando quanto già ottenuto positivamente nel comparto del biometano.
Cobror sottolinea nella nota stampa come solo attraverso un sostegno concreto all’offerta il bioetanolo potrà esprimere il suo pieno potenziale economico e industriale. Continuare a ignorare questa risorsa significa non solo allontanarsi dalle migliori pratiche europee, ma anche rinunciare a una riduzione certificata delle emissioni che può arrivare fino al 79%.
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