Anche il nostro patrimonio culturale può essere vittima degli eventi metereologici estremi causati dalla crisi climatica. Il rischio a cui è esposto un bene culturale non è solo legato alla pericolosità fisica, ad esempio considerando una frana o un’alluvione, va anche valutata l’interazione tra pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. E quest’ultima dipende anche dalla presenza e dal valore che la comunità attribuisce ai beni.
Una nuova ricerca si interroga su questi temi valutando anche la percezione dei cittadini. Si tratta dello studio “Prioritizing risk for cultural heritage through social value: a participatory framework” condotto dall’Università di Firenze in collaborazione con l’Ufficio UNESCO e il Distretto Idrografico dell’Appennino Settentrionale nell’ambito del progetto Return – Multi-Risk sciEnce for resilienT commUnities undeR a changiNg climate, finanziato dal PNRR attraverso il programma NextGenerationEU.
Nello specifico i ricercatori si sono soffermati sul caso di Firenze in relazione al patrimonio culturale con un’indagine comparativa a coppie.
La ricerca ha coinvolto direttamente i cittadini nella mappatura del valore sociale percepito di 48 edifici storici del centro di Firenze, sito patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1982. Tra questi figurano la Galleria degli Uffizi, il Duomo di Santa Maria del Fiore, il Museo Galileo, l’Opificio delle Pietre Dure, il Museo Marini, il Museo della Specola, la Basilica di Santa Croce e la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Lo studio ha quindi realizzato una mappa dell’impatto che considera non solo la vulnerabilità fisica, ma anche il significato culturale e identitario degli edifici.
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“Combinando dati idrologici, come la simulazione dell’alluvione del 1966, con la dimensione sociale, lo studio ha permesso di ridefinire le priorità d’intervento: non più limitate alle aree prossime al fiume, ma estese anche a quelle che custodiscono un forte valore per la comunità, pur essendo meno esposte dal punto di vista fisico. Un cambiamento di prospettiva che rende la pianificazione più sensibile, equa e aderente al contesto reale”, dichiara Fabio Castelli, professore ordinario di idrologia e costruzioni idrauliche alla facoltà di ingegneria all’Università degli Studi di Firenze che ha guidato la ricerca insieme alla collega Chiara Arrighi.
La mappa del rischio secondo i fiorentini
I risultati dell’indagine vanno sia a valutare i luoghi più cari ama anche la percezione d della consapevolezza di tali rischi. Si tratta di un approccio partecipativo che fa leva sul coinvolgimento diretto della comunità.
I luoghi più significativi per i fiorentini
I risultati mostrano come i beni già riconosciuti dall’Unesco (come gli Uffizi o la Cupola del Brunelleschi) siano percepiti dalla cittadinanza come i più rilevanti. Nonostante ciò anche musei meno noti al grande pubblico ottengono valutazioni molto alte. I luoghi di culto, invece, tendono a occupare le posizioni più basse della classifica.
Consapevolezza ancora bassa
“La conoscenza del rischio per i beni culturali è ancora troppo limitata, anche perché si tratta di aspetti complessi, che non si risolvono con una semplice mappa delle aree allagabili”, chiarisce la Castelli. “Comprendere veramente il rischio significa analizzare caso per caso, valutando come e dove un edificio potrebbe subire danni: da dove può entrare l’acqua, a che altezza potrebbe arrivare, quali collezioni verrebbero minacciate. Ogni monumento è unico, e proprio questa specificità richiede studi approfonditi, interdisciplinari e orientati alla prevenzione. Diffondere questa consapevolezza è un passo fondamentale per costruire comunità più informate, coinvolte e resilienti”.
Strategie di mitigazione
Rispetto le strategie di mitigazione può essere utile il confronto con quanto fanno già altre città europee. Per esempio a Parigi un sistema sotterraneo di raffreddamento urbano che utilizza l’acqua fredda della Senna raffresca edifici sensibili al clima estremo.
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Purtroppo non esistono soluzioni uniche soprattutto per città complesse come Firenze. Qui rispetto a casi come quello di Venezia, dove un’unica grande opera come il MOSE ha concentrato gli sforzi di difesa, il tessuto urbano e territoriale fiorentino richiede un approccio più articolato. Unica certezza è che “il rischio zero non esiste: è possibile solo tendere a un rischio “accettabile”, con azioni diffuse e integrate”.
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