La diffusione delle driverless car rischia di incentivare l’uso dell’auto privata. Il compromesso? Condividere il veicolo e il tragitto. Perché la sharing mobility, declinata su più mezzi, può essere l’elemento che fa “quadrare i conti” nel panorama dei trasporti. “Se il trasporto privato ha finora prevalso su quello pubblico è perché è mancato qualcosa: nel tragitto casa scuola come mi sposto verso e da la stazione dei treni, ad esempio? L’intermodalità può canalizzare più utenti verso nuove modalità di trasporto”, ha evidenziato Veronica Aneris del Transport di Transport & Environment in occasione della 2° Conferenza nazionale sulla sharing mobility. Lo scenario, però, è cambiato: è noto come i servizi di sharing siano più utilizzati lì dove il trasporto pubblico funziona meglio, specialmente al Nord e nei grandi centri urbani (dove sono più presenti). E numerose sono i possibili intrecci tra le tipologie di spostamento, esistenti o futuribili. Tra tutte i robot taxi per il ride sharing, che verranno sperimentati a Milano con un progetto europeo; l’uso notturno per lo sharing delle flotte delle grandi aziende; i bus condivisi per la partecipazione a grandi eventi; il servizio di micro car sharing che ICS lancerà nei piccoli centri urbani. E ancora: il connubio tra i servizi di Daimler, casa madre di car2go, e BMW, casa madre di DriveNow, o il taxi sharing, partito nell’estate del 2017. Del resto, “la sharing mobility funziona solo se è un lavoro di squadra”, ha evidenziato Raimondo Orsini della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile in apertura dei lavori. Rimarcando quanto la moltitudine di servizi abbia bisogno di più coesione attraverso, ad esempio, la trasformazione di autorimesse, grandi parcheggi o rastrelliere per le biciclette in hub della mobilità condivisa. Del resto le previsioni parlano di un +50% dei veicoli disponili e di utenti iscritti nei prossimi anni. Numeri impattanti se si guarda alle aree metropolitane dove lo sharing può diventare un fattore abilitante lo sviluppo dell’infrastruttura. In particolare, il Gruppo Ferrovie dello Stato ha in programma “un piano decennale di integrazione dei servizi”, ha dichiarato Sara Venturoni, AD di Centostazioni. In cui il Gruppo ricoprirà il ruolo di aggregatore degli altri operatori, rendendo il trasporto su ferro la spina dorsale del Paese” e cercando di “spingere lo shift modale verso la mobilità collettiva, prima che condivisa”.

I dati presentati ieri in sede d’evento contenuti nel secondo rapporto dellOsservatorio sulla Sharing Mobility (i risultati del primo leggili qui), promosso dalla Fondazione e dal Ministero dell’Ambiente, mostrano la crescita dei servizi di sharing: in Italia il fenomeno ha registrato +50% in 3 anni con 40.000 biciclette in bikesharing in 265 Comuni, 8.000 auto in car sharing, circa 2,5 mln di utenti per il car pooling extraurbano e il 27% delle auto e degli scooter condivisi a “zero emissioni”. La novità, oltre che nei numeri, sta nella tipologia di servizi e sinergie che sono appena nate o stanno partendo. Guardando alla prossima edizione l’obiettivo è capire la frequenza di utilizzo dei servizi.

“Non possiamo fare a meno delle policy se vogliamo che (la sharing mobility ndr) diventi la principale forma di trasporto. Non tutti sono d’accordo nel vedere le nuove forme di mobilità come alleato del trasporto pubblcio e degli operatori tradizionali”, ha proseguito la Aneris. Su questo l’Italia si è mossa: “Su 82 progetti ammessi a cofinanziamento con il Programma sperimentale nazionale sulla mobilità sostenibile 60 contengono azioni per la mobilitá condivisa”, ha affermato Cristina Tombolini, Direzione Clima ed Energia del Ministero dell’Ambiente. Servizi così importanti da valutarne l’inserimento dei dati all’interno del Programma.

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