Le migrazioni forzate provocate dal “degrado dellʼambiente”, dalla “distruzione delle economie locali dovute allʼestrazione delle risorse”, dalla “contaminazione”, dagli “effetti devastanti del riscaldamento globale” sono forme di violazione dei diritti umani e di centralizzazione del potere. Nella seconda edizione del report “Crisi Ambientali e Migrazioni Forzate” l’Associazione A Sud e il Centro di Documentazione sui conflitti Ambientali vogliono accrescere la consapevolezza e migliorare la capacità di lettura delle motivazioni che spingono le popolazioni di tutto il mondo a lasciare le proprie terre.

“Il primo obiettivo è mettere sul banco degli imputati il modello intensivo di sfruttamento di esseri umani e risorse, vero responsabile delle molteplice crisi attuali”, si legge nel report, “il secondo è spingere nel breve termine ad un ripensamento della legislazione in materia di protezione internazionale e delle politiche migratorie nazionali”. Del resto, proseguono gli autori, alla base delle attuali politiche migratorie c’è un cortocircuito: “Spesso i Paesi di arrivo che negano con le proprie politiche di accoglienza i diritti dei migranti sono gli stessi Paesi in cui hanno sede grandi imprese coinvolte in progetti estrattivi, produttivi o infrastrutturali che contribuiscono alla distruzione dei territori da cui la popolazione è forzata a fuggire”.

La corsa all’oro blu

Se prima c’era la corsa all’oro nero, “tante guerre sono state combattute per l’accaparramento del petrolio, pensiamo all’Iraq e all’Afghanistan”, oggi “la nuova frontiera è l’oro blu, cioè l’acqua”. C’è un “accaparramento illegittimo delle risorse idriche da parte di attori politici (Stati, autorità) o economici (come le multinazionali dell’agrobusiness) che prendono il controllo di laghi, fiumi, mari, sottraendoli alle comunità locali o a intere nazioni”, fenomeno catalogato sotto il nome di water grabbing. E “almeno 1,8 miliardi di persone utilizzano fonti di acqua contaminate, mentre circa l’80% delle acque reflue (o di scarico) al mondo viene disperso nell’ambiente anziché essere depurate”.

Nell’Artico, lì dove gli effetti del cambiamento climatico sono più evidenti, vige la legge del profitto: “viaggiano e sempre di più viaggeranno idrocarburi e merci di ogni tipo” con un impatto sull’ambiente che “include emissioni di gas serra pari ad una quota compresa tra il 4 ed il 5% a livello globale”. L’IMO prevede entro il 2020 un incremento delle emissioni del 72% se non saranno prese misure correttive ed è per questo che, alla stessa data, ha imposto limiti al contenuto di zolfo nell’olio combustibile usato come carburante delle navi.

Il ruolo dell’agroalimentare

Da evidenziare l’incidenza “dell’industria agroalimentare (che si basa principalmente sulle monocolture) alla quale si collega lo sfruttamento massiccio delle risorse idriche e la sottrazione di terreni che va a penalizzare fortemente le piccole coltivazioni”. Dalle monoculture “dipende anche la produzione di biocarburanti di prima generazione (biodiesel)”, precisa il report “sui quali insistono molti dubbi rispetto alla loro sostenibilità ambientale (capacità di garantire la riduzione delle emissioni di gas serra) e sociale”.

Morti, migranti e rifugiati

A supporto della tesi ci sono diversi studi e molteplici numeri. Tra il 2005 e il 2016 le ondate di calore hanno causato in 23 città italiane circa 24.000 morti. Nel 2005 l’uragano Katrina ha provocato la morte di 1.836 persone e danni per oltre 100 miliardi di dollari. Oltre 80 morti, 600 dispersi, 30 mila sfollati e miliardi di dollari di danni per gli incendi che a novembre 2018 hanno devastato la California.

I dati UNHCR parlano di 68,5 milioni di persone nel mondo che fuggono dal proprio Paese, di cui 25,4 mln rifugiati, e 113.539 che arrivano in Europa di cui 22.927 in Italia. “Se guardiamo ai dati – prosegue il report – vacillano insieme l’idea di un’Europa percepita come principale luogo di approdo dei richiedenti asilo e quella dell’Italia come Paese che sopporta il maggiore carico dell’accoglienza”.

Il numero di sfollati interni ha superato quello dei rifugiati internazionali: nel 2017 a livello mondiale sono stati 30,6 mln e 18,8 mln sono stati provocati dalle calamità naturali (dati Global Report on International Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre). “Le migrazioni interne sono dunque in buona parte migrazioni ambientali e di queste la stragrande maggioranza è rappresentata da persone costrette a fuggire da eventi climatici estremi: 8,6 milioni per alluvioni, 7,5 milioni a causa di cicloni”.

Squilibrio di risorse e di potere

Dunque, “impatto ambientale e climatico, violazione dei diritti umani, centralizzazione del potere” sono elementi strettamente correlati tra loro e portano a un “modello di sviluppo che infrange pericolosamente i limiti ecologici del Pianeta e quelli di giustizia sociale e intergenerazionale”.  In Asia orientale e Pacifico le persone in fuga per disastri naturali sono 8,6 mln contro le 705.000 che nella stessa area scappano da guerre e conflitti. In America siamo a 4,5 mln contro 457.000. In Europa e Asia Centrale 66.000 contro 21.000. Solo nell’Africa subsahariana, dove si parla comunque di cifre molto alte, il trend è inverso: 2,6 mln di migranti per disastri naturali a fronte di 5,5 mln per conflitti. Ma in alcune zone, come nella regione del Corno d’Africa, risulta difficile “distinguere sempre in maniera netta le concause ambientali delle migrazioni da quelle relative a fattori economici, sociali o alle conseguenze di guerre e violenze”. Invece chiari “i conflitti per le risorse naturali come minerali preziosi in Repubblica Centro Africana e Repubblica Democratica del Congo o per il petrolio in Nigeria e Sud Sudan” che “sono alla base di violenze e delle più consistenti ondate migratorie nella regione”.

Tanti gli esempi e i casi citati nel report: in Asia meridionale su 2,8 mln di migranti interni più di 1 mln sono indiani e 900.000 bengalesi, dunque persone a basso reddito che anche per effetti di piccola scala sono “caratterizzati da alta esposizione e vulnerabilità associati a povertà, disuguaglianza e scarso indice di resilienza”. Nello stato indiano del Bihar forti e concentrati fenomeni di pioggia e inondazioni hanno provocato la migrazione di 855.000 persone dalle aree rurali alle città, con ripercussioni sulla produzione agricola e sull’aumento della disoccupazione. Le piogge torrenziali del Bangladesh hanno fatto sfollare 436.000 persone. Qui, come nell’Africa subsahariana, “si prevede che all’aumento del tasso di urbanizzazione previsto per i prossimi anni corrisponderà una maggiore vulnerabilità ai rischi naturali”.

 

Negli ultimi 60 anni il 40% dei conflitti conflitti intra-statali (guerre civili come quelle in Angola, Congo, Darfur, Medio Oriente) “sono stati mossi proprio da lotte per l’accaparramento e la gestione di risorse strategiche”, con “18 conflitti armati direttamente legati al controllo e alla gestione delle risorse” tra il 1990 e il 2009 (dati rapporto “From conflict to peacebuilding. The role of natural resources and the environment” dell’UNEP ).

Ne risulta che “gli effetti del cambiamento climatico non sono omogeneamente distribuiti dal punto di vista geografico”: “sono le popolazioni più povere e la cui sopravvivenza è più strettamente legata ai servizi gratuiti della natura quelle che più di tutte subiscono le conseguenze dei danni arrecati all’ecosistema, riproducendo così rapporti di subalternità connessi alle dinamiche produttive e agli equilibri politici”. Uno squilibrio per il quale sono maggiormente a rischio le comunità delle Piccole isole del Pacifico, che vivono a pochi metri sul livello del mare, e che, “paradossalmente, hanno contribuito in minima parte alle emissioni di gas serra (meno dell’1%)”.

L’era del Capitalocene

Quella che stiamo vivendo, spiega il report, è l’era del Capitalocene, “una lettura che pone in evidenza il cambiamento climatico come prodotto storico dei rapporti di produzione e consumo, di potere ed economici che hanno condotto l’umanità all’attuale rischio di estinzione”. Per far quadrare i conti si adottano “politiche di adattamento”, “azioni necessarie ma interpretabili come una risposta a posteriori e non preventiva”, che meglio si conciliano con la “rigidità dei confini degli Stati moderni” che fa parte di una “guerra inumana, combattuta contro l’esercito inerme di chi fugge da guerre o condizioni di vita inaccettabili”. L’assurdo, precisa il report, “è che in un Pianeta che rischia di implodere i governi si preoccupano di difendere i confini piuttosto che di rispettare i limiti ecologici del sistema Terra”.

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