Il centro di ricerche ambientali dell’Università Bocconi GREEN, in collaborazione con Pool Ambiente, AIBA e ANRA, ha realizzato una survey, su un campione di più di 100 aziende, per capire l’approccio delle diverse realtà ai rischi ambientali e le motivazioni legate alla scelta di stipulare o meno una copertura assicurativa. Dal questionario è emerso in particolare come, tra i rischi percepiti come più urgenti, ci siano quello relativo a incendi o esplosioni (18%), seguito da quello relativo a perdite da elementi interrati o sversamenti da vasche e serbatoi fuori terra (12%)In ultima posizione troviamo, invece, la scoperta di contaminazioni preesistenti o provenienti dall’esterno, questione che viene citata solo nell’8% dei casi. 

Insieme a Lisa Casali, responsabile del Pool Ambiente, abbiamo approfondito lo scenario delineato dalla survey, facendo un confronto con i dati reali registrati in Italia.

Qual è il focus su cui si è concentrata la ricerca? Che tipo di campione è stato analizzato?

L’obiettivo della survey era quello di avere una panoramica sulla sensibilità delle aziende italiane rispetto alle diverse tipologie di rischio a cui sono esposte. Il questionario è stato inviato a diverse realtà in tutta Italia. Un primo risultato è stato, da una parte, il fatto che a rispondere siano state aziende già attente ai temi ambientali; dall’altra che, invece, dalle aziende più piccole (per lo più dislocate nel centro e nel sud Italia) siano arrivati pochissimi riscontri. Abbiamo, quindi, un campione, non perfettamente rappresentativo del reale contesto italiano, ma composto da società che hanno mostrato interesse per i temi dello studio. Analizzando, in particolare, la composizione del campione, emerge come, a livello geografico, le aziende che hanno inviato le loro risposte, principalmente realtà medio-grandi, siano situate per lo più nel nord Italia (in particolare Lombardia ed Emilia Romagna). Inoltre più del 34% sono società con più di 250 dipendenti e più della metà sono aziende con un fatturato superiore ai 10 milioni di euro. Si tratta quindi di un campione particolare.

Quale importanza viene attribuita ai rischi ambientali?

Il rischio ambientale si posiziona a metà strada rispetto ad altre tipologie di rischio. Diciamo, quindi, che non è certo in cima alla lista degli ambiti in cui un’azienda si sente più vulnerabile. Si tratta di una questione che viene percepita come lontana o comunque gestibile senza ricorrere a strumenti dedicati. Il dato reale, non rispecchiato nella survey, è che per i danni ambientali si assicura solo l’1% delle aziende, mentre tutte le altre sono completamente  scoperte. Queste imprese, in particolare, in caso di danno ambientale, non hanno a disposizione risorse finanziarie sufficienti per ottemperare ai propri obblighi e spesso falliscono. Fin qui il dato reale. Dal questionario, invece, emerge una situazione molto più positiva. Il 52% delle realtà intervistate ha una copertura assicurativa e il 62% di questo 52% dichiara di avere una polizza dedicata, a differenza della restante parte che invece ha solo un’estensione. Comunque il 62% del 52% per noi, che conosciamo il dato reale, è un dato molto alto, che ci dimostra l’alta sensibilità su questi temi del campione analizzato.

Relativamente al rischio di danno ambientale, quali sono le problematiche a cui gli intervistati si sentono più esposti?

Al primo posto c’è il rischio relativo a incendi o esplosioni, seguito da perdite da elementi interrati (vasche o condotte) o sversamenti da vasche e serbatoi fuori terra. Diciamo che la perdita dalla vasca dal serbatoio o dalla tubazione è, dopo il rischio incendio, quello più percepito. C’è, però, una puntualizzazione da fare. Come Pool Ambiente assicuriamo da 40 anni aziende contro i rischi ambientali e riusciamo a confrontare questi dati con quello che avviene nella realtà, grazie al nostro database. Dai nostri dati emerge che la perdita da elementi interrati si colloca in realtà al primo posto. Attualmente abbiamo, infatti, 400 sinistri aperti in tutta Italia che sono casi di danno all’ambiente e più della metà è rappresentata da perdite da elementi interrati. Questo è il rischio più frequente. C’è, quindi, una discrepanza tra le nostre rilevazioni e le risposte date dalle aziende nel questionario. Inoltre nel report la “scoperta di contaminazioni preesistenti o provenienti dall’esterno” è in ultima posizione tra i rischi menzionati dalle aziende, registrando solo un 8%, mentre in realtà noi abbiamo riscontrato che è un fenomeno molto frequente. 

Cosa contraddistingue il nostro Paese dal punto di vista della normativa relativa ai danni ambientali? Come questa situazione influisce sulla diffusione delle assicurazioni?

L’Italia ha la normativa punitiva più severa d’Europa in tema di danno all’ambiente. Tuttavia siamo il Paese pecora nera per quanto riguarda la prevenzione di questi danni e la promozione di manutenzione nei diversi impianti. Non c’è, infatti, un obbligo per le aziende a realizzare interventi di manutenzione. È un paradosso unico che crea una sorta di cortocircuito. L’azienda non si sente costretta a fare controlli, ma poi ha questa sorpresa amara quando si trova a far fronte a degli obblighi estremamente costosi.

Un elemento chiave, a mio avviso, è il fatto che oggi per un’azienda è molto più facile investire su temi come l’economia circolare, la riduzione di gas serra, tutte questioni da cui si ha un immediato ritorno di immagine. Le realtà che oggi in Italia, investono, invece, sulla prevenzione dei danni all’ambiente, puntando ad esempio sulla manutenzione di un serbatoio, non hanno nessun ritorno di immagine. Questo mi fa riflettere molto come consumatrice. Chi vuole scegliere le realtà che realmente proteggono l’ambiente, ovvero quelle che fanno corretta prevenzione, non ha gli strumenti per farlo, perché manca una modalità efficace di comunicazione con il consumatore sugli aspetti legati alla prevenzione. Questi elementi dovrebbero, invece, essere le vera fondamenta di una politica ambientale. Credo che queste questioni siano molto più importanti di quello che viene dopo, ovvero economia circolare, riduzione dei gas serra etc. In questo senso la sfida è quella di portare all’attenzione del consumatore i temi della prevenzione e della manutenzione, attualmente sconosciuti ai più.

In tema di rischio ambientale, ci sono, in base alla sua esperienza, degli elementi che caratterizzano in maniera peculiare il settore energetico?

Faccio una premessa: noi come Pool Ambiente distinguiamo chi tratta prodotti petroliferi da chi tratta energia. Il settore energetico, tolto il settore petrolifero, ha un ottimo andamento e una sinistralità abbastanza bassa. In particolare tutto il settore delle energie rinnovabili ha una buona attenzione sui temi dei rischi ambientali e mette in atto valide misure di prevenzione e mitigazione. E’ uno dei settori che come pool assicuriamo più volentieri. Il settore petrolifero invece è un po’ la pecora nera, sia perché riguarda prodotti che possono causare dei danni molto gravi, sia per la scarsa manutenzione che spesso rileviamo. Un dato negativo riguarda, ad esempio, i distributori di carburante. Su 100 distributori che noi assicuriamo per danni all’ambiente, registriamo negli anni 100 sinistri.

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Monica Giambersio
Giornalista professionista e videomaker con esperienze in diverse agenzie di stampa e testate web. Laurea specialistica in Filosofia, master in giornalismo multimediale. Collaboro con Gruppo Italia Energia dal 2013.