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Foto di jan mesaros da Pixabay

Nella torta dei consumi energetici 2020 dell’Italia, la fetta più grande è stata quella del gas naturale, che ha coperto il 40,6% dell’approvvigionamento nazionale, seguito dal 33,1% di petrolio e dal 20,2% di fonti rinnovabili (Fer). Rispetto all’anno precedente, sono diversi gli elementi di positività: il ruolo crescente delle fonti intermittenti, fermo nel 2019 al 18,7%, seppure alla luce di un calo degli investimenti nei nuovi impianti, e la diminuzione dell’uso del petrolio, al 25,8% nel pre-pandemia. D’altro canto, anche il gas naturale ha vissuto un aumento del 2,1%.

La situazione energetica nazionale nel 2020

Sono alcuni numeri della relazione annuale sulla situazione energetica nazionale diffusa dal ministero della Transizione ecologica. A redigerla un gruppo di lavoro appositamente costituito con decreto direttoriale del 6 aprile 2021. A comporne le fila i rappresentanti di Banca d’Italia, Enea, Istat, Acquirente Unico, Eni, Gse, Snam, Terna, Mise e Mite.

La relazione riporta gli effetti della pandemia di Covid-19 anche nello scenario energetico nazionale e internazionale. La richiesta di elettricità, secondo dati ancora provvisori, è arrivata a 301,7 Twh, – 5,6% rispetto all’anno precedente. In Italia, i settori produttivi legati alla filiera energetica hanno vissuto una contrazione in termini di volume del 10%, ben superiore al complessivo 8,6%. La domanda primaria di energia, in termini di disponibilità energetica lorda, è diminuita del 9,2%. Per il terzo anno consecutivo il valore risulta negativo. Nello specifico, si parla del -16,1% nel settore petrolifero, -15,6% in quello dell’energia elettrica, -4,4% nel gas naturale, -1,6% nelle rinnovabili. Calo anche nel consumo finale, in generale dell’8,4% e in tutti i settori finali d’impiego. Ci sono stati alcuni tonfi: dal -14,5% per il petrolio al -11,9% per il carbone. I trasporti hanno consumato il 15,7% in meno di energia, i servizi -9,4% e l’industria -5,4%. Abbastanza stabile, ma lo si poteva immaginare per via dell’incremento dello smart working, il residenziale con -2,5%.

Il Paese resta fortemente dipendente dalle fonti di approvvigionamento estere, seppure la quota delle importazioni nette rispetto alla disponibilità energetica lorda sia diminuita di 4,5 punti percentuali.

Efficienza energetica e carburanti alternativi

La relazione offre un quadro dettagliato anche relativo al settore dell’efficienza energetica. I dati riportano 5,4 Mtep di energia risparmiata per un totale di 23,2 Mtep tra il 2014 e il 2020. Riguardo ai carburanti alternativi, il documento sulla situazione energetica “segnala l’uso della rete gas come vettore di energia rinnovabile, per mezzo di crescenti iniezioni di biometano”. Quest’ultimo ha vissuto una crescita produttiva, passando dai 50 milioni di metri cubi del 2019 ai 99 dell’anno successivo. Cresce anche l’uso del Gnl nei mezzi pesanti. Si stima che oltre il 70% dei gasdotti Snam sia idoneo a trasportare idrogeno.

Guardando alla fiscalità, il gettito delle imposte sull’energia è diminuito e ha toccato i 40 miliardi di euro. Il 53% riguarda l’imposta su oli minerali e derivati, il 34% l’uso di energia elettrica e il 9% l’uso di metano. In merito ai costi, la differenza tra quanto pagato dalle imprese italiane e quelle estere per elettricità e gas naturale resta positivo, seppure sia “ripreso il processo di convergenza che si era interrotto nel 2018”. Il costo del carburante è molto diminuito, alla luce delle quotazioni del greggio Brent influenzate negativamente dalla Covid-19.

Rischi della transizione energetica

Nelle conclusioni il gruppo di lavoro afferma che “i rischi climatici cui va incontro il nostro paese sono concentrati in alcuni settori economici e aree geografiche e non appaiono nel complesso fortemente critici”. Più nel dettaglio, per ciò che i tecnici fanno rientrane trai i cosiddetti rischi fisici “le valutazioni economiche disponibili indicano che l’entità di questi effetti è trascurabile per il complesso del sistema economico italiano. Essa appare però rilevante in alcuni settori e aree geografiche, caratterizzati da un’elevata concentrazione dei rischi”.

In merito al rischio di transizione, con riferimento all’obiettivo di neutralità climatica al 2050, “questa apparente trasformazione è in gran parte legata alla temporanea contrazione della domanda energetica conseguente alla contrazione dell’attività economica e alla riduzione degli spostamenti”. Nei prossimi anni, la bussola del cambiamento è puntata sulle “interconnessioni tra economia e finanza” capaci di amplificare gli effetti di questa transizione sostenibile. Alle banche centrali spetterà il compito di monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici, in quanto direttamente coinvolte considerati i loro compiti istituzionali. Per favorire investimenti davvero sostenibili bisognerà incoraggiare quelle attività che si dimostrano resilienti agli shock e capaci di “garantire migliori combinazioni di rischio e rendimento, con benefici per gli investitori e per la società nel suo complesso”. In conclusione, solo “un sistema di dati, metodologie e regole di reporting condivisi” permetterà di “re-indirizzare in modo efficiente i capitali privati verso gli obiettivi desiderati”.

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Redazione
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