Nonostante i numerosi focolai, nel 2020 continua la diminuzione degli incendi

I dati di Copernicus confermano il calo in essere da 17 anni

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Emissione di carbonio totale stimata per incendi a livello globale dal 1° gennaio al 7 dicembre 2020. I dati Cams mostrano una tendenza generalmente decrescente dal 2003, con il 2020 uno degli anni più bassi mai registrati. Credito: Copernicus atmosphere monitoring service, Ecmwf

Gli scienziati di Cams (Copernicus climate change service) monitorano l’attività quotidiana degli incendi in tutto il mondo, utilizzando una misura di potenza termica chiamata Potenza radiativa del fuoco (Frp l’acronimo in inglese). Queste osservazioni provengono da sensori satellitari che possono rilevare il segnale di calore e sono utilizzati per stimare l’intensità degli incendi. Con l’aiuto del Global fire assimilation system (Gfas) Cams utilizza queste osservazioni quasi in tempo reale della posizione e dell’intensità degli incendi attivi per stimare le emissioni di sostanze inquinanti. Nonostante alcune regioni come gli Stati Uniti occidentali siano state particolarmente colpite, ci sono stati meno incendi a livello globale, proseguendo il calo delle emissioni nocive.

Le regioni più colpite

I dati raccolti dal Cams hanno confermato che il 2020 ha visto uno dei più bassi livelli di attività degli incendi nel suo archivio Gfas, a partire dal 2003, ciò nonostante nelle aree più colpite l’intensità è stata maggiore. Durante l’anno che sta per concludersi, a livello globale sono state quattro le zone maggiormente interessate dam incendi di proporzioni rilevanti: Stati Uniti, Artico, regione caraibica e Australia. Negli Usa è stata la porzione occidentale, a causa di temperature elevate e una diffusa siccità, a soffrire di eventi rilevanti: California, Colorado Oregon, Washington, Utah, Montana e Idaho gli stati più colpiti; questi incendi hanno emesso enormi quantità di fumo e inquinamento nell’atmosfera con emissioni di carbonio stimate in oltre 30,3 mega tonnellate. Anche nell’estremo nord-est della Siberia e nel Circolo polare artico, gli scienziati hanno individuato,  an partire da maggio, segni di incendi che si sono riattivati nell’Artico, dopo una primavera insolitamente calda. Anche se non confermati a causa della mancanza di misurazioni del terreno, i cosiddetti “incendi zombie“, che si sono riaccesi dopo aver bruciato sotto terra durante l’inverno, sono stati particolarmente violenti anche in aree molto estese già colpite nel 2019; dal 1° gennaio alla fine di agosto, le emissioni di CO2 per la regione sono state di 244 mega tonnellate, rispetto alle 181 dell’intero 2019. Anche la regione caraibica ha sofferto di eventi importanti.

Qui Cams ha condotto il monitoraggio durante la stagione degli incendi tropicali dell’emisfero settentrionale, che si svolge tipicamente da gennaio a maggio. Alla fine della stagione, gli scienziati hanno riferito che le emissioni nella regione, che comprende paesi come Belize, Guatemala, Honduras, Nicaragua, Panama e la penisola dello Yucatan in Messico, erano ben al di sopra della media del 2003-2019. Nel 2020, a esempio, l’Honduras ha rilasciato in atmosfera 2,5 mega tonnellate di carbonio a causa degli dagli incendi, più di qualsiasi altro anno dal 2003. Anche in Venezuela e Colombia si sono registrati valori superiori alla media. Per chiudere arriviamo in Australia, dove nel 2020 gli incendi hanno interessato soprattutto gli stati del New South Wale e Victoria. Durante l’inverno del 2020 sono state rilasciate oltre 400 mega tonnellate di anidride carbonica e una il fumo ha coperto un’area di 20 milioni di kmq, un’estensione pari a quella della Russia e un terzo dell’Europa.

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