“Le regioni costiere, dove vivono 214 milioni di persone, generano il 43% del PIL dell’Unione europea”. E’ quanto ha affermato il Commissario europeo per la pesca e gli affari marittimi Karmenu Vella, che il 16 maggio ha presentato a Lisbona i dati della seconda edizione della relazione sulla Blue Economy, in occasione della Conferenza per la giornata europea del mare 2019 del 20 maggio. Tra i temi chiave dell’edizione di quest’anno ci sono in particolare l’uso sostenibile delle risorse oceaniche per la crescita economica attraverso l’imprenditorialità, gli investimenti, la ricerca e l’innovazione. 

Ruolo chiave dell’economia blu

“La relazione odierna – ha sottolineato Vella – conferma il ruolo di settore fortemente in crescita dell’economia “blu”, con opportunità sia in settori consolidati come il turismo e la cantieristica navale, sia in aree emergenti come l’energia oceanica o la bioeconomia blu. Ma come sappiamo, le start-up dell’economia blu e le piccole imprese spesso devono lottare per far decollare le proprie idee. Ecco perché la Commissione europea sta mettendo a punto uno strumento di sostegno alla preparazione agli investimenti, che aiuterà le start-up a maturare e ad accedere ai finanziamenti di cui hanno bisogno per espandersi”.

Cestini hi-tech per raccogliere i rifiuti in mare

Tra le tante questioni legate alla tutela del mare una delle più rilevanti è quella dei rifiuti in plastica. Su questo tema si è concentrato il progetto LifeGate PlasticLess, che punta a contrastare l’inquinamento nelle acque dei porti e dei circoli nautici. L’iniziativa, promossa con il supporto di Whirlpool EMEA, prevede in particolare l’installazione di 11 nuovi Seabin. Si tratta di strutture cilindriche inserite in acqua che, in funzione 24 ore su 24, permettono di catturare circa 1,5 kg di plastica al giorno, pari al peso di 100 bottigliette, ovvero oltre 500 kg di rifiuti all’anno, comprese le microplastiche da 2 a 5 mm di diametro e le microfibre da 0,3 mm. I Sebin installati nel 2018 nelle acque di Fano, a Marina dei Cesari e a San Benedetto del Tronto, nel Circolo Nautico Sambenedettese, hanno ad esempio contribuito a raccogliere oltre 400 kg di detriti galleggianti. Un quantitativo che corrisponde al peso di oltre 26.000 bottigliette di plastica da 500ml, oltre a cannucce e tappi di bottiglia, mozziconi di sigaretta, pezzi di polistirolo, incarti alimentari (es. confezioni merendine) e reti utilizzate per l’allevamento di mitili.

Al via al porto di Genova il progetto “PlasticFree”

Se il progetto PlasticLess punta sula raccolta di rifiuti che sono già presenti in mare, l’iniziativa “Plastic Free”, frutto della collaborazione tra il Porto Antico di Genova, Iren e Culligan, vuole invece intervenire sulle abitudini di consumo dell’acqua. Il tutto grazie alla fornitura di soluzioni per l’utilizzo dell’acqua di rete che favoriscano la riduzione della plastica monouso legata al packaging. In particolare il progetto riguarda l’installazione di distributori di acqua a Km0 negli esercizi commerciali e nei punti ristoro dell’area. Già a partire dal 24 maggio le prime realtà aderenti di Porto Antico metteranno a disposizione dei cittadini distributori di acqua gassata e/o refrigerata forniti da Culligan.

La testimonianza dei pescatori

Uno delle questioni centrali quando si parla di rifiuti marini è inoltre il contributo che può venire dai pescatori. Se la legislazione europea si sta occupando di normare il ruolo di questi professionisti del mare per la raccolta dei rifiuti, uno studio pubblicato sulla rivista ‘Global Change Biology’ ha invece puntato sui racconti dei pescatori, figure che hanno nei confronti dell’ecosistema marino un punto di vista privilegiato. Grazie alla collaborazione di 22 gruppi di ricerca mediterranei, coordinati da ISPRA, sono infatti state raccolte, tramite intervista, in modo standardizzato, le osservazioni di più di 500 pescatori in Albania, Montenegro, Tunisia, Grecia, Cipro, Libano, Slovenia, Turchia ed Italia. Queste conoscenze –  spiega Ispra in nota – sono state tradotte in dati e raccolte in un unico dataset che cumulativamente corrisponde a più di 15 mila anni di esperienze in mare”. Un particolare approccio, capace dunque di valorizzare quindi le osservazioni e le conoscenze di esperti che tutti i giorni vivono a stretto contatto con la natura ed interagiscono con i suoi abitanti.  Il metodo stato riconosciuto solo di recente dal mondo scientifico e viene indicato in gergo con il termine ‘Local Ecological Knowledge’ (Conoscenza Ecologica Locale) o LEK.

Un’app a difesa del mare

Tra le iniziative che mettono al centro i cittadini, come parte attiva della lotta all’inquinamento del mare c’è anche l’app app Occhio al Mare, realizzata da Marevivo. Grazie all’applicazione è possibile inviare segnalazioni di avvistamenti, sia di specie marine sia di agenti inquinanti. Il tutto contribuendo a supportare la ricerca scientifica.

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