microplastiche
Fonte Greenpeace Italia

È nel mar Tirreno, in particolare nel Santuario dei cetacei, che i pesci e gli invertebrati si cibano maggiormente di fibre tessili e microplastiche, frammenti al di sotto dei 5 millimetri di grandezza. Nell’area protetta internazionale, istituita nel 1999 grazie a un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco, le specie marine dovrebbero essere più al sicuro. Invece lì corrono i rischi maggiori. Loro ma anche noi che li mangiamo.

santuario cetacei
Il Santuario dei cetacei. Fonte Greenpeace Italia

Le microplastiche si accumulano nei fondali

I campioni delle oltre 300 specie tra cozze, scampi, scorfani, acciughe e sgombri, raccolti nella primavera 2019 durante il tour “May day Sos plastica”, sono state analizzate in laboratorio dai ricercatori dell’università Politecnica delle Marche (Univpm) e dll’Istituto per lo studio degli impatti antropici e sostenibilità in ambiente marino (Ias) del Consiglio nazionale delle ricerche di Genova. La ricerca è stata diffusa oggi da Greenpece.

Le microplastiche sono ormai diventate parte integrante dell’alimentazione degli organismi, “in particolare di quelli che vivono a stretto contatto con i fondali”, spiega in una nota stampa Stefania Gorbi, docente di Biologia applicata all’Univpm. È nei sedimenti che la plastica e la microplastica si accumulano maggiormente. Le specie demersali, tra cui la gallinella, lo scorfano, il pagello fragolino e la razza, che cercano il nutrimento soprattutto sul fondale, presentano una frequenza del 75-100% di ingestione di microplastiche. Percentuali nettamente superiori rispetto a quelle registrate per la fauna pelagica, che vive indipendente dal fondo e dalle rive, in quasi tutti i siti indagati.

Il 75% degli organismi ingerisce microplastiche nel mar Tirreno

La frequenza di ingestione è peggiorata: raggiunge il 35% delle specie del mar Tirreno centrale rispetto al 30% registrato nel 2017. Solo il 27% degli organismi che ha ingerito microplastiche popola il mare Adriatico, mentre il 75% nuota nelle acque del mar Tirreno.

Provengono, in particolare, dalle isole dell’Arcipelago toscano: Giglio, Elba e Capraia. Le frequenze più basse invece sono state rilevate in Sardegna. A distanza di cinque anni, prosegue la Gorbi, “decine di tonnellate di rifiuti in plastica si trovano ancora su questi fondali”. Il rischio è che si deteriorino, per effetto combinato del sole e della salsedine “trasformandosi in microplastiche e aggravando la contaminazione. Bisogna intervenire subito per rimuoverle”.

Proprio in questi giorni i ricercatori dell’università Politecnica delle Marche e del Cnr-Ias e i volontari di Greenpeace sono a bordo di Bamboo, nave della fondazione Exodus, per individuare la presenza di microplastiche e fibre in campioni di acqua e specie marine che vivono a contatto con i fondali dell’Arcipelago Toscano. La spedizione si chiama “Difendiamo il mare”.

difendiamo il mare
Fonte Greenpeace Italia
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