Le due facce dell’eolico italiano

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Wind22Le cifre sono ormai note: 20% al 2020 e 27% al 2030. Lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabili in Europa è scandito dai provvedimenti comunitari che periodicamente alzano l’asticella dei target (a volte generando non poche polemiche e malcontenti). Un ruolo fondamentale di questa ascesa dell’energia sostenibile è dell’eolico, particolarmente nel nostro Paese. Un comparto che si regge su due facce della stessa medaglia (il grande eolico e il minieolico) che si trovano in momenti di sviluppo alquanto differenti.

Quello del grande eolico è un mercato che ha conosciuto una forte crescita fino a 2012, quando la rimodulazione dei sistemi e dei tetti d’incentivazione ha introdotto il meccanismo delle aste e dei registri. In questo modo, se nel 2012 si contavano circa 1200 nuovi MW installati, alla fine del 2014 si prevede potranno essere al massimo 100.

A tal proposito il presidente di Anev, Simone Togni, nel corso della manifestazione KeyWind di Rimini ha sottolineato come esista “la necessità di un intervento per rendere attuabili gli obiettivi al 2030 per le rinnovabili”. Dunque, in tema di aste e registri, per far fronte a tale situazione è stato elaborato un documento associativo che sarà proposto al Governo e che punta alla semplificazione delle normative.

Sul fronte del minieolico, invece, a marzo 2014 si contano 35 MW di installato per macchine sotto i 200 kW (nel 2013 sono stati 12 i nuovi MW aggiunti, tra i 15 e i 20 quelli previsti a fine 2014). Un mercato in fermento grazie alla presenza di incentivi – che si stima possano dare copertura almeno fino a quasi tutto il 2015 – e che ha generato una nuova filiera di produttori italiani, anche a giudicare dal colpo d’occhio offerto dalla recente fiera di Rimini.

Secondo quanto descritto da Carlo Buonfrate, presidente dell’associazione Cpem – Costruttori e produttori di energia da minieolico, le principali criticità nella scelta degli aerogeneratori sono: prestazioni di turbine di alcuni costruttori a volte fasulle o non chiare; diffusione di macchine di grande taglia depotenziate a 60 kW; nessun obbligo di certificazione e omologazione delle turbine importate; mancanza di standard nei dati di targa e di performance delle macchine; norme di sicurezza spesso disattese e prive di regole per le turbine (a volte eccessivamente rigorose per palo e fondazioni); diffusione di macchine con componenti di dubbia provenienza estera spacciate come italiane, presenza di aerogeneratori obsoleti, di provenienza estera, inaffidabili, poco sicuri, privi di ricambi e con controlli elettronici approssimativi.

Dunque, le linee di azione del Cpem sono: contrastare lo sviluppo di macchine rigenerate; porre un freno al dilagare di macchine depotenziate; contribuire a semplificare gli iter amministrativi e autorizzativi; favorire la bancabilità dei progetti su basi “non recourse”; sollecitare i costruttori alla certificazione delle turbine; spingere i costruttori all’internazionalizzazione; dare continuità al regime degli incentivi attraverso una proposta di incentivi più articolata dell’attuale.

 

http://www.youtube.com/watch?v=hYF-MQykPQ8&feature=youtu.be

 

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Nato ad Avellino, giornalista professionista, laurea in comunicazione di massa e master in giornalismo conseguito all’Università di Torino. È direttore della rivista CH4 edita da Gruppo Italia Energia. In precedenza ha lavorato nel settore delle relazioni istituzionali e ufficio stampa, oltre ad aver collaborato con diversi media nazionali e locali sia nel campo dell’energia sia della politica. È vincitore di numerosi premi giornalistici nazionali e internazionali.