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Colmare i vuoti normativi che hanno permesso ad alcune società digitali e globali di ridurre drasticamente le proprie imposte, evitando di pagare le tasse dove generano i loro profitti. Il tutto attraverso l’uso di indicatori che consentirebbero di identificare se un’impresa ha una “presenza digitale” all’interno di uno Stato membro, e deve quindi essere soggetta a tassazione in quel Paese. E’ con quest’obiettivo che la Commissione Europea ha approvato due misure relative all’imponibile comune per l’imposta sulle società (CCTB). Le proposte approvate saranno ora prese in considerazione dai ministri UE.

I provvedimenti votati

In particolare, con 438 voti in favore, 145 voti contrari e 69 astensioni, i deputati hanno approvato la base imponibile comune consolidata per l’imposta sulle società (CCCTB), parte di una proposta più ampia che mira a creare un regime unico di tassazione delle imprese in UE. Una misura distinta e complementare che crea le fondamenta di questo sistema, vale a dire la base imponibile comune per l’imposta sulle società (CCTB), è stata, invece, approvata con 451 voti in favore, 141 voti contrari e 59 astensioni.

Definizione chiara dei parametri

In merito all’uso di indicatori volti a identificare la presenza digitale di un’impresa all’interno di uno Stato membro in vista della tassazione in quel Paese, Il Parlamento Europeo chiede alla Commissione europea una definizione chiara di tali parametri, individuando il numero di utenti o il volume dei contenuti digitali raccolti, per avere un quadro più chiaro del Paese in cui un’impresa genera i suoi profitti. I dati personali di cui dispongono società come Facebook, Amazon e Google, sottolinea una nota del Parlamento Europeo, sono un patrimonio di grande valore, “eppure al momento non sono presi in considerazione quando si calcolano gli obblighi fiscali”.

Un’opportunità per un salto di qualità nella tassazione delle imprese

Soddisfatti i relatori dei provvedimenti secondo cui in questo modo si favorisce un salto di qualità verso un sistema fiscale più equo. Si tratta di un’opportunità favolosa per fare un salto di qualità enorme nel campo della tassazione alle imprese – afferma in una nota il relatore per la CCCTB Alain Lamassoure (PPE, FR)non solo questa normativa potrebbe creare un modello più adatto alle economie di oggi attraverso una tassazione dell’economia digitale, ma bloccherebbe anche la concorrenza selvaggia tra sistemi di tassazione all’interno del mercato unico, focalizzandosi su dove sono generati i profitti”.

I leader nazionali e dell’UE comprendono che l’attuale sistema di tassazione delle società è superato e penalizza cittadini e piccole imprese – commenta in nota  il relatore per la CCTB Paul Tang (S&D, NL)  Un’azione internazionale è necessaria per invertire la tendenza. L’UE è la nostra migliore opportunità per rendere il nostro sistema fiscale più giusto e moderno”.

Lo sportello unico per le tasse

Ma cosa cambia in particolare per le imprese? Innanzitutto si potrebbero calcolare le tasse sommando profitti e perdite di tutte le proprie filiali nei Paesi membri. Le imposte risultanti sarebbero poi ripartite tra gli Stati membri a seconda del luogo in cui sono stati generati gli utili. L’obiettivo, si legge nella nota, è “eliminare l’attuale prassi delle imprese che trasferiscono la propria sede fiscale in Paesi con una bassa tassazione”.

Inoltre, in base ai due testi approvati, in tutti gli Stati membri si dovrebbe applicare un unico insieme di norme fiscali. Le imprese non dovrebbero più far riferimento a 28 differenti normative nazionali e sarebbero tenute a rendere conto soltanto a un’unica amministrazione (sportello unico).

Cloud e sicurezza, ancora qualche criticità

In generale il digitale è un settore che sta penetrando in maniera rilevante e trasversale in tutti i segmenti industriali. Tuttavia una ricerca, commissionata da Palo Alto Networks – the next-generation security company, ha mostrato come secondo il 68% dei professionisti della cyber-security impegnati presso grandi organizzazioni italiane, la corsa verso il cloud non tiene nella dovuta considerazione i rischi legati alla sicurezza. Una situazione che, però, è  in linea con la media del 70% registrata nell’area di riferimento, che comprende Europa e Medio Oriente.

Sicurezza ostacolo al business

A peggiorare la situazione il fatto che non solo alla cybersecurity viene destinata poca attenzione, ma quest’ambito viene considerato addirittura un ostacolo al business, quando si parla di adottare nuove applicazioni e servizi.

In particolare in Italia, solo per dare qualche numero, non superano quota 18% i professionisti che dichiarano  di essere riusciti a mantenere una cybersicurezza omogenea e costante, in grado di coprire rete, endpoint e cloud. Questi manager ritengono, infatti, di avere troppo poca voce in capitolo sulla cloud security e desiderano avere maggiore controllo. I risultati non sono migliori se si valuta il coinvolgimento di questi professionisti nella sicurezza: la percentuale di manager che ritiene di avere sufficienti margini operativi sulla sicurezza dei servizi cloud è infatti nel nostro Paese pari al 16%. Inoltre  gli intervistati che dichiarano di essere coinvolti in modo più approfondito vorrebbero avere un maggiore controllo sulla sicurezza cloud. 

“Rileviamo che in Italia il rischio informatico viene percepito come il primario per il 67% delle aziende, ma gli investimenti in merito non superano il 3,5% del fatturato“, afferma in una nota Mauro Palmigiani, Country General Manager Italy, Greece & Malta di Palo Alto Networks “Le aziende che sfruttano il cloud, e che sempre più lo faranno in futuro, non possono sottovalutare il fatto che anche la gestione della cybersecurity deve cambiare, sia che si tratti di public, hybrid o multi cloud.”

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